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30.1.13

Krisis | Orientation




Krisis is a publication that aims to provide a critical research in the fields of design, arts, communication and contemporary languages. The project is developed by Unità di Crisi, a research unit composed by communication designer, theorists and teachers, focused on the phenomenon of the global and permanent crisis. Its underlying aim is to suggest a reflection about different aspects of the permanent crisis and about the responsibilities which come from operating as designer, that is to say as the ones who shape things, both material and immaterial, within the contemporary scenario.

Krisis has adopted the form of an archive: in other words a folder containing contributions, projects, interviews, and research. In this way every issue acts as an archive for each individual emergency dealt with, in order to create an itinerary and a discussion between heterogeneous and multiform elements. The sense of this approach is to create new constellations of meanings, starting from a multitude of particular elements, in such a way as to offer new perspectives and interpretations. Krisis Magazine forthcoming issue is called Krisis | Orientation.

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Also, check out the Archive of Disorientation.

18.8.12

Il capitalismo è una religione, la più implacabile mai esistita. Intervista a Giorgio Agamben di Giuseppe Savà @ La Sicilia, 15 agosto 2012


Scicli - E’ uno dei più grandi filosofi viventi. Amico di Pasolini e di Heidegger, Giorgio Agamben è stato definito dal Times e da Le Monde una delle dieci teste pensanti più importanti al mondo. Per il secondo anno consecutivo ha trascorso un lungo periodo di vacanza a Scicli, concedendo una intervista a Peppe Savà. 

Il governo Monti invoca la crisi e lo stato di necessità, e sembra essere la sola via di uscita sia dalla catastrofe finanziaria che dalle forme indecenti che il potere aveva assunto in Italia; la chiamata di Monti era la sola via di uscita o potrebbe piuttosto fornire il pretesto per imporre una seria limitazione alle libertà democratiche?

“Crisi” e “economia”  non sono oggi usati come  concetti, ma come parole d’ordine, che servono a imporre e a far accettare   delle misure e delle restrizioni che la gente non ha alcun motivo di accettare. “Crisi” significa oggi soltanto “devi obbedire!”. Credo che sia evidente per tutti che la cosiddetta “crisi”  dura ormai  da decenni e  non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo  nel nostro tempo. Ed è un funzionamento che non ha nulla di razionale.
Per capire quel che sta succedendo, occorre prendere alla lettera l’idea di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità,  una religione e la più feroce, implacabile e irrazionale religione che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua. Essa celebra un culto ininterrotto la cui liturgia è il lavoro e il cui oggetto è il denaro. Dio non è morto, è diventato Denaro. La Banca –coi suoi grigi funzionari ed esperti- ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e , governando il credito (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità), manipola e gestisce la fede –la scarsa, incerta fiducia- che il nostro tempo ha ancora in se stesso. Del resto, che  il capitalismo sia oggi una religione, nulla lo mostra meglio del titolo di un  grande giornale nazionale qualche giorno fa: “salvare l’Euro a qualsiasi costo”. Già “salvare” è  un concetto religioso, ma che significa quell’ “a qualsiasi costo”?  Anche a prezzo di “sacrificare” delle vite umane? Solo in una prospettiva religiosa (o, meglio, pseudoreligiosa) si possono fare delle affermazioni così palesemente assurde e inumane.

La crisi economica che minaccia di travolgere buona parte degli Stati europei è riconducibile alla condizione di crisi di tutta la modernità?

