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8.11.13

The Politics of Parametricism: Digital Technologies & the Future[s] of Sociality @CalArts


MA in Aesthetics and Politics presents

The Politics of Parametricism: Digital Technologies & the Future[s] of Sociality


A conference curated and organized by Matthew Poole and Manuel Shvartzberg, happening next Friday and Saturday 15—16 November @ REDCAT.
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This two-day conference includes a range of international experts from architectural practice and theory, and explores urgent questions that concern the social and political ramifications at stake in the evolution of computational design. Parametricism has been heralded as the new avant-garde in the fields of architecture and design—the next “grand style” in the history of architectural movements. Parametric models enable digital designers to create complex structures and environments, as well as new understandings of space, both real and virtual. Whether as tools for democratic action or tyrannical spectacle; self- and community-building capabilities; a post-humanistic subject; or the mediatized politics of our desired futurisms—all these themes are figured and being assembled within the Parametricist discourse.
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Guest speakers are Phil Bernstein, Benjamin Bratton, Christina Cogdell, Teddy Cruz, Peggy Deamer, Andrés Jaque, Laura Kurgan, Neil Leach, Reinhold Martin, Patrik Schumacher.
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Program
7–9pm, Friday 15 November: Keynote event:
“Architecture and politics: Parametricism within or beyond liberal democracy?” – a discussionReinhold Martin: “On Numbers, More or Less”
Patrik Schumacher: “Thesis on the Politics of Parametricism”
Saturday 16 November: Conference panels:10am–noon – Panel 1: Introduction to Parametricism: historical and technological context
Phillip G. Bernstein: “Finding Value in Parameters: How Scripting Beyond Form Changes the Potential of Design Practice”
Christina Cogdell: “Breeding Ideology: Parametricism and Biological Architecture”
Neil Leach: “There is no such thing as a political architecture; there is no such thing as digital architecture”
2–4pm – Panel 2: Parametricism, the commons and social representation
Teddy Cruz: “The New Political: Where the Top Down and the Bottom up Meet”
Peggy Deamer: “Parametric Schizophrenic”
Laura Kurgan: “The Method is the Message”
4:45–6:30pm – Panel 3: Designing subjectivities, curating new models of sociality
Benjamin H. Bratton: “The Always Partial System: For an Inhuman Parametricism”
Andrés Jaque: “Architecture as Rendered Society”

25.7.12

Sovvertire la macchina del debito infinito. Intervista a Maurizio Lazzarato @ Uninomade, 14 maggio 2012


Sovvertire la macchina del debito infinito

Intervista a MAURIZIO LAZZARATO – di ANTONIO ALIA, VINCENZO BOCCANFUSO e LORIS NARDA
Dopo aver pubblicato la prefazione all’edizione italiana ritorniamo su La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato con un’intervista all’autore su alcuni nodi del suo importante pamphlet.

Nel tuo saggio, riprendendo la seconda dissertazione de La Genealogia della morale di Nietzsche e L’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, fornisci una ricostruzione del neoliberalismo secondo la quale attorno al debito si produce un dispositivo di potere che informa interamente l’infrastruttura biopolitica. Parafrasando Marx potremmo dire che il debito non è una cosa ma un rapporto sociale. Quale nesso intercorre tra la relazione creditore-debitore e la proprietà?
Il rapporto creditore-debitore è un rapporto organizzato attorno alla proprietà, è un rapporto tra chi ha disponibilità di denaro e chi non ce l’ha. La proprietà piuttosto che essere dei mezzi di produzione come diceva Marx, ruota attorno ai titoli di proprietà del capitale, quindi c’è un rapporto di potere che si è modificato rispetto alla tradizione marxiana, è deterrittorializzato per dirla con Deleuze e Guattari – è a un livello di astrazione superiore, ma è comunque organizzato attorno a una proprietà: tra chi ha accesso al denaro e chi non ce l’ha.
È un rapporto di potere che invece di partire dall’eguaglianza dello scambio, parte dall’ineguaglianza della relazione creditore-debitore, che è immediatamente sociale: l’economia del debito non fa distinzione tra salariati e non-salariati, tra occupato e disoccupato, tra lavoro materiale e immateriale, siamo tutti indebitati. Nello stesso tempo è una dimensione immediatamente mondiale, che agisce e comanda trasversalmente alle divisioni tra paesi ricchi e poveri, affermati o emergenti. Il credito/debito è stata l’arma fondamentale della strategia capitalistica dopo gli anni ’70, che ha spiazzato completamente il terreno della lotta di classe sul livello sociale e mondiale, col quale attualmente abbiamo ancora difficoltà a confrontarci.
Vorrei riprendere un argomento che non ho utilizzato nel libro perché viene da quel grande reazionario che è Carl Schmitt e che comprende il problema della proprietà . Il ragionamento mi è stato molto utile per pensare il potere della moneta, anche se Schmitt non parla di quest’ultima. Ogni ordinamento politico-economico è costruito e organizzato a partire da tre principi che sono tre diversi significati della parola “nomos”. Questi stessi tre principi sono alla base dell’economia del credito/debito. In primo luogo “nomos” significa “prendere/conquistare” e dunque appropriazione. Ogni nuova società (e ogni nuova sequenza del dominio capitalista, ad esempio il post-fordismo) comincia con la conquista, la rapina, con una sorta d’appropriazione/espropriazione originaria. Fino al capitalismo questa fase consisteva nell’appropriazione/espropriazione delle terra come presupposto di ogni economia e diritto ulteriore. Nel capitalismo contemporaneo questa fase è stata organizzata dalla finanza e dal credito che hanno espropriato, attraverso la moneta, la società nel suo insieme (non solo il lavoro, ma l’insieme delle relazioni sociali, dei saperi, della ricchezza, etc.). La finanza dunque come macchina di cattura predatrice. Il secondo significato di “nomos” è “spartire/dividere”. La divisione/distribuzione “fa le parti” (ma in modo radicalmente differente da Rancière). Attribuendo “il mio e il tuo” definisce la proprietà e il diritto. Nel capitalismo contemporaneo la proprietà è distribuita dalla moneta e dal credito/debito, ed è, principalmente, possesso o privazione di titoli del capitale.
Il terzo  significato di “nomos” è produrre, produzione. Ora, mi sembra  chiaro che anche nella sequenza apertasi alla fine degli anni 70, c’è una appropriazione/espropriazione, una distribuzione/divisione (proprietà) che precede logicamente, anche se non realmente, la produzione. Il concetto di produzione per non essere economicista deve includere questi tre principi. Ne L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari, mi sembra, che la distribuzione delle funzioni, delle proprietà  e l’appropriazione sia organizzata dalla moneta come prerequisito della “produzione”.
La cosa interessante è che fino al capitalismo l’ordine degli eventi nel processo di costituzione di una società è quello descritto: appropriazione, divisione, produzione. L’economia classica e il liberalismo hanno voluto far credere che la “produzione”, caratterizzata dalla liberazione delle forze produttive, dai lacci e laccioli delle società dell’Ancien Régime, risolveva al suo interno il problema dell’appropriazione e della divisione. Ed è quello che i neo-liberali e i loro governi tecnici continuano ad affermare. Diventando il livello di vita sempre più alto (crescita), la “divisione diventa più facile e l’appropriazione non è solo immorale, ma anche irrazionale dal punto di vista economico e quindi insensata” (Schmitt). Schmitt cita Lenin e Marx, come autori che – in parte, dice – non hanno ceduto alle lusinghe della “produzione”. Il primo considera l’imperialismo e la colonizzazione come l’appropriazione/espropriazione necessari  per risolvere la “questione sociale”, mentre Marx considera l’accumulazione originaria e la sua feroce violenza come condizioni imprescindibili del Capitale. Per cambiare la produzione bisogna “espropriare gli espropriatori” e distribuire differentemente la “proprietà”. Ed è quello che questa crisi pone come problema e che i liberali e i socialdemocratici non vogliono vedere – o meglio vedono benissimo, ma non possono accettare! Una nuova crescita, un nuovo New Deal che non implicano una nuova appropriazione e una nuova proprietà (che esproprino gli espropriatori, siamo sempre li!)  non fanno altro che perpetuare le condizioni della crisi. La crescita è un rapporto politico prima che economico.  Crescita verde, crescita tout court, New New Deal, politiche dell’impiego, etc. non toccano assolutamente le poste in gioco politiche della crisi, cioè le caratteristiche dell’appropriazione e della divisione proprie del neo-liberalismo. Essendo queste le proposte liberali e “socialdemocratiche” di uscita dalla crisi, aspettiamoci un suo approfondimento che, in realtà, è già in corso. La crescita della Germania, per esempio, non modifica le cause della crisi, perché accresce le differenze e le ineguaglianze di classe, la precarietà dei lavoratori poveri ma anche dei salariati qualificati e concentra la ricchezza prodotta nelle mani di pochi. Ed è sempre l’economia del debito che “espropria”, “divide” e comanda la “produzione”. Fortunatamente, l’austerità che la Germania, attraverso il controllo dell’euro (forma contemporanea della moneta come capitale, della moneta come comando), vuole imporre agli europei non funziona. Sta già trasferendo l’“instabilità” dei mercati sul terreno politico, sconvolgendo il rapporto capitale/stato, capitale/sistema politico con esiti imprevedibili.

