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6.4.19
25.7.12
Sovvertire la macchina del debito infinito. Intervista a Maurizio Lazzarato @ Uninomade, 14 maggio 2012
Sovvertire la macchina del debito infinito
Intervista a MAURIZIO LAZZARATO – di ANTONIO ALIA, VINCENZO BOCCANFUSO e LORIS NARDA
Dopo aver pubblicato la prefazione all’edizione italiana ritorniamo su La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato con un’intervista all’autore su alcuni nodi del suo importante pamphlet.
Nel tuo saggio, riprendendo la seconda dissertazione de La Genealogia della morale di Nietzsche e L’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, fornisci una ricostruzione del neoliberalismo secondo la quale attorno al debito si produce un dispositivo di potere che informa interamente l’infrastruttura biopolitica. Parafrasando Marx potremmo dire che il debito non è una cosa ma un rapporto sociale. Quale nesso intercorre tra la relazione creditore-debitore e la proprietà?
Il rapporto creditore-debitore è un rapporto organizzato attorno alla proprietà, è un rapporto tra chi ha disponibilità di denaro e chi non ce l’ha. La proprietà piuttosto che essere dei mezzi di produzione come diceva Marx, ruota attorno ai titoli di proprietà del capitale, quindi c’è un rapporto di potere che si è modificato rispetto alla tradizione marxiana, è deterrittorializzato per dirla con Deleuze e Guattari – è a un livello di astrazione superiore, ma è comunque organizzato attorno a una proprietà: tra chi ha accesso al denaro e chi non ce l’ha.
È un rapporto di potere che invece di partire dall’eguaglianza dello scambio, parte dall’ineguaglianza della relazione creditore-debitore, che è immediatamente sociale: l’economia del debito non fa distinzione tra salariati e non-salariati, tra occupato e disoccupato, tra lavoro materiale e immateriale, siamo tutti indebitati. Nello stesso tempo è una dimensione immediatamente mondiale, che agisce e comanda trasversalmente alle divisioni tra paesi ricchi e poveri, affermati o emergenti. Il credito/debito è stata l’arma fondamentale della strategia capitalistica dopo gli anni ’70, che ha spiazzato completamente il terreno della lotta di classe sul livello sociale e mondiale, col quale attualmente abbiamo ancora difficoltà a confrontarci.
Vorrei riprendere un argomento che non ho utilizzato nel libro perché viene da quel grande reazionario che è Carl Schmitt e che comprende il problema della proprietà . Il ragionamento mi è stato molto utile per pensare il potere della moneta, anche se Schmitt non parla di quest’ultima. Ogni ordinamento politico-economico è costruito e organizzato a partire da tre principi che sono tre diversi significati della parola “nomos”. Questi stessi tre principi sono alla base dell’economia del credito/debito. In primo luogo “nomos” significa “prendere/conquistare” e dunque appropriazione. Ogni nuova società (e ogni nuova sequenza del dominio capitalista, ad esempio il post-fordismo) comincia con la conquista, la rapina, con una sorta d’appropriazione/espropriazione originaria. Fino al capitalismo questa fase consisteva nell’appropriazione/espropriazione delle terra come presupposto di ogni economia e diritto ulteriore. Nel capitalismo contemporaneo questa fase è stata organizzata dalla finanza e dal credito che hanno espropriato, attraverso la moneta, la società nel suo insieme (non solo il lavoro, ma l’insieme delle relazioni sociali, dei saperi, della ricchezza, etc.). La finanza dunque come macchina di cattura predatrice. Il secondo significato di “nomos” è “spartire/dividere”. La divisione/distribuzione “fa le parti” (ma in modo radicalmente differente da Rancière). Attribuendo “il mio e il tuo” definisce la proprietà e il diritto. Nel capitalismo contemporaneo la proprietà è distribuita dalla moneta e dal credito/debito, ed è, principalmente, possesso o privazione di titoli del capitale.
Il terzo significato di “nomos” è produrre, produzione. Ora, mi sembra chiaro che anche nella sequenza apertasi alla fine degli anni 70, c’è una appropriazione/espropriazione, una distribuzione/divisione (proprietà) che precede logicamente, anche se non realmente, la produzione. Il concetto di produzione per non essere economicista deve includere questi tre principi. Ne L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari, mi sembra, che la distribuzione delle funzioni, delle proprietà e l’appropriazione sia organizzata dalla moneta come prerequisito della “produzione”.