La crisi che l’Europa sta attraversando non è soltanto un problema economico, come si vorrebbe far credere, è innanzi tutto una crisi del rapporto col passato. La conoscenza del passato  è la sola via di accesso al presente. E’ cercando di comprendere il presente, che gli uomini -almeno noi uomini europei- ci troviamo costretti a interrogare il passato. Ho precisato “noi europei”, perché mi sembra che, ammesso che la parola “Europa” abbia un senso, esso, com’ è oggi evidente,  non può essere né politico, né religioso e tanto meno economico, ma consiste forse in questo, che l’uomo europeo –a differenza, ad esempio, degli asiatici e degli americani, per i quali la storia e il passato hanno un significato completamente diverso- può accedere alla sua verità solo attraverso un confronto col passato, solo facendo i conti con la sua storia. Il passato non è, cioè, soltanto un patrimonio di beni e di tradizioni, di memorie e di saperi, ma anche e innanzitutto una componente antropologica essenziale dell’uomo europeo, che può accedere  al presente solo  guardando a ciò che di volta in volta egli è stato. Di qui il rapporto speciale che i paesi europei (l’Italia, anzi la Sicilia è, da questo punto di vista, esemplare) ha con le sue città, con le sue opere d’arte, col suo paesaggio: non si tratta di conservare dei beni più o meno preziosi, ma comunque esteriori e disponibili: in questione è la realtà stessa dell’Europa, la sua indisponibile sopravvivenza. Per questo distruggendo col cemento, le autostrade e  l’Alta Velocità  il  paesaggio italiano, gli speculatori non ci privano soltanto di un bene, ma distruggono la nostra stessa identità. La stessa dicitura “beni culturali” è ingannevole, perché suggerisce che si tratti di beni fra gli altri, che possono essere sfruttati economicamente e magari venduti, come se si potesse liquidare e mettere in vendita la propria identità.
Molti anni fa, un filosofo che era anche un alto funzionario dell’Europa nascente, Alexandre Kojève, sosteneva che l’homo sapiens era giunto alla fine della sua storia e non aveva ormai davanti a sé che due possibilità: l’accesso a un’animalità poststorica (incarnato dall’american way of life) o lo snobismo (incarnato dai giapponesi, che continuavano a celebrare le loro cerimonie del tè, svuotate, però, da ogni significato storico). Tra un’America integralmente rianimalizzata e un Giappone che si mantiene umano solo a patto di rinunciare a ogni contenuto storico, l’Europa potrebbe offrire l’alternativa di una cultura  che resta  umana e vitale anche dopo la fine della storia, perché è capace di confrontarsi con la sua stessa storia nella sua totalità e di attingere da questo confronto una nuova vita.

La sua opera più nota, Homo Sacer, indaga il rapporto tra potere politico e nuda vita e evidenzia le difficoltà presenti nei due termini, qual è il punto di mediazione possibile tra i due poli?

Quel che le mie ricerche hanno mostrato è che il potere sovrano si fonda fin dall’inizio sulla separazione fra nuda vita (la vita biologica, che in Grecia, aveva il suoi luogo nella casa) e vita politicamente qualificata (che aveva il suo luogo nella città). La nuda vita viene esclusa dalla politica e, nello stesso tempo, inclusa e catturata attraverso la sua esclusione. In questo senso, la nuda vita è il fondamento negativo del potere. Questa separazione raggiunge la sua forma estrema nella biopolitica moderna, in cui la cura e la decisione sulla nuda vita diventano la posta in gioco della politica. Quel che è avvenuto negli stati totalitari dl novecento, è che è  il potere (sia pure nella forma della scienza) a decidere in ultima analisi che cosa è una vita umana e che cosa non lo è. Contro questo, occorre pensare una politica delle forme di vita, cioè di una vita che non sia mai separabile dalla sua forma, che non sia mai nuda vita.

Il fastidio, per usare un eufemismo, col quale l'uomo comune si pone di fronte al mondo della politica è legata alla specifica condizione italiana o è in qualche modo inevitabile?

 Credo che siamo oggi di fronte a un fenomeno nuovo che va al di là del disincanto e della diffidenza reciproca fra i cittadini e il potere e che riguarda l’intero pianeta. Quel che sta avvenendo è una trasformazione radicale delle categorie con cui eravamo abituati a pensare la politica. Il nuovo ordine  del potere mondiale si fonda su un modello di governamentalità che si definisce democratica, ma che non ha nulla a che fare con ciò che questo termine significava ad Atene. Che questo modello sia, dal punto di vista del potere, più economico e funzionale  è provato dal fatto che è stato adottato anche da quei regimi che fino a pochi anni fa erano dittature. E’ più semplice manipolare l’opinione della gente attraverso i medi e la televisione che dover imporre ogni volta le proprie decisioni con la violenza.  Le forme della politica che noi conosciamo –lo stato nazionale, la sovranità, la partecipazione democratica,i partiti politici, il diritto internazionale- sono ormai giunte alla fine della loro storia. Esse rimangono in vita come forme vuote, ma  la politica ha oggi la forma di una “economia”, cioè di un governo delle cose e degli uomini. Il compito che ci attende è dunque pensare integralmente da capo ciò che abbiamo finora definito coll’espressione, del resto in sé poco chiara, “vita politica”.