La definizione di economia del debito è anche un potenziale strumento di trasversalità delle lotte: l’indebitamento accomuna tutti (garantiti, non garantiti, lavoratori autonomi, disoccupati). Da un lato il comando capitalistico si è riorganizzato attorno alla finanza che cattura e decodifica i flussi produttivi, dall’altro si assiste a un progressivo incorporamento del capitale fisso nella forza-lavoro. Finanziarizzazione e cognitivizzazione sono l’ascissa e la coordinata del diagramma di potere contemporaneo nel quale si dispiegano le diverse figure del lavoro, le diverse forme di vita (il precario della conoscenza come l’allevatore francese, lo studente indebitato come il pastore sardo). Dentro questo paradigma postfordista il debito, l’interesse possono essere considerati la nuova forma della misura capitalistica?
Il credito/debito è diverse cose. È un dispositivo di cattura della ricchezza sociale, è un dispositivo di comando perché ridefinisce attraverso il credito l’allocazione degli investimenti e poi sì, è assolutamente una nuova forma di misura, di valutazione della misura. I meccanismi di valutazione che sono stati introdotti in tutti gli ambiti, anche nell’università, vengono dalla finanza. La finanza ha impostato questo processo dicendo che la fabbrica fordista era una situazione opaca in cui la misura era impossibile dal suo punto di vista, per cui, per poter investire per esempio in un’impresa, la finanza doveva avere tutti gli strumenti possibili di valutazione, una perfetta trasparenza che è stata data dalle norme contabili introdotte negli anni ’80 e ’90.
La misura è un altro dei principi che sempre Carl Schmitt introduce, affermando che il frutto dell’appropriazione, ciò che viene acquisito per mezzo di “conquista, scoperta, espropriazione” deve essere “misurato/pesato/diviso”. Quindi non è che non ci sia più misura, ma, come la finanza e il credito dimostrano, si tratta piuttosto di una misura “soggettiva”. Sicuramente è nuova misura ed è una misura arbitraria, che dipende solo dalle logiche di potere, e questa logica della valutazione/misura viene imposta a tutti gli aspetti della vita, introducendo la figura dell’esperto e della valutazione, nella scuola , nella polizia, nell’università, negli ospedali, finanche nel governo etc.. Bisognerebbe rovesciare questo assetto gerarchico, mettendo al centro la riappropriazione sociale e la condivisione dei saperi, rompere questa logica della misura, della valutazione, dell’esperto, mi sembra assolutamente fondamentale.

Tra le pagine più belle del libro ci sono quelle nelle quali ingaggi polemica contro «l’egualitarismo astorico» di Rancière e Badiou e la «riflessività UrModerna» di Beck (e Habermas). Il radicalismo non-marxista francese e il post-marxismo socialdemocratico tedesco, diversissimi tra loro, presentano però due analogie: espungono la lotta di classe dal dibattito della sinistra e propongono delle teorie della comunicazione che non tengono minimamente conto dei rapporti di potere. Insomma, quella che Guattari definiva la normalizzazione franco-tedesca sembra trovare anche articolazioni progressiste. Ma pure i movimenti a cavallo tra i due secoli sono forse stati affetti da un portato più che altro etico e da un certo idealismo comunicativo, è giunto il momento di tornare ad essere marxisti?
In Badiou e Rancière c’è il politico, ma non c’è il capitalismo. C’è il politico, ma precapitalista. Ci sono Platone e Aristotele, piuttosto che Marx. Non c’è la produzione , non c’è la fabbrica. La fabbrica intesa come prima attualizzazione di quel concatenamento uomini/macchine/segni che oggi ritroviamo non solo nella produzione, ma in ogni relazione sociale.  E che troviamo anche nello Stato/welfare, nelle sue amministrazioni. La cosa che mi ha sempre colpito è che in Badiou e Rancière non c’è nemmeno il concetto, nemmeno la parola “macchina”, come non c’è neanche la parola tecnica o scienza. La macchina (nel senso di macchina sociale e macchina tecnica) è sparita anche da altre teorie critiche, proprio ora che è dappertutto, proprio ora che accompagna ogni gesto, espressione, azione della nostra quotidianità. Penso che il concetto di linguaggio e di svolta linguistica tratti dalla filosofia analitica abbiano prodotto dei grossi guai, perché rinviano a un processo che mi sembra non materialista di soggettivazione. Nel capitalismo, la soggettivazione è sempre per e/o con la macchina tecnica e sociale. Il capitale è une relazione sociale, un rapporto di potere,  ma “assistito” da macchine sociali e macchine tecniche. È questa la specificità del capitalismo. Non è un semplice rapporto tra “uomini”, intersoggettivo come in Hannah Arendt (o Rancière), dove nell’azione non c’è un atomo di “materia”. Penso che bisognerebbe restare “fedeli” al “Frammento sulle macchine” con cui diverse generazioni si sono formate.  Per queste ragioni penso che la soggettivazione politica in Badiou e Rancière sia “idealista”. In Badiou la lotta di classe è pensata in astratto, la sua antologia sono le matematiche. Badiou e Rancière parlano dell’economia come se fosse l’altro della politica, invece il politico è completamente ridefinito dall’economia. Questo è il capitalismo e non altro:  “Il nostro destino è l’economia”, che è un rapporto di potere, un rapporto dove ci sono quelli che gestiscono il potere e quelli che lo subiscono e quelli che lo subiscono hanno la possibilità di ribellarsi, di rovesciare la situazione. La soggettivazione non avviene attorno alla democrazia, ma a partire da processi macchinici di sfruttamento e di dominazione che diventano democratici nelle lotta.
Beck bisogna prenderlo come uno dei modelli dell’impossibile “terza via”, della nuova socialdemocrazia. La società del rischio di Beck è completamente ridicola, mi pare, perché – per dirla in termini molto semplici – le differenze di classe attraversano anche il rischio, cosa inconcepibile per queste teorie dove la lotta di classe è espulsa come un vecchio arnese inutilizzabile. Gli unici che non rischiano sono i capitalisti. I rischi sono tutti per i vecchi e nuovi proletari. Se portassimo fino in fondo il discorso del rischio nell’economia del debito, gli investitori che hanno rischiato investendo sui debiti sovrani dovrebbero assumersene la responsabilità. Se gli Stati fanno fallimento perdono i loro soldi, punto e a capo. Invece è assolutamente il contrario: quelli che non sono responsabili pagheranno il rischio preso dal sistema economico. Il vero rischio è corso dalla popolazione. La stessa cosa vale per il rischio ecologico.
Beck pensa il politico attraverso una diffusione e una democratizzazione dei centri di decisione e di governo, la moltiplicazione delle mediazioni, delle “discussioni”. Quello che sta succedendo sotto i nostro occhi, è esattamente il contrario. Mi sembra ci sia in atto una centralizzazione della decisione e delle tecnologie di governance. Attraverso il governo tecnico, questa crisi impone una ricentralizzazione del comando, una ricentralizzazione dei dispositivi di governance statali e non statali, che mette da parte la “politica rappresentativa”, la democrazia dei cittadini, etc.. La cosa divertente è che è ben vero che il governo tecnico decide, ma la sua decisione efficace per ridurre i salari, i redditi, le spese sociali, è assolutamente inefficace per uscire dalla crisi. Stanno andando contro il muro, solo che tra loro e il muro ci siamo noi. La socialdemocrazia era stata costruita attorno a delle basi politiche precise che non paiono riproducibili oggi nei termini che propone Beck, non c’è più questa possibilità, la crisi attuale fa completamente saltare queste teorie della terza via elaborate negli anni ’80-’90.

