Showing posts with label Parikka. Show all posts
Showing posts with label Parikka. Show all posts

23.3.15

The birth of digital populism — physical copies available


Obsolete Capitalism is releasing physical copies of their Digital Populism project, a bi-lingual collection of interviews and essays about political philosophy.

The birth of digital populism. Crowd, power and postdemocrarcy in the 21st century is a collection of interviews edited by the Obsolete Capitalism collective. English and Italian thinkers answer questions related to a few eternal concepts of political philosophy such as crowd, power, control with a particular focus on the unexpected electoral success of the Five Star Movement (5SM), a self-defined 'non-party' led by Beppe Grillo and Gianroberto Casaleggio. The 5SM obtained a resounding success in the Italian general election of 24th 25th February 2013, a moment after which the panorama of Italian politics deeply changed.

This book seeks to investigate the novelty which characterise the emergence of a new political phenomenon: that of digital populism. Are we facing the beginning of a change in governmental policy and representative democracy as we know it? Far from being an Italian anomaly, populism is a firmly Western phenomenon, both in its analog and digital versions. The english equivalent is UKIP, an extremely seductive and therefore equally dangerous anti-establishment right-wing situation. Six questions were formulated, touching on fundamental aspects of the rise of digital populism and the relationships between masses, power, and post-democracy at the dawn of the twenty-first century.


The birth of digital populism. Crowd, power and postdemocrarcy in the 21st century is the result of nine interviews conducted between May 2013 and February 2014 by Luciana Parisi, Tiziana Terranova, Lapo Berti, Simon Choat, Paolo Godani, Saul Newman, Jussi Parikka, Tony D. Sampson and Alberto Toscano.

The book is released free of charge and can be read and downloaded on Issuu (IT, UK). If you would like a physical copy get in touch directly with Obsolete Capitalism.

4.1.15

The birth of digital populism. Crowd, power and postdemocracy in the 21st century… by Obsolete Capitalism


The Italian Five Star Movement led by Beppe Grillo and Gianroberto Casaleggio had an unexpected success in the Italian general elections of February 2013, deeply disrupting the panorama of Italian politics. This book seeks to explore some of the features characterising the emergence of a new political phenomenon: that of digital populism.

We asked Italian and English thinkers from different political and disciplinary backgrounds to contribute to an analysis of some fundamental points behind the rise of populism and the digital relations between masses, power and democracy at the dawn of the twenty-first century.

This is the result of nine interviews carried out between May 2013 and February 2014 with Luciana Parisi, Tiziana Terranova, Lapo Berti, Simon Choat, Paolo Godani, Saul Newman, Jussi Parikka, Tony D. Sampson and Alberto Toscano.

19.10.14

Nascita del populismo digitale. Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo @Obsolete Capitalism


 Nascita del populismo digitale è leggibile e scaricabile in formato PDF.

Il non-partito M5S guidato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio ha ottenuto alle elezioni nazionali del 24—25 Febbraio 2013 un clamoroso successo elettorale: il panorama della politica italiana ne è uscito profondamente sconvolto. Questo libro cerca di indagare le novità che caratterizzano la nascita di un nuovo fenomeno politico: il populismo digitale. Siamo all’inizio di un cambio epocale della politica governamentale e della democrazia rappresentativa come l’abbiamo conosciuta fino da oggi? Lontano dall’essere un’anomalia italiana, il populismo è un fenomeno saldamente occidentale, sia nella sua versione analogica, sia nella sua versione digitale, con una english version, l’UKIP, estremamente seducente e, per questo motivo, non meno pericolosa di altre formazioni anti-establishment di destra.

Abbiamo formulato a intellettuali italiani e anglosassoni - di varia estrazione politica e differenti competenze disciplinari - sei domande riguardanti alcuni punti fondanti della nascita del populismo digitale e delle relazioni esistenti tra masse, potere e post-democrazia agli albori del XXI secolo. Ciò che leggerete in questo libro è il risultato delle nove interviste rilasciate tra maggio 2013 e febbraio 2014 da Luciana Parisi, Tiziana Terranova, Lapo Berti, Simon Choat, Paolo Godani, Saul Newman, Jussi Parikka, Tony D. Sampson e Alberto Toscano.

A cura di Obsolete Capitalism.

12.10.13

Intervista a Jussi Parikka: masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo


Intervista a Jussi Parikka su masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo a cura di Obsolete Capitalism e Rizomatika, raccolta il 17 maggio 2013 e tradotta dall'inglese. Qui potete leggere le interviste [in lingua inglese] precedentemente pubblicate: Jussi Parikka 14 settembreSaul Newman 21 settembreTony Sampson 28 settembre e Simon Choat 5 ottobre.

 EDIT: Abbiamo raccolto l'intervista in un PDF che si può scaricare o leggere online. Tutte le interviste sul populismo digitale, in lingua italiana, possono essere scaricate o lette QUI, in un unico file.

Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo


Fascismo di banda, di gang, di setta, di famiglia, di villaggio, di quartiere, d’automobile, un Fascismo che non risparmia nessuno. Soltanto il micro-Fascismo può fornire una risposta alla domanda globale: “Perchè il desiderio desidera la propria repressione? Come può desiderare la propria repressione?"

—Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Mille Piani, pg. 271
    Sul micro-fascismo
    OC Partiamo dall’analisi di Wu Ming, esposta nel breve saggio per la London Review of Books intitolato 'Yet another right-wing cult coming from Italy', che legge il M5S e il fenomeno Grillo come un nuovo movimento autoritario di destra.  Come è possibile che il desiderio di cambiamento di buona parte del corpo elettorale (nelle elezioni italiane del febbraio 2013) sia stato vanificato e le masse abbiano di nuovo anelato –ancora una volta– la propria repressione ? Siamo fermi nuovamente all’affermazione di Wilhelm Reich: sì, le masse hanno desiderato, in un determinato momento storico, il fascismo. Le masse non sono state ingannate, hanno capito molto bene il pericolo autoritario, ma l’hanno votato lo stesso. E il pensiero doppiamente preoccupante è il seguente: i due movimenti populisti autoritari, M5S e PdL, sommati insieme hanno più del 50% dell’elettorato italiano. Una situazione molto simile si è venuta a creare in UK, nel Maggio 2013, con il successo della formazione populista di destra dello UKIPLe tossine dell’autoritarismo e del micro-fascismo perché e quanto sono presenti nella società europea contemporanea?(1)
Jussi Parikka Penso che la situazione sia già descritta in parte nella tua domanda: a poco a poco nel corso degli ultimi due anni abbiamo visto una serie di strane fluttuazioni in tutta Europa. La recente ondata di popolarità di cui ha goduto l’UK Indipendent Party - movimento reazionario del Regno Unito - è stata anticipata da un precedente coinvolgimento di potere da parte dei Liberal Democrats portati al governo dai Tories. La politica inglese da tempo soffre di una grave staticità a causa del sistema bipolare, di conseguenza molte di queste fluttuazioni possono essere spiegate da un corpo elettorale alla ricerca di sperimentazioni, anche sfortunate, per liberarsene. Ad un livello più strutturale ed europeo, i partiti autoritari che si alimentano di paura hanno già ottenuto una forte presa sull'elettorato. Si parte dalla triste situazione ungherese, trascurata da tutti probabilmente a causa della crisi dei paesi dell’Europa mediterranea che l'ha obnubilata, in cui le politiche fasciste sono tra le più spaventose in Europa, fino ad arrivare in Finlandia al partito dei  True Finnsi Veri Finlandesi, la cui posizione di partito di protesta potrebbe in futuro consolidarsi. Non solo i partiti, però, esprimono questo strana anima micro-fascista; ad esempio in varie nazioni, e non da ultimo in Finlandia, esistono gruppi che compiono aggressive campagne contro il femminismo, per i "diritti degli uomini", e in generale per un ritorno a politiche sessuali e di genere che ritengo altrettanto spaventose quanto i poteri razzisti emergenti.
E' pertanto necessaria un’analisi degli affetti risiedenti nel cuore della crisi economica.
 Dobbiamo prendere sul serio le idee di Gabriel Tarde relative allo statuto affettivo dell'economia, esaminando anche le modalità attraverso le quali i vari affetti distruttivi si mobilitano; infatti tale statuto si relaziona al nostro senso del sociale (la patologia della "noità", il senso del noi, attraverso le sue qualità non condivise, la condizione Schmittiana che persiste) e alle sue variazioni attraverso la nostra capacità di valutazione cognitiva ed affettiva della crisi.


Per le sinistre socialdemocratiche in Europa sussiste la necessità di proporre un compito e una narrazione convincenti nel modo di produzione post-industriale. Finora hanno fallito, nonostante tentativi  come quelli delle "creative industries" del New Labour inglese. Queste forze sono state bollate, al contrario, come fautrici di una fragile globalizzazione, che presenta o il rischio di non portare a nulla o la persistenza dello sfruttamento dei lavoratori e delle risorse ecologiche su scala globale. Queste stesse forze non hanno trovato soluzioni alle crisi del debito, così come non sono riuscite a resistere alla nascita di nuovi nazionalismi. L’idea per la Francia di Hollande sta incontrando diversi intoppi; si tratta della stessa visione che troviamo nello stato d’animo generale in Europa. Ciò di cui, invece, ha paura la destra conservatrice è di perdere ancora più voti a favore delle forze più estreme, per cui si sta attrezzando a mantenere e attrarre quel bacino di elettori.
    1919, 1933, 2013. Sulla crisi
    OC Slavoj Zizek ha affermato, già nel 2009,  che quando il corso normale delle cose è traumaticamente interrotto, si apre nella società una competizione ideologica “discorsiva” esattamente come capitò nella Germania dei primi anni ’30 del Novecento quando Hitler indicò nella cospirazione ebraica e nella corruzione del sistema dei partiti i motivi della crisi della repubblica di Weimar. Zizek termina la riflessione affermando che ogni aspettativa della sinistra radicale di ottenere maggiori spazi di azione e quindi consenso risulterà fallace in quanto saranno vittoriose le formazioni populiste e razziste, come abbiamo poi potuto constatare in Grecia con Alba Dorata, in Ungheria con il Fidesz di Orban, in Francia con il Front National di Marine LePen e in Inghilterra con le recentissime vittorie di Ukip. In Italia abbiamo avuto imbarazzanti “misti” come la Lega Nord e ora il M5S, bizzarro rassemblement che pare combinare il Tempio del Popolo del Reverendo Jones e Syriza, “boyscoutismo rivoluzionario” e disciplinarismo delle società del controllo. Come si esce dalla crisi e con quali narrazioni discorsive “competitive e possibilmente vincenti”? Con le politiche neo-keynesiane tipiche del mondo anglosassone e della terza via socialdemocratica nord-europea o all’opposto con i neo populismi autoritari e razzisti ? Pare che tertium non datur... (2)
JP Dobbiamo essere in grado di valutare e prendere in considerazione ciò che è la crisi. La prima domanda potrebbe essere: la crisi è un’interruzione traumatica o, in realtà, è un trauma persistente? In altre parole, la nostra valutazione politica della situazione inizia da un presupposto d’istituzione di nuovi poteri sovrani di interruzione in cui la crisi esprime se stessa, e si apre a nuovi poteri politici emergenti di tipo distruttivo - oppure  esiste la crisi permanente, come fosse un rumore di fondo? 

In quale senso dobbiamo essere in grado di valutare i vari, e coalescenti, livelli temporali di questa crisi? In parte ciò potrebbe avere a che fare con le ciniche politiche internazionali suscitate dal post 11 settembre, che possiamo percepire in diversi ambiti sociali: dal mantenimento della sicurezza quotidiana alle operazioni internazionali di guerra, alle nuove tecnologie militari come i droni. Dobbiamo però essere più consapevoli del rumore di fondo: non solo opponendoci a situazioni quali i droni, alla nostra partecipazione governativa e allo schieramento di tali macchine per uccidere a distanza - ma anche alla più sistematica violenza scatenata attraverso la mancanza di acqua, di cibo e all’acuirsi dei problemi ecologici. Stiamo parlando della lenta sedimentazione di nuove procedure tecnologizzate di sicurezza intrecciate con particolari misure finanziario-economiche: la doppia faccia della violenza che ci ha attaccato negli ultimi dieci-quindici anni, violenza dei militari, della polizia e violenza dell’austerità economica, che si collega indirettamente alla massiccia quantità di perdite fisiche e mentali. Non so se ci si debba concentrare solo sulla comparsa di partiti di destra e della loro popolarità, ma anche sul tira e molla dei poteri costituiti, che sono stati fondamentali nella creazione di questa triste situazione economico-militare in cui ci troviamo, così come la volontà di quei poteri costituiti a cedere il passo ai movimenti politici estremi. Sembra che i conservatori in Gran Bretagna non abbiano problemi, al momento, nel prendere sul serio l'UKIP come un partito politico tra gli altri, così come sembra che le voci populiste dei "Veri Finlandesi" stiano per essere incorporate nello stato normale delle cose in Finlandia, e allo stesso modo, altri esempi in Europa stanno per essere normalizzati. E’ del normale dunque che dovremmo  preoccuparci!