Lo Stato di Eccezione che lei ha connesso al concetto di sovranità oggi pare assumere il carattere di normalità, ma i cittadini rimangono smarriti dinanzi all'incertezza nella quale vivono quotidianamente, è possibile attenuare questa sensazione?

Noi viviamo da decenni in uno stato d’ eccezione che è diventato la regola, proprio come nell’economia la crisi è la condizione normale.Lo stato di eccezione- che dovrebbe essere sempre limitato nel tempo- è oggi invece il modello normale di governo e questo  proprio negli stati che si dicono democratici. Pochi sanno che le norme introdotte in materia di sicurezza dopo l’11 settembre (in Italia si era cominciato già a partire dagli anni di piombo) sono peggiori di quelle che vigevano sotto il fascismo. E i crimini contro l’umanità commessi durante il nazismo sono stati resi possibili proprio dal fatto che Hitler, appena assunto il potere, aveva proclamato uno stato di eccezione che non è mai stato revocato. Ed egli non aveva certo le possibilità di controllo (dati biometrici, telecamere, cellulari, carte di credito) proprie degli stati contemporanei. Si direbbe che oggi lo Stato consideri ogni cittadino come un terrorista virtuale. Questo non può che deteriorare e rendere impossibile quella partecipazione alla politica che dovrebbe definire la democrazia. Una città le cui piazze e le cui strade sono controllate da telecamere non è più un luogo pubblico: è una prigione.


La grande autorevolezza che tanti riconoscono a studiosi che come lei indagano la natura del potere politico può farci sperare che, per dirla banalmente, il futuro sia migliore del presente?

Ottimismo e pessimismo non sono categorie utili per pensare .Come scriveva Marx in una lettera a Ruge, “la situazione disperata dell’epoca in cui vivo, mi riempie di speranza”.


Possiamo porle una domanda sulla lectio che lei ha tenuto a Scicli? Qualcuno ha letto la conclusione che riguarda Piero Guccione come un omaggio ad una amicizia radicata nel tempo, altri vi hanno visto una sua indicazione su come uscire dallo scacco nel quale l'arte contemporanea sembra incatenata.

Certo si trattava di un omaggio a Piero Guccione e a Scicli, una piccola città in cui risiedono alcuni fra i più importanti pittori viventi. La situazione dell’arte oggi è forse il luogo esemplare per comprendere la crisi nel rapporto col passato di cui abbiamo parlato. Il solo luogo in cui il passato può vivere è il presente e se il presente non sente più il proprio passato come vivo,  il museo e l’arte, che di quel passato è la figura eminente, diventano luoghi problematici. In una società che non sa più che cosa fare del suo passato, l’arte si trova stretta fra la Scilli del museo e la Cariddi della mercificazione. E spesso, come in quei templi dell’assurdo che sono i musei di arte contemporanea, le due cose coincidono.  Duchamp è stato forse il primo a accorgersi del vicolo cieco in cui l’arte si era chiusa. Che cosa fa Duchamp quando inventa il ready-made?  Egli prende un  qualsiasi oggetto d’uso, per esempio un orinatoio, e, introducendolo in un museo, lo forza a presentarsi come un’opera d’arte. Naturalmente –tranne che per il breve istante che dura l’effetto dell’estraneazione e della sorpresa- in realtà nulla viene qui alla presenza: non l’opera, perché si tratta di un oggetto d’uso qualsiasi prodotto industrialmente, né l’operazione artistica, perché non vi è in alcun modo poiesis, produzione – e nemmeno l’artista, perché colui che sigla con un ironico nome falso l’orinatoio non agisce come artista, ma, semmai, come filosofo o critico o, come amava dire Duchamp, come “uno che respira”, un semplice vivente. In ogni caso è certo che egli non intendeva produrre un’opera d’arte, ma  sbloccare la via dell’arte,  chiusa fra il museo e la mercificazione. Come sapete, quel che invece è avvenuto è che una congrega, purtroppo tuttora attiva, di abili speculatori e di gonzi ha trasformato il  ready-made in opera d’arte. E la cosiddetta arte contemporanea non fa che ripetere il gesto di Duchamp, riempiendo di non-opere e di performances dei musei, che non sono altro che organi del mercato, destinati ad accelerare la circolazione di merci, che, come il denaro, hanno ormai raggiunto lo stato della liquidità e vogliono tuttavia ancora valere come opere. Questa è la contraddizione dell’arte contemporanea: abolire l’opera e insieme pretenderne il prezzo.