Passando dalla teoria alla pratica, è del tutto evidente l’insufficienza dei sindacati (anche di quelli più combattivi) e l’incapacità della sinistra radicale (si pensi al ruolo dei Grünen nelle riforme del welfare tedesche) nel leggere il presente. I nuovi movimenti stanno iniziando a porre la questione del debito, ne sono un esempio la campagna contro il debito studentesco negli Stati Uniti e i timidi accenni in Italia contro Equitalia. Gli Indignados e Occupy occupando fisicamente le piazze (come fabbriche) alludono anche alla riappropriazione della metropoli (aspetto non da poco, considerando che la deregulation scarica sugli enti locali comparti sempre più consistenti del welfare). Il rompicapo dell’organizzazione, tuttavia, resta quanto mai aperto: se è certamente necessario capovolgere quel lavoro su di sé dell’uomo indebitato in termini ricompositivi costruendo ponti solidi tra soggetti differenti, non c’è il rischio di sottovalutare la condizione situata delle singolarità? 
Qui bisognerebbe partire dall’esaurimento della logica della rappresentazione (tanto politica che linguistica). Un lungo processo di crisi della rappresentazione sta volgendo al termine, tanto dal punto di vista del capitale che dal punto di vista dell’emancipazione. La crisi del debito è prima di tutto una crisi della governamentalità che ridefinisce tanti i governati  (uomo indebitato) che i governanti (governo tecnico). Getta luce anche sul concetto di governamentalità di Foucault, rompendo radicalmente con la sua genealogia. Noi assistiamo, dall’epoca della Thatcher a una privatizzazione della governamentalità che è l’altra faccia della privatizzazione della moneta. La tecnologia governamentale non è più una tecnologia delle Stato (anche se lo Stato ci gioca un ruolo centrale, ma come istituzione “privatizzata”) e l’economia non limita soltanto dall’interno la possibilità di governare, ma se l’assume in toto. Il governo tecnico è il compimento di questo processo di privatizzazione. Alla logica della rappresentanza si sostituisce la logica funzionale, operativa (diagrammatica direbbero Deleuze e Guattari) della moneta/credito, una logica cioè che non passa per la rappresentanza, né per le semiotiche significanti e rappresentative (linguaggio) e nemmeno per dei “soggetti” che decidono (à la Schmitt) . La logica della “produzione” e la logica della rappresentazione  (politica e linguistica) funzionano insieme nel capitalismo, ma a partire dalla supremazia della prima. E nella crisi la prima occupa tutto lo spazio politico.
Che cos’è un governo tecnico, un governo non rappresentativo? E’ un tentativo di trasposizione della logica del “just in time”, dall’impresa alla politica. Il governo deve assicurare che la popolazione risponda in tempo reale alle modificazioni delle variabili economiche. Lo spread sale, la borsa scende, i salari, i redditi, le spese sociali devono adattarsi in tempo reale ai segnali emessi dall’economia del debito. I neo-liberali avevano definito la soggettività dei governati tramite il concetto di “capitale umano” definizione fatta propria da Foucault. Che cos’è il “capitale umano”? È “capitale umano” colui che risponde sistematicamente alle modificazioni che saranno artificialmente introdotte nell’“ambiente”. Il capitale umano non è più l’“atomo di libertà” dell’economia classica, ma una variabile sistemica e subordinata i cui comportamenti devono adattarsi, essere compatibili, rispondere in “just in time” ai segni emessi dall’economia. Quello che il neo-liberalismo non è riuscito ad ottenere dal capitale umano (la capacità di rispondere in tempo reale alle esigenze dei “creditori”) vorrebbe estorcerlo all’uomo indebitato e in una prima fase sembra esserci riuscito, ma già si vedono i limiti e le impossibilità di questa “politica tecnica”. Al delirio dell’“autoregolazione” dei mercati, si aggiunge il delirio dell’autoregolazione della governamentalità. Una specie di governo automatico, cibernetico, direbbero Deleuze e Guattari. Non funzionerà. In mezzo a tutte questo agitarsi distruttivo e anti-produttivo del capitale, emerge una bella novità : la società contemporanea, in realtà, non è governabile dalla logica capitalistica, se non in termini autoritari (e di una nuova reazione), ed è in questa direzione che si muovono le tecniche di governo. La società eccede la misura dell’economia neo-liberale. Quella che si mostra come una forza del capitale, nasconde una grande debolezza.
Viviamo in uno stato di eccezione permanente che ormai, diventato regola, è anche inutile continuare a chiamare eccezione! Se il sovrano è colui che decide in queste condizioni, il sovrano è oggi il Capitale. Ciò implica evidentemente un cambiamento radicale del concetto di sovranità, in realtà la sua fine, (qui c’è il limite di Schmitt e di tutte le teorie che vi si rifanno, Agamben, etc.), perché il Capitale non è una “persona” (condizione schimittiana della decisione) e nemmeno un gruppo di persone, ma una “macchina” (o meglio un insieme di macchine) con le sue soggettivazioni o personificazioni, e, seconda osservazione, non ha un territorio a sé, né la possibilità di esprimere dei “valori caldi” capaci di costituire una comunità, una società, come direbbero gli ordo-liberali tedeschi. Il mercato, l’impresa e la concorrenza sono retti da principi dissolventi, piuttosto che unificanti. Distruggono sistematicamente ciò che tiene insieme una società. Il Capitale è sempre stato costretto ad utilizzare dei territori presi in prestito per colmare le sue lacune d’integrazione politica, di cui il più importante, lo Stato-Nazione, si è poi impegnato, a partire dagli anni ’70, a minare sistematicamente. Tutte le mediazioni rappresentative e istituzionali sono o saltate o fortemente indebolite. In Italia questo processo salta agli occhi : la “Padania” è la farsa del territorio e dei “valori caldi”, comunitari, che mancano al Capitale “terziario” rappresentato da Berlusconi e i neo-fascisti, l’altra faccia della farsa, che ha invece garantito un surrogato di valori statali e nazionali. Ancora una volta l’esibizione della forza del Capitale, è piuttosto segno della sua debolezza. A condizione che emerga una soggettività che lo combatta al suo stesso livello, rivelando, con la lotta, le sue debolezze.
La logica della rappresentanza è in crisi anche dal punto di vista dei movimenti. La democrazia politica e la democrazia sociale (sindacati, istituzioni sociali, etc.) fondate sulla rappresentanza sono state rifiutate da tutti i movimenti che si sono manifestati negli ultimi trent’anni. Qualcosa di nuovo sta emergendo, tra mille difficoltà e ambiguità. I movimenti stanno facendo delle sperimentazioni molto interessanti che, però, mi sembrano ancora non all’altezza dell’attacco portato dal capitale, anche se quella degli Indignados, di Occupy Wall Street e soprattutto quella di Oakland sono molto avanzate, perché, da un lato, si pongono su un livello immediatamente sociale, rompendo con le tradizioni corporative e settoriali dei sindacati e dall’altro rifuggono la “rappresentazione”.  In ogni modo l’accelerazione e l’approfondimento della crisi , costituiranno i migliori maestri per trovare nuove modalità d’organizzazione e nuove tematiche  di mobilitazione. Non penso che ci si possa soggettivare in quanto debitori, non so se sia possibile, è una categoria dell’assegnazione capitalistica, tu sei costretto a essere debitore. Tuttavia, il debito dà immediatamente un terreno sociale, una dimensione socializzata trasversale che prima non avevamo. Come direbbe Marx, il capitalismo si mostra in tutta la sua nudità, ma questo non vuol dire fare un discorso trionfalista o da filosofia della storia, anzi. Però le condizioni sono cambiate rispetto a quelle degli anni ’80 e ’90, c’è un terreno comune che va ri-singolarizzato rispetto all’eterogeneità delle diverse lotte sociali, delle diverse forme di vita, ripartendo dalle pratiche che sono quelle della riappropriazione della metropoli, delle lotte sul reddito, etc..
Le dinamiche espansive del capitalismo si sono chiuse. Negli anni ’80 potevano ancora prometterci l’arricchimento per tutti. Questa promessa di ricchezza futura il capitalismo non può più mantenerla oggi. Quello che ci promettono ora sono “lacrime e sangue” per i prossimi 10-15 anni e la feroce difesa dei loro “privilegi”. Qui , molti dei vecchi obiettivi della lotta di classe, ridiventano attuali.