Ma non si tratta di sfuggire alla crisi, bensì di affrontarla. Come accennato in precedenza, abbiamo bisogno di capire i vari collegamenti tra la crisi e la mobilitazione degli affetti che si attivano con gli attuali schemi finanziari, nonchè tra questi collegamenti e la più vasta crisi del settore pubblico. Le università sono sempre meno disponibili come luoghi di elaborazione di analisi e coordinamento di poteri di resistenza sia cognitivi che affettivi. I gestori delle università aziendali sono disposti a spendere sempre meno per  quelle discipline in cui queste elaborazioni avvengono. Al contrario, le università sono sempre più luoghi di saperi gestionali ed economici e annacquati centri creativi. Gli accademici si trasformano in imprenditori e manager delle loro  stesse carriere. Questo non vuol dire che ci stiamo arrendendo, ma solo che dobbiamo essere in grado di pensare quali sono i luoghi dove poter elaborare la nostra propria teoria positiva di “crisi”. Infatti, sono d'accordo con una serie di voci che, per esempio, Rosi Braidotti raccoglie nel suo nuovo libro The Posthuman (Polity, 2013) in cui richiama le idee-forza dei teorici postcoloniali e delle teoriche del femminismo che continuano ad insistere sulla possibilità di pensare l'Europa in termini di differenza: non è il progetto della fortezza Europa, ma quello dei flussi transnazionali, delle “migranze”, delle identità ibride della lingua, della sessualità e di altri modi di soggettività. Non dobbiamo dimenticare questa eredità e ricordare quale molteplicità si cela in un diverso tipo di Europa già ora esistente. Basta prendere un autobus normale a Londra, da Archway verso Kings Cross, guardare le persone intorno a voi e già capite cosa intendo.
    Sul popolo che manca
    OC Mario Tronti afferma che “c’è populismo perché non c’è popolo”. Tema eterno, quello del popolo, che Tronti declina in modalità tutte italiane in quanto “le grandi forze politiche erano saldamente poggiate su componenti popolari presenti nella storia sociale: il popolarismo cattolico, la tradizione socialista, la diversità comunista. Siccome c’era popolo, non c’era populismo.” Pure in ambiti di avanguardie artistiche storiche, Paul Klee si lamentava spesso che era “il popolo a mancare”. Ma la critica radicale al populismo - è sempre Tronti che riflette - ha portato a importanti risultati: il primo, in America, alla nascita dell’età matura della democrazia; il secondo, nell’impero zarista, la nascita della teoria e della pratica della rivoluzione in un paese afflitto dalle contraddizioni tipiche dello sviluppo del capitalismo in un paese arretrato (Lenin e il bolscevismo). Ma nell’analisi della situazione italiana ed europea è tranchant: “Nel populismo di oggi, non c’è il popolo e non c’è il principe. E’ necessario battere il populismo perché nasconde il rapporto di potere”. L’abilità del neo-populismo, attraverso l'utilizzo spregiudicato di apparati economici-mediatici-spettacolari-giudiziari, è nel costruire costantemente  "macchine di popoli fidelizzati” più simili al “portafoglio-clienti” del mondo brandizzato dell’economia neo-liberale. Il "popolo" berlusconiano è da vent’anni che segue blindato le gesta del sultano di Arcore; il "popolo" grillino, in costruzione precipitosa, sta seguendo gli stessi processi identificativi totalizzanti del “popolus berlusconiano”, dando forma e topos alle pulsioni più deteriori e confuse degli strati sociali italiani. Con le fragilità istituzionali, le sovranità altalenanti, gli universali della sinistra in soffitta (classe, conflitto, solidarietà, uguaglianza) come si fa popolo oggi? E’ possibile reinventare un popolo anti-autoritario? E’ solo il popolo o la politica stessa a mancare? (3)
JP Una cosa che ci possiamo chiedere è se ciò che s’intende oggi per politica è in un qualche modo inadeguato, piuttosto che affermare che non vi è alcuna politica. La frustrazione popolare riguardo i partiti politici, sia negli Stati Uniti che in Europa, non è una novità. Ma ciò non significa che la politica è scomparsa, o più precisamente: dobbiamo essere consapevoli della gamma di nuove pratiche che non sono necessariamente "politiche", ma sono piuttosto significative per una serie di azioni adatte nell’evocare un "popolo a venire" . Quindi sì, al di là del centro della politica rappresentativa o dell'identità politica, ci sono molti gruppi che uniscono le persone e concepiscono tali comunità in via di sviluppo: questi gruppi si presentano con modalità discontinue e non tutti sono "produttivi" dal punto di vista della politica istituzionale. Nel Regno Unito, ad esempio, si sono succeduti negli ultimi anni un numero discreto di eventi, dalle manifestazioni studentesche alle rivolte del 2011. Potrebbe non sussistere una spiegazione esaustiva del "significato" politico di tali eventi, ma abbiamo bisogno di capire cosa succede alla base, a livello affettivo, ai livelli di ciò che Gabriel Tarde chiamerebbe “imitativi”, e che cosa produce legame e separazione.

Abbiamo sicuramente bisogno di maggiori affetti anti-autoritari che portino un insieme differente di alleanze come parte della nostra realtà. Ciò che è interessante notare è che anche i partiti tradizionali, come i Tories, hanno cercato di reinventare il potere della cittadinanza con la loro retorica di emancipazione dal basso: la “big society”. Tale ciniche appropriazioni riflettono alcune idee politicamente “progressiste” come il fenomeno delle organizzazioni locali che sorgono dal basso.