1.7.12

A unified Italy? Sovereign debt and investor scepticism - Stéphanie Collet (Job Market Paper, Eu, 2012)




Abstract
This paper provides an empirical study of sovereign debt integration and analyses the evolution of sovereign debt prices when several countries merge to become a “unified country”, or when the probability of such an event exists. Based on an original database of pre-Italian Bonds, this paper shows the impact of Italy’s unification on the bond prices. Italy’s unification was a long lasting process. The analysis shows that prior to the unification in 1862, the bonds issued by the future parts of the kingdom reacted in an idiosyncratic way. Around the sovereign debt integration, the paper highlights a large risk increase for low-yields bonds. Using a break point analysis and a Bayesian Dynamic Factor Model, the paper proves that until late 1860s the financial market did not believe in Italy’s Unification.

Keywords: State Succession, Unification, Financial History, Sovereign debt, Italy


Introduction
Sovereign bonds have singular characteristics (Eaton and Fernandez, 1995; Shleifer, 2003). On one hand, given the official nature of the issuer, sovereign obligations are often considered as risk free assets. Indeed, the State, being entitled to raise taxes and to issue currency, cannot, in theory, go bankrupt. On the other hand, the real capacity of investors to force reimbursement is extremely limited. A sovereign State can unilaterally decide not to repay its debt, leaving the investors without any legal recourse. Understanding the implications of this paradoxical situation represents one of the main challenges of this topic (Eaton and Fernandez, 1995). Regarding the State’s capacity to repay, the literature has tried to identify the macro-economic (Manasse et al., 2003), the historical (Eichengreen et al., 2003; Reinhart et al., 2003) and the institutional and political causes of default (Kohlscheen, 2004; Van Rijckhegem and Weder, 2004). Academic literature has further investigated the motivations of the States to repay (Bulow and Rogoff, 1989; Mitchener and Weidenmier, 2004 and 2005; Tomz, 2007).





Recent papers have attempted to determine the impact of certain events on sovereign bonds’ expected rates of return. The well-known example of an event which disturbs the course of government bonds is war. Indeed, when a war breaks out, bond prices often experience sharp changes. The impact of various war-related events has been analysed for the American Civil War (Willard et al., 1996; Weidenmier, 2002; Oosterlinck and Weidenmier, 2007), for the Second World War (Frey and Kucher, 2000; Waldenström and Frey, 2004) and for the Russian revolution (Landon- Lane and Oosterlinck, 2006). For more peaceful periods, the reactions of bond prices following political changes have also been scrutinized. For instance, the effects on bond prices differ between democracies and autocracies (McGillivray and Smith, 2003; Dhillon and Sjostrom, 2009). As defaults might be linked with the political turnover (Saiegh, 2004; Bordo and Oosterlinck, 2005; Saiegh, 2005), political changes can impact sovereign bond prices. The reaction of financial markets in the case of an annexation has been investigated for the Texan (Burdekin, 2006) and Hawaiian (Burdekin and Laney, 2008) debts. The later paper finds a turning point in Hawaii’s debt related to its annexation one week after the annexation vote in the Senate.



Similar to annexation, another event can disturb sovereign bond markets: state unification. This paper focuses on the implications for state bonds of a country which faces a unification “risk”. The sovereign debts of the old entities are likely to be integrated. The study will detail the evolution of sovereign debt prices when a country unifies (or when such a probability exists) and investigates the sovereign debt integration. Puzzlingly, in spite of the importance of the amounts involved, there has been little investigation on the financial impact of a state‘s unification. Since international law requires continuity of rights and obligations, sovereign bonds would normally be carried over to the new country. However, exceptions such as war debt exist. The impact of state unification and sovereign debt integration has a contemporary echo and is regularly evoked in European debt debates.
This paper investigates Italy’s unification in the 19th century to study how the sovereign debts reacted to the progressive unification of the States (1848-1870) and sovereign debt integration (1862-1863). The choice of Italy is based on its unique unification history. Italy resulted from the unification of seven entities which took place gradually. Conte et al. (2003) also selected Italy to analyse the monetary unification (1862-1905) arising after the sovereign debt integration by focusing on prices of the integrated sovereign debt across regional stock exchanges. Italy’s unification is outstanding for academic purposes because each entity has its own bond premium and own history with events unrelated to the other entities. Up till the middle of the 19th century Italy was made up of different independent nations. Moreover, since the unification of Italy was carried out gradually, only the debts of the territory about to be attached were impacted. Italian unification integrated all those individual sovereign debts. This offers an opportunity to investigate the financial impact of sovereign debt integration.