PicQuadro/Coppo di Montevarco: L'inferno

5.7.12

Authors@Google: David Graeber, DEBT: The First 5,000 Years

DEBT: The First 5,000 Years While the "national debt" has been the concern du jour of many economists, commentators and politicians, little attention is ever paid to the historical significance of debt. For thousands of years, the struggle between rich and poor has largely taken the form of conflicts between creditors and debtors—of arguments about the rights and wrongs of interest payments, debt peonage, amnesty, repossession, restitution, the sequestering of sheep, the seizing of vineyards, and the selling of debtors' children into slavery. By the same token, for the past five thousand years, popular insurrections have begun the same way: with the ritual destruction of debt records—tablets, papyri, ledgers; whatever form they might have taken in any particular time and place. Enter anthropologist David Graeber's Debt: The First 5,000 Years (July, ISBN 978-1-933633-86-2), which uses these struggles to show that the history of debt is also a history of morality and culture. In the throes of the recent economic crisis, with the very defining institutions of capitalism crumbling, surveys showed that an overwhelming majority of Americans felt that the country's banks should not be rescued—whatever the economic consequences—but that ordinary citizens stuck with bad mortgages should be bailed out. The notion of morality as a matter of paying one's debts runs deeper in the United States than in almost any other country. Beginning with a sharp critique of economics (which since Adam Smith has erroneously argued that all human economies evolved out of barter), Graeber carefully shows that everything from the ancient work of law and religion to human notions like "guilt," "sin," and "redemption," are deeply influenced by ancients debates about credit and debt. It is no accident that debt continues to fuel political debate, from the crippling debt crises that have gripped Greece and Ireland, to our own debate over whether to raise the debt ceiling. Debt, an incredibly captivating narrative spanning 5,000 years, puts these crises into their full context and illuminates one of the thorniest subjects in all of history. ABOUT THE AUTHOR David Graeber teaches anthropology at Goldsmiths College, University of London. He is the author of Towards an Anthropological Theory of Value, Lost People, and Possibilities: Essays on Hierarchy, Rebellion, and Desire. This talk was hosted by Boris Debic on behalf of the Authors@Google program.

23.6.12

Jacques Rancière - Il disaccordo (Meltemi, Ita, 2007) - La mésentente (Galilée, Fr, 1995) - Disagreement. Politics and Philosophy (University of Minnesota Press, Usa, 2004)





La filosofia politica esiste? Una domanda simile sembrerebbe inopportuna: innanzitutto perché la riflessione sulla comunità, sulla legge e sul suo fondamento si trova all’origine della nostra tradizione filosofica, e non ha mai smesso di animarla; e poi perché, da qualche tempo, la filosofia politica va affermando a gran voce il suo ritorno. Ma questa filosofia politica “ritrovata” non sembra affatto spingere la sua riflessione al di là di ciò che gli amministratori dello Stato possono argomentare sulla democrazia e sulla legge, sul diritto e sullo Stato di diritto. In sostanza, tutto quello che sembra in grado di garantire è la comunicazione tra le dottrine classiche e le ordinarie forme di legittimazione degli Stati democratico-liberali. L’espressione “filosofia politica”, sostiene Jacques Rancière, non definisce un ambito specifico della filosofia. Piuttosto, designa il terreno di un incontro polemico in cui si manifesta il vero paradosso della politica: l’essere priva di un fondamento autonomo. C’è politica solo perché nessun ordine sociale è fondato in natura e nessuna legge divina può mettere ordine nelle società umane. Questa è la lezione offerta da Platone. La politica nasce infatti nel momento storico in cui il popolo mette in crisi l’ordine naturale del dominio e include nella legge il principio di uguaglianza. Ma è intorno a questa uguaglianza che matura il dissenso. In cosa vi è o non vi è uguaglianza? E tra chi e chi? È qui, su questa logica del disaccordo, lontana tanto dalla discussione consensuale quanto dal torto assoluto, che si forma la filosofia politica: essa inizia nel momento in cui la filosofia accoglie la difficoltà, l’aporia, o il disagio della politica, inizia con il ripudio platonico dell’apparenza, del disinganno e delle controversie caratteristiche della democrazia, e la rivendicazione di una politica “fondata sulla verità”. Bisognerà allora chiedersi quali trasformazioni abbia subito il regime della verità dall’archi-politica platonica alla meta-politica marxista, e quali siano stati gli effetti di tali mutamenti sulla pratica politica fino ai nostri giorni.
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Jacques Rancière è professore emerito di Filosofia all’Università di Paris viii (St. Denis). È autore di molte opere di filosofia politica e di estetica, tra le quali ricordiamo La Nuit des prolétaires (1981),Aux bords du politique (1998), Le Partage du sensible (2000),Malaise dans l’esthétique (2004). In Italia sono state tradotte: Le parole della storia (1994), Mallarmé o la politica della sirena (2000),La favola cinematografica (2006).