La cosa interessante è che fino al capitalismo l’ordine degli eventi nel processo di costituzione di una società è quello descritto: appropriazione, divisione, produzione. L’economia classica e il liberalismo hanno voluto far credere che la “produzione”, caratterizzata dalla liberazione delle forze produttive, dai lacci e laccioli delle società dell’Ancien Régime, risolveva al suo interno il problema dell’appropriazione e della divisione. Ed è quello che i neo-liberali e i loro governi tecnici continuano ad affermare. Diventando il livello di vita sempre più alto (crescita), la “divisione diventa più facile e l’appropriazione non è solo immorale, ma anche irrazionale dal punto di vista economico e quindi insensata” (Schmitt). Schmitt cita Lenin e Marx, come autori che – in parte, dice – non hanno ceduto alle lusinghe della “produzione”. Il primo considera l’imperialismo e la colonizzazione come l’appropriazione/espropriazione necessari per risolvere la “questione sociale”, mentre Marx considera l’accumulazione originaria e la sua feroce violenza come condizioni imprescindibili del Capitale. Per cambiare la produzione bisogna “espropriare gli espropriatori” e distribuire differentemente la “proprietà”. Ed è quello che questa crisi pone come problema e che i liberali e i socialdemocratici non vogliono vedere – o meglio vedono benissimo, ma non possono accettare! Una nuova crescita, un nuovo New Deal che non implicano una nuova appropriazione e una nuova proprietà (che esproprino gli espropriatori, siamo sempre li!) non fanno altro che perpetuare le condizioni della crisi. La crescita è un rapporto politico prima che economico. Crescita verde, crescita tout court, New New Deal, politiche dell’impiego, etc. non toccano assolutamente le poste in gioco politiche della crisi, cioè le caratteristiche dell’appropriazione e della divisione proprie del neo-liberalismo. Essendo queste le proposte liberali e “socialdemocratiche” di uscita dalla crisi, aspettiamoci un suo approfondimento che, in realtà, è già in corso. La crescita della Germania, per esempio, non modifica le cause della crisi, perché accresce le differenze e le ineguaglianze di classe, la precarietà dei lavoratori poveri ma anche dei salariati qualificati e concentra la ricchezza prodotta nelle mani di pochi. Ed è sempre l’economia del debito che “espropria”, “divide” e comanda la “produzione”. Fortunatamente, l’austerità che la Germania, attraverso il controllo dell’euro (forma contemporanea della moneta come capitale, della moneta come comando), vuole imporre agli europei non funziona. Sta già trasferendo l’“instabilità” dei mercati sul terreno politico, sconvolgendo il rapporto capitale/stato, capitale/sistema politico con esiti imprevedibili.
La definizione di economia del debito è anche un potenziale strumento di trasversalità delle lotte: l’indebitamento accomuna tutti (garantiti, non garantiti, lavoratori autonomi, disoccupati). Da un lato il comando capitalistico si è riorganizzato attorno alla finanza che cattura e decodifica i flussi produttivi, dall’altro si assiste a un progressivo incorporamento del capitale fisso nella forza-lavoro. Finanziarizzazione e cognitivizzazione sono l’ascissa e la coordinata del diagramma di potere contemporaneo nel quale si dispiegano le diverse figure del lavoro, le diverse forme di vita (il precario della conoscenza come l’allevatore francese, lo studente indebitato come il pastore sardo). Dentro questo paradigma postfordista il debito, l’interesse possono essere considerati la nuova forma della misura capitalistica?
Il credito/debito è diverse cose. È un dispositivo di cattura della ricchezza sociale, è un dispositivo di comando perché ridefinisce attraverso il credito l’allocazione degli investimenti e poi sì, è assolutamente una nuova forma di misura, di valutazione della misura. I meccanismi di valutazione che sono stati introdotti in tutti gli ambiti, anche nell’università, vengono dalla finanza. La finanza ha impostato questo processo dicendo che la fabbrica fordista era una situazione opaca in cui la misura era impossibile dal suo punto di vista, per cui, per poter investire per esempio in un’impresa, la finanza doveva avere tutti gli strumenti possibili di valutazione, una perfetta trasparenza che è stata data dalle norme contabili introdotte negli anni ’80 e ’90.
La misura è un altro dei principi che sempre Carl Schmitt introduce, affermando che il frutto dell’appropriazione, ciò che viene acquisito per mezzo di “conquista, scoperta, espropriazione” deve essere “misurato/pesato/diviso”. Quindi non è che non ci sia più misura, ma, come la finanza e il credito dimostrano, si tratta piuttosto di una misura “soggettiva”. Sicuramente è nuova misura ed è una misura arbitraria, che dipende solo dalle logiche di potere, e questa logica della valutazione/misura viene imposta a tutti gli aspetti della vita, introducendo la figura dell’esperto e della valutazione, nella scuola , nella polizia, nell’università, negli ospedali, finanche nel governo etc.. Bisognerebbe rovesciare questo assetto gerarchico, mettendo al centro la riappropriazione sociale e la condivisione dei saperi, rompere questa logica della misura, della valutazione, dell’esperto, mi sembra assolutamente fondamentale.