The rest of the paper is organised as follows. Section 1 outlines a brief historical context leading to Italian unification and the associated pre-Italy sovereign debt. Section 2 focuses on the sovereign debt integration leading to the first Italian sovereign debt. Section 3 presents the data and the econometric methodology while Section 4 provides the main results and concludes. Section 5 draw parallels with the European sovereign debt issues. (...)


Stéphanie Collet: she works @ Université Libre de Bruxelles, SBS-EM, 50 av. Roosevelt, CP 114/03, 1050 Brussels, Belgium, scollet@ulb.ac.be.

29.11.11

16.11.2011 Robert Kurz - Vies et mort du capitalisme. Chroniques de la crise (Éditions Lignes)



Le philosophe allemand Robert Kurz, principal théoricien de la critique de la valeur en Europe, propose ici son analyse de la crise financière mondiale de 2008. Selon lui, avec la troisième révolution industrielle (la microélectronique), le capitalisme atteint sa limite interne absolue. C’est à cette limite que les divers épisodes de la présente crise doivent être rapportés pour devenir intelligibles.
Le philosophe allemand Robert Kurz est le principal théoricien de la « critique de la valeur » en Europe. Rédigées avant, pendant et après la crise financière mondiale de septembre 2008, les analyses ici réunies font apparaître que depuis l’avènement de la troisième révolution industrielle (microélectronique), les recettes politiques traditionnelles de la gauche, fondées sur une lecture « classique » de Marx, ont perdu toute efficience. Dans un monde financiarisé à l’extrême, les salariés ne représentent en effet plus qu’une variable d’ajustement d’importance relativement négligeable. La finance mondiale associée à la libre fluctuation des marchés, dont l’épisode dessubprimes a récemment mis au jour l’absurdité et dont les effets ont été désastreux, n’est plus fondée en valeur d’aucune manière. Exiger le maintien des emplois existants, par exemple, tout en fustigeant les « excès » d’une finance mondiale dérégulée, c’est se rendre nostalgique d’une vision fordiste éculée, datant d’un temps où la « valeur » s’articulait encore à la production réelle, et où la monnaie mondiale (le dollar) était convertible en or. Plus grave, c’est exposer la gauche au risque de passer pour une instance de conservation davantage que d’émancipation.
La critique de Robert Kurz s’appuie sur une lecture renouvelée des thèses tardives de Marx ayant trait à la question de la valeur. Elle montre précisément de quelle façon le capitalisme aurait atteint sa « limite interne ». Mais si, comme l’affirme Anselm Jappe dans Crédit à mort, « Le capitalisme fait beaucoup plus contre lui-même que ce que tous ses adversaires réunis ont pu faire », il n’en reste pas moins, selon Robert Kurz, que sa chute ne pourra résulter que d’une mise en cause théorique radicale. En dépit de son profond délabrement et des crises de gravité croissante qu’il engendre, le capitalisme ne pourra en effet être mis à bas par la lutte de classes clairement identifiées (analyse classique ayant fait long feu), pas plus que par les tenants d’un « bien-être de frugalité » fondé sur le concept de « décroissance » ou encore par les chantres d’une prétendue « économie solidaire ».
Pour Robert Kurz, il est urgent de mener une critique théorique catégorielle du capitalisme afin de contester la validité de ses éléments structuraux : le travail abstrait, la marchandise, l’argent et l’État. « Le capitalisme n’est rien d’autre que l’accumulation d’argent comme fin en soi, et la substance de cet argent réside dans l’utilisation toujours croissante de force de travail humaine. Mais, en même temps, la concurrence entraîne une augmentation de la productivité qui rend cette force de travail de plus en plus superflue. En dépit de toutes les crises, cette contradiction interne semblait toujours surmontée via la régénération de l’absorption massive de force de travail par de nouvelles industries. Le « miracle économique  » d’après 1945 a fait de cette capacité du capitalisme un credo. Or, depuis les années 1980, la troisième révolution industrielle a entraîné un nouveau niveau de rationalisation qui a lui-même entraîné une dévalorisation de la force de travail dans des proportions encore jamais vues. La substance réelle de la valorisation du capital se dissout, sans que de nouvelles industries capables d’engendrer une véritable croissance aient vu le jour. La phase néolibérale n’a été que la tentative, d’une part, de gérer de façon répressive la crise sociale découlant de cet état de fait et, d’autre part, de créer une croissance sans substance du capital fictif par l’expansion effrénée du crédit, de l’endettement et des bulles financières sur les marchés financiers et immobiliers. »