La mésentente - Galilée Edition (1995, Fr)



PRÉSENTATION (Ré-édition en 2007)


« Le mot de philosophie politique ne désigne aucun genre ou territoire de la philosophie. Il est le nom d’une rencontre polémique où s’exprime le paradoxe de la politique : son absence de fondement propre.
La politique commence quand l’ordre naturel de la domination et la répartition des parts entre les parties de la société sont interrompus par l’apparition d’une partie surnuméraire, le démos, qui identifie la collection des incomptés au tout de la communauté. L’égalité, qui est la condition non politique de la politique, ne fait effet que par le jeu de cette partie litigieuse qui institue la communauté politique comme communauté du litige. À partir de ce mécompte premier s’institue une logique de la mésentente, également éloignée de la discussion consensuelle et du tort absolu.
La “philosophie politique”, elle, commence avec la récusation platonicienne de l’apparence, du mécompte et du litige propres à la démocratie, et la requête d’une politique “en vérité”. On s’interrogera sur les transformations du régime de cette vérité, de l’archipolitique platonicienne à la métapolitique marxienne, et sur leurs effets en retour dans la pratique politique.
De là peuvent se déduire quelques repères pour analyser aujourd’hui la complémentarité de l’idylle consensuelle et du mélodrame humanitaire, tout comme l’équivalence de la “fin” de la politique et de son “retour” ».

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Disagreement

Politics and Philosophy

2004, University of Minneapolis Press

Author:Jacques Ranciére

Translated by Julie Rose


An elegant and surprising exposè of the failings of political philosophy
“Is there any such thing as political philosophy?” So begins this provocative book by one of the foremost figures in Continental thought. Here, Jacques Rancière brings a new and highly useful set of terms to the vexed debate about political effectiveness and “the end of politics.”
What precisely is at stake in the relationship between “philosophy” and the adjective “political”? In Disagreement, Rancière explores the apparent contradiction between these terms and reveals the uneasy meaning of their union in the phrase “political philosophy”—a juncture related to age-old attempts in philosophy to answer Plato’s devaluing of politics as a “democratic egalitarian” process.
According to Rancière, the phrase also expresses the paradox of politics itself: the absence of a proper foundation. Politics, he argues, begins when the “demos” (the “excessive” or unrepresented part of society) seeks to disrupt the order of domination and distribution of goods “naturalized” by police and legal institutions. In addition, the notion of “equality” operates as a game of contestation that constantly substitutes litigation for political action and community. This game, Rancière maintains, operates by a primary logic of “misunderstanding.” In turn, political philosophy has always tried to substitute the “politics of truth” for the politics of appearances.
Jacques Rancière is professor of aesthetics at the University of Paris VIII (St. Denis). He is the author of numerous books in French, three of which have been translated into English: The Nights of Labor (1989), The Ignorant Schoolmaster(1991), and The Names of History (Minnesota, 1994).
Julie Rose is a writer and translator who lives in Australia. She has also translated works by Paul Virilio, including The Art of the Motor (Minnesota, 1995).

18.6.12

Tra indignazione ed elezioni : il caso di Parma di Girolamo De Michele @ Uninomade website



Tra indignazione ed elezioni : il caso di Parma 
 Intervista a ROBERTA ROBERTI – di GIROLAMO DE MICHELE 