Tra le pagine più belle del libro ci sono quelle nelle quali ingaggi polemica contro «l’egualitarismo astorico» di Rancière e Badiou e la «riflessività UrModerna» di Beck (e Habermas). Il radicalismo non-marxista francese e il post-marxismo socialdemocratico tedesco, diversissimi tra loro, presentano però due analogie: espungono la lotta di classe dal dibattito della sinistra e propongono delle teorie della comunicazione che non tengono minimamente conto dei rapporti di potere. Insomma, quella che Guattari definiva la normalizzazione franco-tedesca sembra trovare anche articolazioni progressiste. Ma pure i movimenti a cavallo tra i due secoli sono forse stati affetti da un portato più che altro etico e da un certo idealismo comunicativo, è giunto il momento di tornare ad essere marxisti?
In Badiou e Rancière c’è il politico, ma non c’è il capitalismo. C’è il politico, ma precapitalista. Ci sono Platone e Aristotele, piuttosto che Marx. Non c’è la produzione , non c’è la fabbrica. La fabbrica intesa come prima attualizzazione di quel concatenamento uomini/macchine/segni che oggi ritroviamo non solo nella produzione, ma in ogni relazione sociale. E che troviamo anche nello Stato/welfare, nelle sue amministrazioni. La cosa che mi ha sempre colpito è che in Badiou e Rancière non c’è nemmeno il concetto, nemmeno la parola “macchina”, come non c’è neanche la parola tecnica o scienza. La macchina (nel senso di macchina sociale e macchina tecnica) è sparita anche da altre teorie critiche, proprio ora che è dappertutto, proprio ora che accompagna ogni gesto, espressione, azione della nostra quotidianità. Penso che il concetto di linguaggio e di svolta linguistica tratti dalla filosofia analitica abbiano prodotto dei grossi guai, perché rinviano a un processo che mi sembra non materialista di soggettivazione. Nel capitalismo, la soggettivazione è sempre per e/o con la macchina tecnica e sociale. Il capitale è une relazione sociale, un rapporto di potere, ma “assistito” da macchine sociali e macchine tecniche. È questa la specificità del capitalismo. Non è un semplice rapporto tra “uomini”, intersoggettivo come in Hannah Arendt (o Rancière), dove nell’azione non c’è un atomo di “materia”. Penso che bisognerebbe restare “fedeli” al “Frammento sulle macchine” con cui diverse generazioni si sono formate. Per queste ragioni penso che la soggettivazione politica in Badiou e Rancière sia “idealista”. In Badiou la lotta di classe è pensata in astratto, la sua antologia sono le matematiche. Badiou e Rancière parlano dell’economia come se fosse l’altro della politica, invece il politico è completamente ridefinito dall’economia. Questo è il capitalismo e non altro: “Il nostro destino è l’economia”, che è un rapporto di potere, un rapporto dove ci sono quelli che gestiscono il potere e quelli che lo subiscono e quelli che lo subiscono hanno la possibilità di ribellarsi, di rovesciare la situazione. La soggettivazione non avviene attorno alla democrazia, ma a partire da processi macchinici di sfruttamento e di dominazione che diventano democratici nelle lotta.
Beck bisogna prenderlo come uno dei modelli dell’impossibile “terza via”, della nuova socialdemocrazia. La società del rischio di Beck è completamente ridicola, mi pare, perché – per dirla in termini molto semplici – le differenze di classe attraversano anche il rischio, cosa inconcepibile per queste teorie dove la lotta di classe è espulsa come un vecchio arnese inutilizzabile. Gli unici che non rischiano sono i capitalisti. I rischi sono tutti per i vecchi e nuovi proletari. Se portassimo fino in fondo il discorso del rischio nell’economia del debito, gli investitori che hanno rischiato investendo sui debiti sovrani dovrebbero assumersene la responsabilità. Se gli Stati fanno fallimento perdono i loro soldi, punto e a capo. Invece è assolutamente il contrario: quelli che non sono responsabili pagheranno il rischio preso dal sistema economico. Il vero rischio è corso dalla popolazione. La stessa cosa vale per il rischio ecologico.