27.11.11

Global Crises and the Crisis of Global Leadership - Cambridge University Press, October 2011 - Edited by: Stephen Gill, York University, Toronto



This groundbreaking collection on global leadership features innovative and critical perspectives by scholars from international relations, political economy, medicine, law and philosophy, from North and South. The book's novel theorization of global leadership is situated historically within the classics of modern political theory and sociology, relating it to the crisis of global capitalism today. Contributors reflect on the multiple political, economic, social, ecological and ethical crises that constitute our current global predicament. The book suggests that there is an overarching condition of global organic crisis, which shapes the political and organizational responses of the dominant global leadership and of various subaltern forces. Contributors argue that to meaningfully address the challenges of the global crisis will require far more effective, inclusive and legitimate forms of global leadership and global governance than have characterized the neoliberal era.


Table of Contents


Part I. Concepts of Global Leadership and Dominant Strategies: 1. Leaders and led in an era of global crises - Stephen Gill
2. Leadership, neoliberal governance and global economic crisis: a Gramscian analysis - Nicola Short
3. Private transnational governance and the crisis of global leadership - A. Claire Cutler
Part II. Changing Material Conditions of Existence and Global Leadership – Energy, Climate Change and Water: 
4. The crisis of petro-market civilization – the past as prologue? - Tim Di Muzio
5. Global climate change, human security, and the future of democracy - Richard A. Falk
6. The emerging global freshwater crisis and the privatization of global leadership - Hilal Elver
Part III. Global Leadership Ethics, Crises and Subaltern Forces: 7. Global leadership, ethics and global health – the search for new paradigms - Solomon R. Benatar
8. Global leadership and the Islamic world – crisis, contention and challenge - Mustapha Kamal Pasha
9. Public and insurgent reason – adjudicatory leadership in a hyper-globalizing world - Upendra Baxi
Part IV. Prospects for Alternative Forms of Global Leadership: 10. Global democratization without hierarchy or leadership? The world social forum in the capitalist world - Teivo Teivainen
11. After neoliberalism – left versus right projects of leadership in the global crisis - Ingar Solty
12. Crises, social forces and the future of global governance – implications for progressive strategy - Adam Harmes
13. Organic crisis, global leadership and progressive alternatives - Stephen Gill.

14.11.11

Daniele Besomi - Teorie delle crisi e teorie dei cicli (Teoria della crisi V)


(...) Intanto si riconobbe anche (Tooke 1823, I: IV) che le crisi tendano a presentarsi a ‘ondate’, descritte essenzialmente come alternanza di periodi di crescita dei prezzi seguiti da improvvisi e violenti cali, anziché da graduali oscillazioni rapidamente convergenti verso il livello naturale dei prezzi, come postulato dall’economia classica. Seguirono ben presto i primi tentativi di descrivere la morfologia di queste crisi ricorrenti tramite l’individuazione delle fasi attraverso cui esse passano. Le prime osservazioni in proposito si limitavano a contrapporre periodi di prosperità a periodi di difficoltà: le coppie prosperity/distress o prosperity/depression si ritrovano frequentemente nei primissimi decenni dell’Ottocento. A questo punto le fasi intermedie, i punti di svolta, non erano presi in considerazione. Nel 1837 Samuel Lloyd Jones (in seguito Lord Overstone), formulò – in un passaggio spesso citato – una descrizione del ciclo in 10 fasi: quiete, miglioramento, fiducia crescente, prosperità, eccitazione, eccesso di attività mercantile4, convulsione, panico, disagio, stagnazione e di nuovo quiete. Overstone, tuttavia, si limitò ad elencare questi stadi senza discuterli. Più articolata la caratterizzazione di Mountifort Longfield, che nel 1840 non solo rappresentò il suo ciclo di 10 fasi in forma circolare (Fig.1) ma discusse accuratamente ciascuna di esse e il passaggio da ogni fase a quella successiva. Come più tardi osservò Schumpeter, una descrizione in 10 fasi non ha una grande utilità analitica, cosicché non tardarono a farsi largo descrizioni più sintetiche. Nel 1840 l’agronomo francese Jean-Edmond Briaune distinse 3 fasi (crisi, ripresa degli affari, sviluppo commerciale (...)