All’interno dei movimenti che si sono sviluppati in risposta alla crisi globale e alle sue manifestazioni locali, Parma è a suo modo esemplare. In questa città, a partire dal giugno 2011, si è sviluppato uno dei pochi reali movimenti di “indignati” che, aggregando una serie di piccoli movimenti che avevano negli anni passati reagito e resistito alla gestione Ubaldi-Vignali della “città cantiere” sui temi dell’ambiente, della vivibilità e dei beni comuni. Il movimento degli indignati ha avuto un ruolo determinante nella creazione del clima sociale che ha portato alla caduta della giunta Vignali, travolta dagli scandali e dagli arresti dei suoi esponenti, ma soprattutto screditata davanti all’opinione pubblica. L’esemplarità del percorso seguito dal movimento parmense si è precisata con la stesura di un manifesto (http://www.parmabenecomune.it/manifesto) che metteva in primo piano i temi del rifiuto del debito, della tutela dei beni comuni e dei diritti, dello smantellamento delle politiche e degli apparati securitari, della memoria storica della Parma antifascista. Altrettanto esemplare, in senso negativo, è stata la tornata elettorale dello scorso maggio, dove il Movimento 5 Stelle ha captato l’ondata di indignazione, ma anche l’elettorato di centro-destra, conquistando il Comune, mentre la Lista Parma Bene Comune rimaneva al di fuori del consiglio comunale, pur con un consenso del 5%. Per approfondire questi elementi abbiamo intervistato Roberta Roberti, candidata sindaco della Lista PBC, militante del movimento per i beni comuni e per la difesa della scuola, nella convinzione che dinamiche come quelle appena descritte vadano approfondite e comprese. Racconta la nascita del movimento degli indignati di Parma: qual è la composizione di questo movimento? Com’era strutturato il blocco di potere che sosteneva il sindaco Vignali? Se dovessi fare un resoconto fedele della genesi degli indignati a Parma dovrei raccontare di tutti i comitati, i gruppi, le associazioni e i movimenti che si sono impegnati da 15 anni almeno a questa parte sul nostro territorio in difesa dei diritti e dei beni comuni. Dovendo tuttavia individuare quelle che sono state le tappe essenziali che hanno condotto alle mobilitazioni dell’estate 2011 sotto i portici del municipio indicherei l’8 ottobre del 2010,durante le mobilitazioni dell’università e della scuola quando La scuola siamo noi, coordinamento di insegnanti e docenti di Parma e provincia, insieme agli studenti autonomi medi ed universitari e a due comitati di docenti precari ha dato vita al Coordinamento Istruzione Bene Comune, che nel suo documento costitutivo si poneva come obiettivo quello di creare collegamenti e collaborazioni con tutte le altre realtà del territorio impegnate nella difesa dei diritti e dei beni comuni. Le mobilitazioni dell’autunno 2010 hanno offerto importanti occasioni di dibattito e di scambio, specie in seguito all’occupazione da parte degli studenti autonomi di un’aula dell’università di Parma, nella quale sono state organizzate diverse assemblee pubbliche finalizzate a creare una convergenza su alcuni temi trasversali, la cui urgenza risultava evidente a tutti: la questione della crisi internazionale ed il fallimento del modello sociale ed economico proposto dal neoliberismo, responsabile delle scelte gravissime operate dai diversi governi e volto essenzialmente alla mercificazione dei beni comuni e alla negazione dei diritti sanciti dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali. Questa esperienza è stata una palestra importantissima: per la prima volta molti movimenti, comitati, gruppi e singoli cittadini si sono trovati a discutere insieme, cercando di immaginare percorsi condivisi di azione e intervento che potessero tradursi non solo in analisi generali, ma anche in proposte alternative di governo del territorio. Le due dimensioni, globale e locale, hanno sempre costituito lo scenario imprescindibile di cui tenere contemporaneamente conto. Del resto, gli eventi stessi ci imponevano questo duplice orizzonte di riferimento: da un lato la manifestazione e le lotte portate avanti dalla FIOM dal 28 gennaio in avanti, segno tangibile della gravità delle scelte in politica economica del governo nazionale e più in generale dei centri di potere a livello internazionale, dall’altro a febbraio 2011 il precipitare della situazione parmigiana, con le dimissioni dei revisori dei conti del Comune e l’emergere del debito e della corruzione che da tempo venivano denunciati come segno di distinzione del comitato d’affari che aveva gestito il Comune negli ultimi 13 anni. Il compito dei movimenti è stato in quella fase di fondamentale importanza sia sul piano della mobilitazione, sia sul piano dell’analisi. Le mobilitazioni su questioni di interesse e di respiro più generale (la manifestazione in difesa della Costituzione, la manifestazione delle donne “Se non ora quando?”, lo sciopero del 6 maggio) sono state affiancate da un lavoro incessante di informazione e mobilitazione sulle questioni locali (la denuncia del malaffare e della corruzione dell’amministrazione locale e del debito colossale delle società partecipate, la protesta in merito a scelte specifiche effettuate sul territorio per ragioni esclusivamente legate al profitto e al favoreggiamento clientelare di industriali amici, fra le quali ricordo quella del parcheggio sotterraneo di piazzale Salvo D’acquisto, nel pieno centro storico della città, che ha visto la partecipazione al fianco del Comitato Niente voragini di tanti altri soggetti dei movimenti e dell’associazionismo cittadino, ed infine le fiaccolate e le manifestazioni contro la costruzione del forno inceneritore col CGR o quelle in difesa della scuola e dell’università). Alle mobilitazioni si sono affiancati nei mesi tra febbraio e giugno diversi incontri volti a consolidare il coordinamento dei movimenti e dei gruppi in difesa dei diritti e dei beni comuni. I fatti gravissimi emersi in seguito all’indagine Green Money con la prima ondata di arresti del 24 giungo 2011 hanno da un lato accelerato il consolidarsi di questo percorso, dall’altro hanno impegnato tutte le energie nel conseguimento di un obiettivo preciso: ottenere le dimissioni della giunta Vignali, denunciando in modo chiaro ed evidente come essa non fosse tuttavia che la punta dell’iceberg. Le analisi che ogni movimento aveva condotto nei mesi e negli anni precedenti sulle singole specifiche questioni hanno messo a disposizione della lotta un bagaglio di competenze davvero considerevole, che l’urgenza della situazione ci imponeva di mettere in comune per conseguire diversi obiettivi: ottenere le dimissioni della giunta, mobilitare la città in modo permanente, informare in modo circostanziato e puntuale la cittadinanza sulle responsabilità della classe politica e produttiva denunciandone le scelte scellerate, elaborare una proposta alternativa per la gestione del territorio ed il governo della città. Ho parlato di scelte scellerate e di gravi responsabilità della classe politica e produttiva: mi riferisco all’amministrazione cittadina dei sindaci Ubaldi (1998-2007) e Vignali (2007-2011), che hanno instaurato a Parma un sistema fatto di megalomania, affarismo e clientele finalizzate a tutto tranne che al perseguimento del bene comune e degli interessi della collettività. In questo sistema si è passati alle esternalizzazioni di servizi essenziali, quali asili, scuole e servizi alla persona, tramite la costituzione di S.p.A. compartecipate dal comune e da alcuni soggetti privati ricorrenti, nello specifico due gigantesche cooperative (Domus e Proges), che si sono trasformate, grazie a questo processo di deroga del pubblico, in vere e proprie multinazionali con migliaia di dipendenti. Il passaggio successivo è stato quello ad un sistema di società partecipate, costituite con lo scopo di aggirare il Patto di stabilità e saccheggiare il patrimonio comune, che invece di consentire un maggiore controllo delle diverse operazioni, ha di fatto portato ad eludere qualsiasi controllo. Alcune di queste società partecipate si sono occupate della gestione delle infrastrutture e delle grandi opere che a larga mano venivano programmate e assegnate, guarda caso, sempre ai soliti noti, vale a dire tre o quattro imprese edili strettamente legate all’amministrazione e ad alcuni politici di rilievo nazionale (ad esempio il ministro Lunardi). Il tutto fuori da ogni controllo, visto che le società partecipate sono soggetti ibridi fra pubblico e privato e sfuggono ad entrambe le normative di riferimento, a seconda del comodo. Va detto che alcuni istituti bancari erano evidentemente compiacenti e concedevano credito senza nemmeno una delibera di giunta o di consiglio, sulla base di lettere di patronage firmate da singoli componenti della giunta o del suo staff. Risultato: un debito enorme, frutto di una speculazione esasperata, ma anche di arroganza e di incapacità amministrativa. Un’ incapacità tale da non prevedere quello che sarebbe stato il reale sviluppo demografico e sociale della città, né tantomeno leggere l’arrivo della crisi economica internazionale. La cementificazione, il consumo di suolo, l’acquisto di terreni a prezzi improponibili e fuori mercato, con il furbesco susseguirsi dei cambi di destinazione d’uso delle aree agricole e industriali in commerciali e residenziali: grazie a ciò, oggi Parma si trova accerchiata da centri commerciali vuoti (e ne sono stati già pianificati ed autorizzati altri e con il piccolo commercio in crisi gravissima. Si è riempita di condomini, che contano a migliaia gli appartamenti vuoti, sfitti o invenduti. Fino al 2030 non sarà più necessario costruire case, dato il trend di crescita della città. Eppure ci sono famiglie sfrattate, la lista di attesa per alloggi popolari o a canone convenzionato sono lunghissime, si sono chiusi due dormitori, ci sono associazioni impegnate in questo settore che stanno promuovendo occupazioni. Persino l’edilizia convenzionata è stata scarsamente perseguita dal comune di Parma, ed ha comunque prezzi fuori portata. Abbiamo grandi ed inutili opere interrotte a metà o poco più, alcune delle quali (la Stazione) assolutamente urgenti ed ovviamente niente denaro per finanziarne il completamento. Nel corso delle 11 occasioni di mobilitazione cittadina che si sono susseguite da giugno a settembre, il lavoro di coordinamento dei movimenti e dei singoli è stato svolto, attraverso la convocazione di riunioni aperte de “La Piazza”, dai referenti dei movimenti attivi negli ultimi anni in città. L’obiettivo era quello di far sì che le manifestazioni sotto i Portici del Grano, ovvero sotto il Municipio di Parma, potessero diventare occasione di contestazione e di informazione; sono stati scelti temi specifici sui quali concentrare l’attenzione della piazza di volta in volta, e su questi sono stati presentati cartelli e predisposti volantini esplicativi. Le dimissioni della giunta sono state fin dall’inizio presentate come il primo degli obiettivi da perseguire: non doveva passare il messaggio secondo il quale una nuova giunta sarebbe bastata a risolvere i problemi della città, ma doveva risultare chiaro a tutti che oltre all’onestà era necessario chiedere ai futuri governanti di Parma scelte radicalmente diverse e coraggiose, attente ai bisogni reali della città e non alle speculazioni del mondo economico e finanziario. Ciò ha condotto alla proposta di un Laboratorio politico permanente per l’alternativa durante l’assemblea pubblica cittadina del 29 settembre. 