Beck pensa il politico attraverso una diffusione e una democratizzazione dei centri di decisione e di governo, la moltiplicazione delle mediazioni, delle “discussioni”. Quello che sta succedendo sotto i nostro occhi, è esattamente il contrario. Mi sembra ci sia in atto una centralizzazione della decisione e delle tecnologie di governance. Attraverso il governo tecnico, questa crisi impone una ricentralizzazione del comando, una ricentralizzazione dei dispositivi di governance statali e non statali, che mette da parte la “politica rappresentativa”, la democrazia dei cittadini, etc.. La cosa divertente è che è ben vero che il governo tecnico decide, ma la sua decisione efficace per ridurre i salari, i redditi, le spese sociali, è assolutamente inefficace per uscire dalla crisi. Stanno andando contro il muro, solo che tra loro e il muro ci siamo noi. La socialdemocrazia era stata costruita attorno a delle basi politiche precise che non paiono riproducibili oggi nei termini che propone Beck, non c’è più questa possibilità, la crisi attuale fa completamente saltare queste teorie della terza via elaborate negli anni ’80-’90.
Passando dalla teoria alla pratica, è del tutto evidente l’insufficienza dei sindacati (anche di quelli più combattivi) e l’incapacità della sinistra radicale (si pensi al ruolo dei Grünen nelle riforme del welfare tedesche) nel leggere il presente. I nuovi movimenti stanno iniziando a porre la questione del debito, ne sono un esempio la campagna contro il debito studentesco negli Stati Uniti e i timidi accenni in Italia contro Equitalia. Gli Indignados e Occupy occupando fisicamente le piazze (come fabbriche) alludono anche alla riappropriazione della metropoli (aspetto non da poco, considerando che la deregulation scarica sugli enti locali comparti sempre più consistenti del welfare). Il rompicapo dell’organizzazione, tuttavia, resta quanto mai aperto: se è certamente necessario capovolgere quel lavoro su di sé dell’uomo indebitato in termini ricompositivi costruendo ponti solidi tra soggetti differenti, non c’è il rischio di sottovalutare la condizione situata delle singolarità?
Qui bisognerebbe partire dall’esaurimento della logica della rappresentazione (tanto politica che linguistica). Un lungo processo di crisi della rappresentazione sta volgendo al termine, tanto dal punto di vista del capitale che dal punto di vista dell’emancipazione. La crisi del debito è prima di tutto una crisi della governamentalità che ridefinisce tanti i governati (uomo indebitato) che i governanti (governo tecnico). Getta luce anche sul concetto di governamentalità di Foucault, rompendo radicalmente con la sua genealogia. Noi assistiamo, dall’epoca della Thatcher a una privatizzazione della governamentalità che è l’altra faccia della privatizzazione della moneta. La tecnologia governamentale non è più una tecnologia delle Stato (anche se lo Stato ci gioca un ruolo centrale, ma come istituzione “privatizzata”) e l’economia non limita soltanto dall’interno la possibilità di governare, ma se l’assume in toto. Il governo tecnico è il compimento di questo processo di privatizzazione. Alla logica della rappresentanza si sostituisce la logica funzionale, operativa (diagrammatica direbbero Deleuze e Guattari) della moneta/credito, una logica cioè che non passa per la rappresentanza, né per le semiotiche significanti e rappresentative (linguaggio) e nemmeno per dei “soggetti” che decidono (à la Schmitt) . La logica della “produzione” e la logica della rappresentazione (politica e linguistica) funzionano insieme nel capitalismo, ma a partire dalla supremazia della prima. E nella crisi la prima occupa tutto lo spazio politico.
Che cos’è un governo tecnico, un governo non rappresentativo? E’ un tentativo di trasposizione della logica del “just in time”, dall’impresa alla politica. Il governo deve assicurare che la popolazione risponda in tempo reale alle modificazioni delle variabili economiche. Lo spread sale, la borsa scende, i salari, i redditi, le spese sociali devono adattarsi in tempo reale ai segnali emessi dall’economia del debito. I neo-liberali avevano definito la soggettività dei governati tramite il concetto di “capitale umano” definizione fatta propria da Foucault. Che cos’è il “capitale umano”? È “capitale umano” colui che risponde sistematicamente alle modificazioni che saranno artificialmente introdotte nell’“ambiente”. Il capitale umano non è più l’“atomo di libertà” dell’economia classica, ma una variabile sistemica e subordinata i cui comportamenti devono adattarsi, essere compatibili, rispondere in “just in time” ai segni emessi dall’economia. Quello che il neo-liberalismo non è riuscito ad ottenere dal capitale umano (la capacità di rispondere in tempo reale alle esigenze dei “creditori”) vorrebbe estorcerlo all’uomo indebitato e in una prima fase sembra esserci riuscito, ma già si vedono i limiti e le impossibilità di questa “politica tecnica”. Al delirio dell’“autoregolazione” dei mercati, si aggiunge il delirio dell’autoregolazione della governamentalità. Una specie di governo automatico, cibernetico, direbbero Deleuze e Guattari. Non funzionerà. In mezzo a tutte questo agitarsi distruttivo e anti-produttivo del capitale, emerge una bella novità : la società contemporanea, in realtà, non è governabile dalla logica capitalistica, se non in termini autoritari (e di una nuova reazione), ed è in questa direzione che si muovono le tecniche di governo. La società eccede la misura dell’economia neo-liberale. Quella che si mostra come una forza del capitale, nasconde una grande debolezza.