Diversamente, non penso che ci dovremmo limitare al linguaggio della “mancanza” come se ci fosse un senso ideale della politica in attesa di essere riempito. Credo che ci sia bisogno di un atteggiamento etico sia verso le domande a portata di mano sia verso ciò che riconosciamo essere le difficoltà della vita quotidiana. Questo atteggiamento etico deve rifuggire il moralismo e deve cercare di coltivare nuove possibilità e nuovi stili di vita. Al momento, stiamo sbattendo contro un muro, troppo velocemente, su tanti fronti diversi, dalla vita quotidiana in Europa, alle implicazioni ecologiche dei correnti modi di produzione e consumo. Le nuove alleanze che in futuro nasceranno si costruiranno intorno a quest’asse di domande inevase. Non so se sono contento di scartare le questioni di classe - come ad esempio le possibilità di solidarietà - in quanto dogmi della sinistra. C’è ancora molto da dire e da comprendere in materia di politica economica del capitalismo contemporaneo, e una buona parte di questo “molto” testimonia la persistenza delle posizioni di classe, anche se non sempre nei modi tradizionali che conosciamo.
    Sul Controllo
    OC Gilles Deleuze nel Poscritto delle Società di Controllo, pubblicato nel maggio del 1990, afferma che, grazie alle illuminanti analisi di Michel Foucault, emerge una nuova diagnosi della società contemporanea occidentale. L’analisi deleuziana è la seguente: le società di controllo hanno sostituito le società disciplinari allo scollinare del XX secolo. Deleuze scrive che “il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri padroni”. Difficile dargli torto se valutiamo l’incontrovertibile fatto che, dietro a due avventure elettorali di strepitoso successo - Forza Italia e Movimento 5 Stelle - si stagliano due società di marketing: la Publitalia 80 di Marcello Dell’Utri e la Casaleggio Asssociati di Gianroberto Casaleggio. Meccanismi di controllo, eventi mediatici quali gli exit polls, sondaggi infiniti, banche dati in/penetrabili, data come commodities, spin-doctoring continuo, consensi in rete guidati da influencer, bot, social network opachi, digi-squadrismo, echo-chambering dominante, tracciabilità dei percorsi in rete tramite cookies: queste sono le determinazioni della società post-ideologica (post-democratica?) neoliberale. La miseria delle nuove tecniche di controllo rivaleggia solo con la miseria della “casa di vetro” della trasparenza grillina (il web- control, of course). Siamo nell’epoca della post-politica, afferma Jacques Ranciere: Come uscire dalla gabbia neo-liberale e liberarci dal consenso ideologico dei suoi prodotti elettorali? Quale sarà la riconfigurazione della politica - per un nuovo popolo liberato - dopo l’esaurimento dell’egemonia marxista nella sinistra? 

JP Penso che qui siano poste diverse questioni quindi mi concentrerò solo sulla quella del controllo. Per me, la pertinenza del testo breve di Deleuze è nel modo in cui fissa un passaggio da architetture esclusivamente di corpi umani (l’analisi foucaultiana della disciplina) alla modulazione e al controllo di corpi anche non umani: per esempio algoritmi e circuiti. Il marketing è naturalmente una forma di governo di corpi e la sua circuitazione è non solo a livello di  architettura e di modalità comportamentali esterne ma  è anche affettiva e cerebrale. Il marketing crea ambienti di comportamento e sentimento che sono anche affettivi. Questi episodi non sono del tutto nuovi sulla scena politica, ma rappresentano più un fenomeno del XX secolo: i sondaggi e le pubblicità, gli stati d'animo e la gestione delle masse su livelli affettivi, sono ciò che caratterizza l'emergere di stati mediatici del divenire marketing della politica.
    Sulla “Googlization” della politica; l’aspetto finanziario del populismo digitale
    OC La prima decade del XXI secolo è stata caratterizzata dall'insorgenza del neo-capitalismo definito "cognitive capitalism"; in questo contesto un'azienda come Google si è affermata come la perfetta sintesi del web-business in quanto non retribuisce, se non in minima parte, i contenuti che smista attraverso il proprio motore di ricerca. In Italia, con il successo elettorale del M5S, si è assistito, nella politica, ad una mutazione della categoria del prosumer dei social network: si è creata la nuova figura dell'elettore-prosumer, grazie all'utilizzo del blog di Beppe Grillo da parte degli attivisti - che forniscono anche parte cospicua dei contenuti - come strumento essenziale di informazione del movimento. Questo www.bellegrillo.it è un blog/sito commerciale, alternativo alla tradizione free-copyright del creative commons; ha un numero altissimo di contatti, costantemente incrementato in questo ultimo anno. Questa militanza digitale produce introiti poiché al suo interno vengono venduti prodotti della linea Grillo (dvd, libri e altri prodotti editoriali legati al business del movimento). Tutto ciò porta al rischio di una googlizzazione della politica ovvero ad un radicale cambio delle forme di finanziamento grazie al "plusvalore di rete", termine utilizzato dal ricercatore Matteo Pasquinelli per definire quella porzione di valore estratto dalle pratiche web dei prosumer. Siamo quindi ad un cambio del paradigma finanziario applicato alla politica? Scompariranno i finanziamenti delle lobbies, i finanziamenti pubblici ai partiti e al loro posto si sostituiranno le micro-donazioni via web in stile Obama?  Continuerà e si rafforzerà lo sfruttamento dei prosumer-elettori? Infine che tipo di rischi comporterà la “googlization della politica”? 

JP Il motivo per cui Obama è stato in grado di mobilitare una così ampia organizzazione a "livello di base" è legato ovviamente all’esistenza di strutture politiche già funzionanti. Tale organizzazione non è stata inventata dal nulla, come se si trattasse di un miracolo politico. Certo, ci sono degli elementi di interesse, ma come riforma della politica, ha fallito. Penso che Evgenij Morozov sottolinei buoni argomenti, nel suo nuovo libro “To Save Everything, Click Here", circa il fenomeno della politica che utilizza il crowdsourcing così come la forma del suo finanziamento (crowdfunding n.d.r.), e dei suoi problemi: ciò non significa che in automatico si affermino le migliori politiche governative, ma a volte si corre il rischio di concentrarsi su questioni del tutto secondarie in un mondo che ha bisogno di temi da risolvere come la crisi del Medio Oriente, la crisi ecologica e la crisi del debito! I casi studiati da Morozov si estendono dagli Stati Uniti ai partiti pirata europei, in particolare al caso Piratenpartei in Germania, e l'incapacità di essere all’altezza di tutti gli obiettivi più consistenti.

Su un altro fronte abbiamo bisogno di ricordare l'analisi di Jodi Dean del capitalismo comunicativo (Democracy and Other Neoliberal Fantasies: Communicative Capitalism and Left Politics). La fusione di ideali democratici con la retorica di nuove piattaforme tecnologiche, da Google a Facebook, è una prospettiva allettante che di sicuro è nell’agenda pubblicitaria di alcune aziende della Silicon Valley. Tuttavia, ciò conduce ad un anomalo accordo economico e di dipendenza da tali piattaforme proprietarie private. La libertà, la comunicazione e l'intelligenza delle folle - la democrazia diretta - sono obiettivi così preziosi che nessuno si aspetta che un orribile dittatore abbia il coraggio di opporsi, ma allo stesso tempo le attuali tecnologie vere e le tecniche che alimentano quegli ideali sono molto più problematiche e complesse.