Il Laboratorio, nato pubblicamente il 4 novembre 2011, è aperto a movimenti, comitati, gruppi, singoli cittadini interessati all’elaborazione di una alternativa politica per il futuro della città, attraverso una serie di Tavoli tematici, volti ad approfondire le questioni ritenute irrinunciabili ed urgenti (debito comunale e sistema delle società partecipate, lavoro, ambiente, territorio, energia, servizi alla persona, servizi educativi, diritto alla casa, accoglienza, patrimonio artistico e monumentale saccheggiato dai project financing, e via dicendo) al fine di produrre un’analisi circostanziata del presente ed elaborare una serie di proposte alternative, leggendo i fatti locali alla luce della situazione nazionale ed internazionale. E poi avete deciso di “metterci la faccia” e di presentarvi alle elezioni comunali… Una parte di coloro che si riconoscevano e si riconoscono tuttora nelle analisi, nelle attività e nelle proposte del Laboratorio politico hanno deciso che era venuto il momento di assumersi delle responsabilità. Di fronte al panorama che si prospettava, vale a dire andare alle elezioni amministrative, dopo tutto quello che era accaduto e le scelte decisive da compiere per il futuro della città, per scegliere tra il candidato Bernazzoli o il candidato Ubaldi, voleva dire davvero far finta di cambiare tutto per non cambiare niente. L’unica alternativa sarebbero stati i grillini. Abbiamo provato a fare un’alleanza con loro per correre insieme alle elezioni, ma non è stato nemmeno possibile confrontare i programmi, loro avevano di fatto intenzione di correre da soli, quantomeno senza nessun partito e previa autorizzazione di Beppe Grillo. Dunque, abbiamo pensato che fosse necessario dare voce da soli, con il sostegno di Rifondazione comunista, ad un’idea di città come bene comune da amministrare. Cos’è successo durante la campagna elettorale? Bisogna distinguere nettamente tra primo e secondo turno. Al primo turno tutti davano per scontato il ballottaggio fra Bernazzoli (grande coalizione PD IDV SEL Verdi PdCI etc etc) e Ubaldi (l’ex sindaco riciclato per un ritorno al futuro improponibile, sostenuto dalla sua lista civica e dall’UDC). Gli altri 8 candidati a sindaco venivano quasi sempre ignorati, anche se le ferree regole della par condicio in televisione imponevano le stesse presenze. Il Movimento 5 stelle ha condotto una campagna discreta, ma senza nessun particolare exploit. Unico tema – o quasi – l’ambiente, l’inceneritore, le energie rinnovabili, tutte cose importantissime, ma ripeto monotematiche. Altro argomento di Pizzarotti è stato la democrazia partecipativa. Indubbiamente le tematiche ambientali sono state determinanti, ma credo sia stato indispensabile l’apporto mediatico di Beppe Grillo. La rilevanza nazionale ha dato la spinta al movimento parmigiano, che ha ottenuto al primo turno un inaspettato 19,5%. Il secondo turno è stata una passeggiata per i grillini: Bernazzoli non ha preso nemmeno i voti del primo turno, mentre Pizzarotti ha preso sia i voti dei suoi, sia i voti della sinistra alternativa, sia i voti del centro destra (ovviamente con dubbie finalità). E i grillini? L’impressione è che abbiano vampirizzato le lotte e catalizzato il consenso di quella Parma che votava per Ubaldi e Vignali. Sicuramente anche una parte degli indignati ha votato per i grillini, quantomeno al secondo turno. Ma il 61% di Pizzarotti non si spiega se non con lo spostamento su di lui dell’elettorato del centro destra. E con la voglia di tanti di fare piazza pulita di tutti i partiti. Qual è il bilancio della vostra esperienza? Parma Bene Comune ha fatto una buona campagna elettorale, e ottenuto il 5% nonostante avesse una proposta complessa e molto articolata, non di così facile impatto e senza nessun guru, anche se abbiamo potuto contare sul sostegno e la collaborazione di Alba, il soggetto politico nuovo di Revelli, Mattei, Viale, Rodotà, Ginsborg, Lucarelli, Torelli, e via dicendo. Il collegamento con chi a livello nazionale sta cercando di mettere in rete i soggetti politici che come noi si occupano di beni comuni e diritti prosegue e si consolida: il 30 giugno e il 1 luglio si terrà a Parma l’Assemblea nazionale di Alba. L’esperienza elettorale, comunque, è stata meravigliosa, anche se faticosissima. L’incontro con le persone, la grande energia che nasce dal sapere che si sta dando voce a tanti cittadini e il grande senso di responsabilità che ne deriva ci fanno credere doveroso continuare a presentarci come interlocutori politici a chi amministra e a chi fa opposizione. Inoltre, in questa campagna abbiamo avuto la possibilità come Parma Bene Comune di acquisire moltissime conoscenze in campo amministrativo e di cominciare ad approfondire molte tematiche fondamentali per il governo della città. Intendiamo continuare a lavorare in questo senso, stando all’opposizione, anche se fuori dal Consiglio comunale. Infatti, e credo che anche questo ci dica qualcosa sulla legge elettorale che ci ritroviamo, siamo rimasti esclusi dalla distribuzione dei seggi, nonostante i miei 4504 voti.