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Daniele Besomi - Teorie delle crisi e teorie dei cicli (Teoria della crisi IV)


(...) La transizione tra le teorie delle crisi e le teorie dei cicli, tuttavia, avven- ne solo gradualmente, passando attraverso le teorie delle crisi ricorrenti. Ben presto si osservò, infatti, che le crisi tendono a tornare con una certa regolarità, tanto che fin dal 1793 un autore (James Currie, sotto lo pseudonimo di Jasper Wilson, 1793) azzardò una stima del periodo di ricorrenza in 5-7 anni. Analogamente, nel 1826, John Wade sostenne che le crisi ricorrono ogni 5, 7 o 9 anni, stima poi ridotta a 5–7 anni nella sua opera successiva, pubblicata nel 1833. Intanto, nel 1829, un anonimo americano (probabilmente Condy Raguet) riportava che era “opinione diffusa” che il periodo medio di queste ‘fluttuazioni’ che «si presentano e [...] si presenteranno sempre nei Paesi dove circola in abbondanza la moneta cartacea» (in contrapposizione alla moneta metallica) fosse di circa 14 anni. Dopo le crisi del 1826, 1836-39 e 1847 fu sempre più accettata l’idea che le crisi ricorressero con durata approssimativamente decennale, idea che acquisì ulteriore peso con quelle del 1857, 1866 e 1878. Nel frattempo, comunque, anche senza fare riferimento ad intervalli precisi, l’uso di espressioni come “crisi periodiche” o “crisi ricorrenti” diveniva via via più frequente, e negli anni Quaranta dell’Ottocento si cominciò a ritrovarla in documenti ufficiali. In particolare, l’idea ricorse più volte nei resoconti delle testimonianze di fronte alla House of Commons Secret Committee on Commercial Distress nel 18483. (...)

12.11.11

27.08.2011 Daniele Besomi - Crises and Cycles in Ecomic (Routledge, Uk) - Teoria della Crisi (III)


This book aims at investigating from the perspective of the major economic dictionaries the notions of economic crisis and cycles. The project consists in giving an extensive summary of a number of significant entries on this subject, with an introductory essay to each entry placing them (and the dictionary to which they belong) in their context, giving some details on the author of the dictionary entry, and assessing the entry’s (and its author’s) contribution. The broad picture (including the history of these encyclopedic tools) will be examined in the introductory essays.


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Teoria della Crisi (II) Crisis as Shock Therapy - Slavoj Zizek

Teoria della crisi (I) - Slavoj Zizek - Sulla democrazia post-costituzionale



"Anche se devo dire che il vostro Silvio Berlusconi, spesso giudicato come un guitto o un personaggio da operetta, è invece un leader politico da studiare con attenzione, perché cerca di coniugare democrazia liberale e populismo. Silvio Berlusconi sta tuttavia accelerando una tendenza presente in tutto i sistemi politici democratici. Il suo operato punta infatti a modificare l'equilibrio dei poteri - legislativo, esecutivo, giudiziario - a vantaggio dell'esecutivo, in maniera tale che sia l'esecutivo sussuma sia il potere legislativo che quello giudiziario, ma senza cancellare i diritti civili e politici. Le elezioni sono considerate solo un sondaggio sull'operato dell'esecutivo. Se Berlusconi le perde, invoca allora la sovranità popolare da lui rappresentata. La forma politica che propone è sì una miscela tra democrazia e populismo, sebbene la sua idea di democrazia sia una democrazia postcostituzionale che fa dell'invenzione del popolo il suo tratto distintivo. Tutto ciò rende l'Italia, più che un paese anomalo, un inquietante laboratorio politico dove viene sviluppata una democrazia postcostituzionale. Da questo punto di vista, in Italia si sta costruendo il futuro dei sistemi politici occidentali...".(intervista tratta da: IL MANIFESTO del 14/04/2010).


Read also "Crisis as shock therapy" in "First as tragedy, then as farce" by Zizek
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