Gli elettori-prosumers sono l’indizio del problema: si tratta di un riferimento all'aspetto consumistico della Rete nel quale la politica è più vicina ad essere una forma di shopping online. C'è molto lavoro nel creare, sostenere e guidare gli argomenti all'ordine del giorno della politica pubblica e questo è l’aspetto nel quale il lavoro investito dovrebbe essere valutato. Il crowdfunding non toglie il fatto che, in termini finanziari, il potere delle lobby rimanga intatto nelle mani di determinati attori chiave così come in quelle dei più grandi portafogli. 
    Sul populismo digitale, sul capitalismo affettivo
    OC James Ballard affermò che, dopo le religioni del Libro, ci saremmo dovuti aspettare le religioni della Rete. Alcuni affermano che, in realtà, una prima techno-religione esiste già: si tratterebbe del Capitalismo Affettivo. Il nucleo di questo culto secolarizzato sarebbe un mix del tutto contemporaneo di tecniche di manipolazione affettiva, politiche del neo-liberalismo e pratiche politiche 2.0. In Italia l'affermazione di M5S ha portato alla ribalta il primo fenomeno di successo del digi-populismo con annessa celebrazione del culto del capo; negli USA, la campagna elettorale di Obama ha visto il perfezionarsi di tecniche di micro-targeting con offerte politiche personalizzate via web. La nuova frontiera di ricerca medica e ricerca economica sta costruendo una convergenza inquietante tra saperi in elaborazione quali: teorie del controllo, neuro-economia e neuro-marketing. Foucault, nel gennaio 1976, all'interno dello schema guerra-repressione, intitolò il proprio corso "Bisogna difendere la società".
JP Non so se questo è un caso di soccorso - non ci sarà un dio o un apparato cibernetico a salvarci. Si tratta di analisi intelligenti, storiche e produttive delle situazioni in cui le nostre capacità cognitive e affettive vengono costantemente sfruttate come parte di creazione di valore, di politiche militariste e di politiche di auto-mutilazione, come l’austerità. Il capitalismo affettivo non è tanto un’entità da cui difendersi, in quanto è un apparato di cattura, come Deleuze e Guattari lo hanno definito: é infatti, in questo senso, una logica di potere, o una macchina astratta, destinato alla coltivazione e alla cattura di mondi affettivi. Questo non significa la necessità di ritrarsi dagli affetti, ma di coltivarne di più: gli spinoziani-deleuziani spesso li chiamano i gioiosi affetti!

Una delle domande centrali per l'attivismo in Rete sembra riguardare il coinvolgimento e l'affezione: ci asteniamo dal coinvolgimento in tali sfere del capitalismo comunicativo, oppure ci impegniamo in modo diretto, immanenti ai temi chiave, alle piattaforme, e ci posizioniamo esattamente là, nei meccanismi in cui avviene la cattura? Abbandoniamo Facebook oppure costruiamo la resistenza e una voce al suo interno? In entrambi i casi, siamo coinvolti da problemi di affezione e di comunicazione, ma anche da regimi non semiotici di comunicazione: gli algoritmi. Tali piattaforme non impattano solamente sul nostro impegno quotidiano, ma creano un secondo livello di dati all’interno dei quali non è importante se il vostro messaggio è anti-capitalista o è solo una celebrazione di fotografie goliardiche con gli amici che sono state postate su Instagram.

In altre parole, abbiamo bisogno di sviluppare la nozione di "affetto/affezione" al di là dei corpi umani estendendola ad altri tipi di relazioni che alimentano i modi di soggettività post-umani. In linea con le tesi di Rosi Braidotti penso che gli attuali modi di soggettività debbano essere intesi come crocevia tra forze umane e non umane di dimensioni planetarie tra cui l’ecologia e la geologia, coinvolgendo l’algoritmico e tutte le altre funzionalità che impattano con l’”io” digitale. Qualsiasi analisi del capitalismo cognitivo deve essere rigorosa sulle tecnologie e sulle tecniche attraverso le quali avviene lo sfruttamento, nel sociale come nell’algoritmico.


Jussi Parikka, finlandese, è Reader in Media & Design at University of Southampton (UK) ed è un noto teorico dei New Media a livello internazionale. E' Adjunct Professor di Digital Culture Theory all'University of Turku in Finlandia. Tra le sue recenti pubblicazioni, da segnalare:  What is Media Archaeology? (Polity: Cambridge, 2012);  Insect Media: An Archaeology of Animals and Technology (University of Minnesota Press: Minneapolis, 2010) Posthumanities-series; Digital Contagions. A Media Archaeology of Computer Viruses (Peter Lang: New York, 2007); e, con Erkki Huhtamo, Media Archæology: Approaches, Applications, and Implications (University of California Press, Los Angeles, 2011). Ha un blog personale, Machinology.

Dipinto di Stelios Faitakis

Bibliografia


Testi di riferimento alla domanda Sul micro-fascismo
Wu Ming, Yet another right-wing cult coming from Italy, via Wu Ming blog.
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo - Einaudi, 2002 
Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille Piani, Castelvecchi, 2010 
Gilles Deleuze, L’isola deserta e altri scritti, Einaudi, 2007 (cfr. pg. 269, 'Gli Intellettuali e il Potere', conversazione con Michel Foucault del 4 marzo 1972) “Questo sistema in cui viviamo non può sopportare nulla: di qui la sua radicale fragilità in ogni punto e nello stesso tempo la sua forza complessiva di repressione” (intervista a Deleuze e Foucault, pg. 264)

Testi di riferimento alla domanda Sulla Crisi
Slavoj Zizek, First as Tragedy, then as Farce. Verso, Uk, 2009 (pg. 17) 

Testi di riferimento alla domanda Sul popolo che manca
Mario Tronti, 'C’è populismo perché non c’è popolo', in Democrazia e Diritto, n.3-4/2010. 
Paul Klee, Diari 1898-1918. La vita, la pittura, l’amore: un maestro del Novecento si racconta - Net, 2004 
Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Millepiani (in '1837. Sul Ritornello' pg. 412-413)

Testi di riferimento alla domanda Sul controllo
Jacques Ranciere, Disagreement. Politics and Philosophy, UMP, Usa, 2004
Gilles Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Ita, 2000 (pg. 234, 'Poscritto sulle società di controllo') 
Saul Newman, 'Politics in the Age of Control', in Deleuze and New Technology, Mark Poster and David Savat, Edinburgh University Press, Uk, 2009, pp. 104-122. 