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29.5.12

Toni Negri: E' l'ora di un secondo "Manifesto di Ventotene" @ Uninomade



È l’ora di un secondo Manifesto di Ventotene
C’è una cosa che colpisce: con l’elezione di Hollande, l’Unione europea sembra divenire irreversibile. Ma subito ci chiediamo: resterà la Grecia dentro l’Euro? Senza saper rispondere, ci prepariamo tuttavia a sentirne il tonfo, fuori dall’Euro, come a gioirne se non avvenisse.
Ci sono poi i Paesi bassi: resteranno nell’Unione dopo le prossime elezioni o ne usciranno dall’alto di una condizione egoista e, come già fatto dalla Gran Bretagna, ostinatamente neoliberale? Ne abbiamo il forte sospetto. E però queste due possibili evenienze ci preoccupano meno di quanto facessero prima delle presidenziali francesi: l’Europa resterà. Non perché a Camp David gli 8 abbiano deciso di coniugare, come dicono elegantemente, “rigore e crescita” (egualmente si tratta di “lacrime e sangue”) ma perché con tutta probabilità, la resistenza al progetto bismarckiano dei padroni europei comincia a risuonare irresistibile. A noi sembra infatti – lo ripetiamo – che con le elezioni di Hollande la rotta già catastrofica dell’Unione si stia modificando. Ma se il riapparire di una forza socialdemocratica (in Francia come per altri versi in Germania) conferma e rafforza il cammino verso l’Europa, chiediamoci: ne varrà la pena? Molti compagni ne dubitano. Ed è di questo problema che dobbiamo ora discutere.
Un nodo è in effetti da districare. Se da un lato moltitudini importanti sembrano desiderare l’Unione e ormai considerare l’Europa il loro paese, dall’altro lato il rifiuto dell’Europa è propagato e armato, in forme populiste e demagogiche, da forze stolte e violente. La mia opinione è che il nodo deve essere reciso e che ci si debba ormai schierare, se ancora non è avvenuto, decisamente e senza riserve, sul terreno europeo – e che, ciò assunto, ormai non si debba più porre il problema se l’Europa si farà o no, quanto chiedersi: quale Europa? È infatti solo alla luce di un programma economico, politico e di una realistica proposta sociale e culturale che si potrà rispondere alla questione: Unione europea, ne vale la pena? D’altra parte, è solo sulla dimensione europea che l’austerità potrà essere superata, una soluzione della crisi potrà darsi senza il massacro dei cittadini e che, allora, forse, alla linea di Bismarck che Berlino sta imponendo (per dirlo con una metafora storica che allude al processo dell’unificazione tedesca) si potrà opporre una linea democratica, un 1848 delle “forze del comune”.
Probabilmente la vittoria di Hollande permette di attrezzarsi a questo passaggio. Meglio, riprendendo la metafora, riapre la possibilità, se non di evitare assolutamente una realizzazione bismarckiana dell’unità europea, di relativizzarla, di riaprire le opzioni sul senso economico, politico, sociale e culturale dell’Unione – opzioni che né la costruzione giuridica, amministrativa e monetaria dei bei tempi andati prima della crisi, né la gestione “Merkozy” (Merkel + Sarkozy) del direttorio europeo nella crisi permettevano. È un risultato minimo, a fronte dei problemi che assalgono le moltitudini europee – ma forse è un nuovo punto di partenza. Non abbiamo illusioni su quel che Hollande e la socialdemocrazia hanno in testa. Il loro “debole” riformismo (anche se non flaccido come quello di Blair e di Schröder) è radicale ed inguaribile. Se la crisi non avesse determinato il disastro sociale ed economico al quale assistiamo, mai si sarebbero (Hollande e la socialdemocrazia) sentiti costretti a rinunciare a quell’“estremismo del centro” che, a partire dagli anni settanta, ha sempre inclinato il loro spirito (con la sola sospensione dei due “mirabili” anni rivoluzionari di Mitterrand… ma non è una favola troppo ripetuta da poter esser vera?).
Cogliamo dunque l’occasione! È dentro questo quadro che possiamo riaprire una speranza di lotta contro la crisi – speranza “commoner” (come dicono i comunisti) o “albigese” (come fa chi trasforma un acronimo, l’ALBA, in un’iperbole eroica) – tenendo presente che solo nella dimensione dell’Unione europea essa si può realisticamente affrontare. Insistiamo su quest’ultimo punto. La lotta contro la crisi non può darsi che sul livello globale – con forze, dunque, adeguate e collocate su questo livello. Se non c’è Unione europea, non si può dare lotta contro la crisi, perché la crisi è stata costruita dal capitalismo finanziario globale per demolire l’Unione.
È noto che, dopo il 1989, il processo di globalizzazione economica, chiedendo ordine politico e giuridico, è stato investito dalla volontà imperiale Usa e subordinato all’ordine americano. Ma ciò è durato poco. Già all’inizio del ventunesimo secolo quell’unificazione politica si è rivelata illusoria: si sono piuttosto presentati sull’orizzonte globale (certo definitivamente unificato) in ordine sparso quattro o cinque protagonisti continentali della scena mondiale (con gli Usa, la Cina, il Brasile, l’India) e… l’Europa? Gli Usa stanno infatti consumando ed esaurendo la loro egemonia imperiale, il capitalismo mondiale è assai preoccupato per questa decadenza. Avviene dunque che, se nel secondo dopo guerra la potenza americana ha sollecitato il processo di unificazione europea in esclusiva funzione antisovietica, quando l’Europa, dopo il 1989, comincia a costituirsi indipendentemente, sviluppa un’economia potente ed un modello sociale relativamente autonomo (cioè non totalmente dominato – economia “sociale” di mercato – dalla logica del profi, impone la propria moneta e si presenta dunque come concorrente ed alternativa agli Usa sul mercato mondiale, allora gli americani (e il ceto finanziario globale) si schierano contro l’unità europea. Gli Usa ritengono illusoria un’Europa politicamente e militarmente unita e preferiscono di gran lunga una zona di stabilità strategica estesa fino alla Turchia ed, eventualmente, ad Israele. Così, con furia e disprezzo, banchieri, politici ed economisti anglosassoni profetizzano la fine dell’Unione e della moneta unica. Non a caso, allora, si riapre sul terreno europeo la lotta di classe, fra il ceto capitalista ricomposto al livello globale e le moltitudini europee: una lotta fredda ma decisiva, sufficiente per dare l’avvio all’attuale profondissima crisi economica e sociale (in Italia Marchionne è l’estremo simbolo di questa provocazione). Questa crisi, l’attuale, quella che sgorga dalla relativa soluzione della precedente 2008-2009, è costruita e rivolta contro l’unione politica dell’Europa. Flagellata da questa crisi, l’Europa non trova, e non può trovare, soluzioni o alternative nell’ordine neoliberale. Gli Usa la schiacciano, per non essere – perduta l’antica egemonia – essi stessi travolti da nuovi antagonismi imperiali. Ma l’Atlantico ormai è diventato troppo profondo: anche la socialdemocrazia sembra percepire la necessità di tagliare il cordone ombelicale con Washington.(...)

24.4.12

Political Theory After Deleuze - Nathan Widder - Continuum, Uk, June 2012




  • Pub. date: 28 Jun 2012 (Paperback)
  • Pub. date: 26 Apr 2012 (Hardcover)

Recent political theory has shifted decidedly towards ontology, the ‘science of being’, and thus towards examining fundamental concepts of identity, difference, space, and time. This new focus has reinvigorated questions concerning the nature of power, meaning, truth and agency, inspiring novel approaches to individual and collective subjectivity, the emergence of political events and the relationship between desire and politics. In this new study, Nathan Widder shows how Deleuze’s philosophy both inspires and presses beyond political theory’s ‘ontological turn’.
Linking his thought to current political theory debates, Widder explains how Deleuze’s philosophy and ontology of difference are cashed out through a micropolitics of creative and critical experimentation. He further demonstrates how Deleuze challenges ideas of identity and the subject that still dominate both political thought and practice today. Connecting Deleuze to key figures in both classical and contemporary political philosophy, from Plato and Aristotle to Hegel, Nietzsche, Lacan, and Foucault, this book will be of interest to students and scholars in political theory, philosophy, and related disciplines, looking to engage the emerging field of Deleuze studies.

Preface \ Abbreviations \ 1. The Ontological Turn in Political Theory \ 2. Deleuze’s Ontology \ 3. Deleuze’s Nietzsche \ 4. Desire and Desiring-Machines \ 5. Micropolitics \ 6. Conclusion – Pluralism and ‘A Life’ \ Notes \ Bibliography \ Index


Nathan Widder is Reader in Political Theory at Royal Holloway, University of London, UK. His previous publications include Reflections on Time and Politics (Penn State University Press, 2008) and Genealogies of Difference(University of Illinois Press, 2002).



‘Looking for the introduction to Deleuze and political theory? You've found it. Nathan Widder gives the most clear and persuasive account of why Deleuze's philosophy matters for contemporary political thought. He situates this significance through an outstanding account of the place of Deleuze among historical and contemporary theories and figures, notably Hegel, Nietzsche and Lacan. The book also explains how Deleuze announces a new departure for political action and critique. In addition to a wonderful array of concrete examples, the book supports its arguments through an exemplary reading of Deleuze's works. A joy to read, and a joy to apply...’
Professor James Williams, University of Dundee, UK
‘Nathan Widder provides a remarkably accessible introduction to Deleuze’s ontology and its implications for political thought. He explains Deleuze’s distinctive contribution to contemporary political theory, namely that ‘we are micropolitical before we are political,’ by way of an informative tour through some of his most difficult texts, including Difference and Repetition, Nietzsche and Philosophy and Anti-Oedipus (co-written with Guattari). This book is an indispensable handbook to Deleuze’s key concepts that will be of interest to beginners as well as advanced students of Deleuze’s thought.’
Paul Patton, Professor of Philosophy, University of New South Wales, Australia