Testi di riferimento alla domanda Sulla googlizzazione della politica
Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967 - II sezione - Merce come spettacolo, tesi 42,43,44 e seguenti fino alla 53. 
Matteo Pasquinelli Google's Pagerank Algorithm, http://matteopasquinelli.com/docs/Pasquinelli_PageRank.pdf 
Nicholas Carr, The Big Switch: Rewiring the World, from Edison to Google (New York: W.W. Norton, 2008) 

Testi di riferimento alla domanda Sul populismo digitale e sul capitalismo affettivo
Tony D. Sampson, Virality, UMP, 2012
Michel Foucault, Security, Territory and Population, Palgrave and Macmillan, 2009 
Michel Foucault, Society Must be Defended: Lectures at the Collège de France 1975—76, Saint Martin Press, 2003

14.9.13

Jussi Parikka's Interview on Crowd, Power and Post-Democracy in the 21st Century


Jussi Parikka's interview on digital populism and recent European political phenomena, held on 21st May 2013 with the author of this blog and of Obsolete CapitalismThe next interview with Saul Newman will be published Saturday 21st September 2013.



 EDIT: We collected Parikka's interview in this PDF fileAll interviews on digital populism - in English language - are collected into a single file HERE.

Crowd, Power and Post-democracy in the 21st Century


'Rural fascism and city or neighborhood fascism, youth fascism and war veteran's fascism... fascism of the couple, family, school, and office. Only the micro-fascism can answer the global question: "why does desire long for its repression? how can it desires its very own repression?"'
— Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, A thousand plateaus, pg.271
    On the micro-fascism
    OC Let us start from the analysis Wu Ming set out in their brief essay Grillismo: Yet another right-wing cult coming from Italy and which interprets Grillo’s Five Star Movement as a new authoritarian right-wing faction. Why did the desire for change of much of the electorate long once again for its very repression? We seem to witness the re-affirmation of Wilhelm Reich’s thought: at a given moment in history the masses wanted fascism. The masses have not been deceived: they have understood very well the danger of authoritarianism; but they have voted it anyway. Even more worrying is that the authoritarian Berlusconi's Freedom People (PDL) and Grillo’s Five Star Movement (M5S) conquer more than half of the Italian electorate together. A very similar situation arose in the UK in May 2013, with the UKIP’s exploit in the latest local elections. Why and in what measure are the toxins of authoritarianism and micro-fascism present in contemporary European society?
JP I think you already describe the situation partly in your question: gradually over the past couple of years we have seen a range of odd fluctuations across Europe. The recent surge in popularity of the right wing UKIP in the UK was preceded by the short feeling of power by the liberal party pulled to the government by the Conservatives. UK politics has long time suffered from a severe feeling of stagnancy of the bi-polar system, so a lot of these fluctuations can be explained by people trying out, experimenting, sometimes in very unfortunate ways. But on a more structural, Europe-wide level the authoritarian parties of fear have taken a too strong grip already. They range from the miserable situation in Hungary which has been neglected probably because of the South European crisis, but whose fascist policies are among the most scary in Europe to the “Finns” party in Finland whose protest party position might even stabilize. And it’s not only the parties which express this weird mood of micro-fascism: for instance in various countries, and again not least in Finland, there are pockets of groups aggressively campaigning against feminism, for “men’s rights” and in general, a return to such gender and sexual politics that I see as scary as the racist powers emerging. 

Hence, there is a need for an analysis of affect in the midst of the economic crisis. We should take seriously the ideas of Gabriel Tarde concerning the affective constitution of economics, and consider in what ways are these different destructive affects mobilized, which relate to our sense of the social (the pathology of we-ness through its exclusive qualities, the Schmittian condition that persists) and its variations across our capacities for cognitive and affective evaluation of the crisis.

For the social democrat left in Europe it is a matter of coming up with a convincing narrative and task in the post-industrial mode of production. They have failed , despite such attempts as the creative industries New Labour. Instead, they have been branded more or less as advocates of a flimsy “globalization” which either bears the risk of meaning nothing or supporting the exploitation of workers and ecological resources on a global scale. They have been rather without solutions to the debt crisis, and incapable of resisting to the emergence of new nationalisms. Hollande’s vision for France is having major hiccups, which reflects as part of the general mood across Europe. What the conservative right is afraid of is losing votes to the extreme forces, and hence they are equipping themselves towards that pool of voters.
    1919, 1933, 2013. On the crisis
    OC In 2008 Slavoj Zizek said that when the normal run of things is traumatically interrupted, the field is open for a ‘discursive’ ideological competition. In Germany in the early 1930s Hitler won the competition to determine which narrative would explain the reasons for the crisis of the Weimar Republic — the Jewish conspiracy and the corruption of political parties. Zizek ends his reflection by stating that the expectations of the radical left to get scope for action and gain consent may be deceptive as populist or racist formations will prevail: the Greek Golden Dawn, the Hungarian Fidesz, the French Front National, the UK Independence Party are examples. Italy has had farcical groups such as the Lega Nord or the recent Five Star Movement, a bizarre rassemblement that seems to combine Reverend Jones People's Temple with Syriza, or ‘revolutionary boyscoutism’ with the disciplinarism of the societies of control. How can one escape the crisis? What discursive, possibly-winning narratives should be developed? Are the typically Anglo-Saxon neo-Keynesian politics an answer or, on the countrary, is it the new authoritarian populism that will prevail?

JP We need to be able to even evaluate and consider what is the crisis. First question would be: is there a traumatic interruption, or actually is this the trauma that has consistently persisted? In other words, does our political evaluation of the situation start from an assumption of establishment of new sovereign powers of interruption in which the crisis expresses itself, and reaches out to new political powers of destructive kind emerging – or whether there is a low level background hum that characterises this crisis?

In what sense do we need to be able to evaluate the various but coalescing temporal levels of this crisis? Partly this might have to do with the cynical international politics sparked off by post 9/11 which we can perceive across various social scales: securitization of the street level to international operations of war and new technologies such as drones. But as much we need to be aware of the low level hum: not only opposing things like the drones or our government participation and deployment of such killing machines at a distance – but the more systematic violence through lack of water, food and for instance the ecological problems.

It relates to the slow sedimentation of new procedures of technologised security entangled with particular economic, financial measures: the double face of violence that has attacked us the past 10-15 years, from the violence of the military and the police to the violence of economic austerity, which indirectly links to massive amount of physical and mental casualties. I am not sure if we should just focus on the emergence of right wing parties and their popularity, but the push and pull of the established powers who have been instrumental in establishment of the certain grim military-economic situation we are in, as well as the willingness of those established powers to give way to the extreme movements. It seems that the Tories in the UK have no problems in now taking UKIP seriously as one political party among others, it seems that the ‘True Finns” populist voices are becoming embedded as the normal state of things in Finland, and similarly, the other examples are becoming normalised. It is the normal we should be worried about!

But it is not about escaping the crisis, but engaging with it. As mentioned above, we need to understand the various links between mobilisation of affects with the current financial schemes and the crisis, as well as the wider public sector crisis. The universities are less and less available as the places where we come up with the analysis and cognitive  as well as affective coordination of powers of resistance. The management of the corporate universities are willing to spend less and less on such disciplines where this work happens. Instead, universities are becoming increasingly places of management and business studies and watered down creative hubs. Academics turn into entrepreneurs and managers of their own careers. This does not mean that we are raising our hands, but just that we need to be able to think what are the forums where to develop our own, positive crisis. 

Indeed, I agree with a range of voices that for instance Rosi Braidotti summons in her new book The Posthuman (Polity, 2013). She reminds of the postcolonial and feminist theorists who continue to insist the possibility of thinking Europe in terms of difference: not the project of fortress Europe but one of transnational flows, migrancy, hybrid identities in language, sexuality and other modalities of subjectivity. We should not forget this legacy and remember what multiplicity there lies in a different sort of Europe already existing now too. Just take a normal bus in London, down from Archway towards Kings Cross, look at the people around you, and you know what I mean.

    On the missing people
    OC Mario Tronti states that ‘there is populism because there is no people.’ That of the people is an enduring theme which Tronti disclaims in a very Italian way: ‘the great political forces use to stand firmly on the popular components of the social history: the Catholic populism, the socialist tradition, the diversity in communism. Since there was the people, there was no populism.’ Paul Klee often complained that even in historical artistic avant-gardes ‘it was people who lacked.’ However the radical critique to populism has led to important results: the birth of a mature democracy in America; the rise of the theory and the practice of revolution in the Tsarist Empire, a country plagued by the contradictions of a capitalist development in an underdeveloped territory (Lenin and the bolshevism). Tronti carries on in his tranchant analysis of the Italian and European backgrounds: ‘In today's populism, there is no people and there is no prince. It is necessary to beat populism because it obscures the relations of power.’ Through its economic-mediatic-judicial apparatuses, neopopulism constantly shapes “trust-worthy people” similar to the "customers portfolio" of the branded world of neoliberal economy: Berlusconi’s “people” have been following the deeds of Arcore’s Sultan for twenty years; Grillo’s followers are adopting similar all-encompassing identifying processes, giving birth to the more confused impulses of the Italian social strata. With institutional fragility, fluctuating sovereignties and the oblivion of left-wing dogmas (class, status, conflict, solidarity, equality) how can we form people today? Is it possible to reinvent anti-authoritarian people? Is it only the people or also the politics itself to lack?
JP It is one thing to ask if what we mean by politics is somewhat inadequate than to claim that there is no politics. People’s frustration with political parties whether in the US or for instance Europe is nothing new. But that does not mean that politics would have disappeared, or more accurately: we need to be aware of the range of practices that are not necessarily “politics” but rather significant for a range of measures, also for summoning a “people to come”. So yes, beyond the focus of representational politics or even identity politics there are a lot of groupings, which bring people together and formulate such communities in formation. It comes often in bursts, and not all of it is perhaps “productive” from the perspective of established politics. For instance UK has had a fair range of events the past years, from student demonstrations to the riots in 2011. There might not be an overarching explanation of what they “meant” politically but we need to understand what happens on the ground, on affective levels, on levels what Tarde would call imitational, and what produces attachments and detachments. 

We definitely need more anti-authoritarian attachments that bring a different set of alliances as part of our reality. What is interesting is that also the established parties, like the Tories, tried to reinvent the citizenship power with their rhetorics of empowerment from below: the big society. Such cynical appropriations are reflecting some of the ideas we find politically progressive like local organization. 

Otherwise, I don’t think we should restrict ourselves with the language of “lack” like there would be an ideal sense of the political waiting for us to fulfill it. I think we need an ethical stance to the questions at hand, but also what recognizes the difficulties of everyday life. That stance steers clear of moralism and tries to cultivate new possibilities and ways of living. At the moment, we are going against a wall, too fast, on so many fronts from everyday life in Europe to the ecological implications of current modes of production and consumption. It will be around a range of questions on that axis that our new alliances are getting born. 

I am not sure if I am happy to discard questions of class – or for instance the possibilities of solidarity – as left-wing dogma. There is much more to be said and understood relating to the political economy of contemporary capitalism, and a lot of which testifies to persistence of class positions even if not always in traditional ways.
    On Control
    OC In Postscript on the Societies of Control, published in 1990, Gilles Deleuze states that, thanks to the illuminating analyses of Michel Foucault, a new diagnosis of contemporary Western society emerges. Deleuze's analysis is as follows: control societies have replaced disciplinary societies at the beginning of the twentieth century. He writes that ‘marketing is now the instrument of social control and it forms the impudent breed of our masters.’ Let us evaluate who stands beyond two very successful electoral adventures such as Forza Italia (Berlusconi’s first party) and M5S: respectively Publitalia 80 owned by Marcello Dell'Utri and Casaleggio Asssociati owned by Gianroberto Casaleggio. The incontrovertible fact that two marketing companies stand out reinforces Deleuze’s analysis. Mechanisms of control, media events such as exit polls and infinite surveys, im/penetrable databases, data as commodities, continuous spin doctoring, influencers that lead consensus on the net, opaque bots, digital squads, dominant echo-chambering. Evil media. These are the determinations of post-ideological (post-democratic?) neoliberalism. The misery of the new control techniques competes only with that of the glass house of gri%ina transparency (web-control, of course). Jacques Ranciere says we live in the epoch of post- politics: how can we get out of the neo-liberal cage and free ourselves from the ideological consensus of its electoral products? What will the reconfiguration of left-wing politics be after the exhaustion of Marxist hegemony?

JP I think there are several different questions there, and I will focus only on the question of control. For me, the relevancy of Deleuze’s short text is in how it points a move from exclusively architectures of human bodies (Foucauldian analysis of discipline) to the modulation and control of nonhuman bodies too: for instance algorithms and circuits.  Marketing is of course one form of governance of bodies, and circuiting them not only on architectural, external behavioral ways but on affective and cerebral too. Marketing creates milieus of behavior and feeling that are also affective. Such are however not completely new in terms of politics, but more of a phenomenon of 20th century: polls and advertising, moods and crowd management on affective levels are what characterizes the emergence of mediatic states of politics-becoming-marketing.
    On the Googlization of politics; the financial side of digi-populism
    OC The first decade of the 21st century has been characterized by the rise of neo-capitalism, referred to as cognitive; in this context a company like Google has established itself as the perfect synthesis of web-business as it does not compensate, if not in a small part, the content-carriers it lists. In Italy, following the electoral success of the Five Stars Movement we witnessed a mutation of the typical prosumer of social networks: the new figure of the “prosumer-voter” was in fact born on Grillo’s blog - being essentially the one and only channel of information of the movement. The blog is a commercial activity and the high number of contacts and daily access has steadily increased in the last year. This digital militancy produces incomes both in the form of advertising and online sales of products such as DVDs, books and other material associated with the movement. All of this leads to the risk of googlization of politic whereby the modes of financing political activity radically change because of the "network surplus-value" - an expression coined by the researcher Matteo Pasquinelli to define that portion of incomes extracted from the practices of the web prosumers. Having said this, are we about to witness a shift of the financial paradigm applied to politics? Will the fundings from powerful lobbies or the general public be replaced by micro-donations via web (in the style of Obama’s) and by the exploitation of the prosumer-voters? And if so, will the dominant 'googlization of politics' involve any particular risks?

JP The reason why Obama was able to mobilize such a broad “grassroot level” system was of course linked to the existence of already political structures. It was not just invented from nothing, like a political miracle. Of course, there is much there that made the case interesting but as a reform of politics, it fails.  I think Evgeni Morozov points out in his new book good arguments about the phenomenon of crowdsourced politics as well as funding, and its problems: that it does not automatically mean any better governmental policies but even at times the risk of focus on rather secondary matters in a world which needs issues like the Middle Eastern crisis, the ecological crisis and the debt crisis to be solved! Morozov’s case studies range from the U.S. to the European Pirate Parties, especially the Germany case, and the failure to live up to any more sustained goals.

On another front we need to remember Jodi Dean’s analysis of the communicative capitalism. The conflation of democratic ideals with the rhetorics of new technological platforms from Google to Facebook is a tempting prospect that for sure is on the advertising agenda of Silicon Valley companies. However, it also leads into a weird economic arrangement as well as dependency on those proprietary platforms. Freedom, communication and the intelligence of the crowds – direct democracy – are such lovely aims that no-one expect a horrible dictator would dare to object but at the same time the actual technologies and techniques that sustain those ideals are more complex. 

Prosumer-voters hints of what is the issue: there is still a reference to the consumerist aspect of it, where politics is perhaps one form of online shopping. There is a lot of work in creating, sustaining and driving topics on the public agenda of politics and this is where the aspects of labour invested should be counted. In terms of finance, crowdfunding does not remove the fact that lobbying power remains with certain key stakeholders, as well as the biggest purses.

    On digital populism, on affective capitalism
    OC James Ballard once said that after the religions of the Book we should expect those of the Web. Some claim that, in fact, a first techno-religion already exists in the form of Affective Capitalism whose technological and communicative characteristics mirror those of network cultures. This notion of a secularized cult can be traced back to Walter Benjamin's thought but is enriched by a very contemporary mix of affective manipulation techniques, politics of neo-liberalism and political practices 2.0. The rise of the Five Star Movement is the first successful example of italian digital populism; Obama’s campaign in the U.S.A. has witnessed an evolution of micro-targeting techniques - customized political offers via the web. The new frontier of both medical and economic research is producing a disturbing convergence of evolving ‘fields of knowledges’: control theories, neuro-economics and neuro-marketing. In 1976, in the optic of the ‘war-repression’ schema, Foucault entitled his course at the Collège de France ‘Society must be defended’. Now, faced with the general friability of all of us, how can we defend ourselves from the impact of affective capitalism and its digital practices? Can we put forward a differential, local knowledge which, as Foucault said, ‘owes its force only to the harshness with which it is opposed by everything surrounding it’?

JP I don’t know if this is a case of rescue – there won’t be a god or a cybernetic apparatus to rescue us. It is more about intelligent, historical and productive analyses of the situations in which our cognitive and affective capacities are constantly being harnessed as part of value creation, militaristic politics and policies of self-mutilation, like austerity. Affective capitalism is not so much an entity to be resisted, as it is an apparatus of capture, as Deleuze and Guattari defined it. Indeed, it is in this sense a logic of power, or an abstract machine, for cultivation and capture of affective worlds. This does not mean the need to retract from affects, but cultivate more of them: joyous affects, as the Deleuzian Spinozists often call them! 

One of the central questions for network activism seems to be this one about engagement and affect: do we refrain from involvement in such spheres of communicative capitalism, or do we engage head on, immanently on the level of subject topics, platforms, and exactly the mechanisms where capture happens? Does one leave Facebook or build resistance and a voice inside it? Either way, we have to engage with questions of affect and communication, but also of the non-semiotic regimes of communication: algorithms. Such platforms are never merely about the level of our everyday engagement but create the second level of data on which it does not matter if your message is anti-capitalist or just celebration of friend’s hipster photographs that were Instagrammed. 

In other words, we need to continue the notion of “affect” beyond human bodies to that of other sorts of relations that sustain the modes of posthuman subjectivity. I am here again thinking with Braidotti: that the current modes of subjectivity need to be understood as crossroads between a variety of forces human and non-human, of planetary dimensions including ecology and geology, but also the algorithmic and other sorts of affordances for the digital me. Any analysis of cognitive capitalism has to get specific about the technologies and techniques where exploitation happens: not only the street, but the algorithmic too.



Jussi Parikka
, Finnish, is Reader in Media & Design at University of Southampton and is a well-known theorist of New Media at an international level. He is Adjunct Professor of Digital Culture Theory at University of Turku in Finland. Among his recent publications are: 'What is Media Archaeology?' (Polity: Cambridge, 2012); 'Insect Media: An Archaeology of Animals and Technology' (University of Minnesota Press: Minneapolis, 2010) Posthumanities-series, 'Digital Contagions. A Media Archaeology of Computer Viruses' (Peter Lang: New York, 2007); and (with Erkki Huhtamo) 'Media Archaeology: Approaches, Applications, and Implications' (University of California Press, Los Angeles, 2011). He blogs at jussiparikka.net

Painting: Stelios Faitakis