Viviamo in uno stato di eccezione permanente che ormai, diventato regola, è anche inutile continuare a chiamare eccezione! Se il sovrano è colui che decide in queste condizioni, il sovrano è oggi il Capitale. Ciò implica evidentemente un cambiamento radicale del concetto di sovranità, in realtà la sua fine, (qui c’è il limite di Schmitt e di tutte le teorie che vi si rifanno, Agamben, etc.), perché il Capitale non è una “persona” (condizione schimittiana della decisione) e nemmeno un gruppo di persone, ma una “macchina” (o meglio un insieme di macchine) con le sue soggettivazioni o personificazioni, e, seconda osservazione, non ha un territorio a sé, né la possibilità di esprimere dei “valori caldi” capaci di costituire una comunità, una società, come direbbero gli ordo-liberali tedeschi. Il mercato, l’impresa e la concorrenza sono retti da principi dissolventi, piuttosto che unificanti. Distruggono sistematicamente ciò che tiene insieme una società. Il Capitale è sempre stato costretto ad utilizzare dei territori presi in prestito per colmare le sue lacune d’integrazione politica, di cui il più importante, lo Stato-Nazione, si è poi impegnato, a partire dagli anni ’70, a minare sistematicamente. Tutte le mediazioni rappresentative e istituzionali sono o saltate o fortemente indebolite. In Italia questo processo salta agli occhi : la “Padania” è la farsa del territorio e dei “valori caldi”, comunitari, che mancano al Capitale “terziario” rappresentato da Berlusconi e i neo-fascisti, l’altra faccia della farsa, che ha invece garantito un surrogato di valori statali e nazionali. Ancora una volta l’esibizione della forza del Capitale, è piuttosto segno della sua debolezza. A condizione che emerga una soggettività che lo combatta al suo stesso livello, rivelando, con la lotta, le sue debolezze.
La logica della rappresentanza è in crisi anche dal punto di vista dei movimenti. La democrazia politica e la democrazia sociale (sindacati, istituzioni sociali, etc.) fondate sulla rappresentanza sono state rifiutate da tutti i movimenti che si sono manifestati negli ultimi trent’anni. Qualcosa di nuovo sta emergendo, tra mille difficoltà e ambiguità. I movimenti stanno facendo delle sperimentazioni molto interessanti che, però, mi sembrano ancora non all’altezza dell’attacco portato dal capitale, anche se quella degli Indignados, di Occupy Wall Street e soprattutto quella di Oakland sono molto avanzate, perché, da un lato, si pongono su un livello immediatamente sociale, rompendo con le tradizioni corporative e settoriali dei sindacati e dall’altro rifuggono la “rappresentazione”. In ogni modo l’accelerazione e l’approfondimento della crisi , costituiranno i migliori maestri per trovare nuove modalità d’organizzazione e nuove tematiche di mobilitazione. Non penso che ci si possa soggettivare in quanto debitori, non so se sia possibile, è una categoria dell’assegnazione capitalistica, tu sei costretto a essere debitore. Tuttavia, il debito dà immediatamente un terreno sociale, una dimensione socializzata trasversale che prima non avevamo. Come direbbe Marx, il capitalismo si mostra in tutta la sua nudità, ma questo non vuol dire fare un discorso trionfalista o da filosofia della storia, anzi. Però le condizioni sono cambiate rispetto a quelle degli anni ’80 e ’90, c’è un terreno comune che va ri-singolarizzato rispetto all’eterogeneità delle diverse lotte sociali, delle diverse forme di vita, ripartendo dalle pratiche che sono quelle della riappropriazione della metropoli, delle lotte sul reddito, etc..
Le dinamiche espansive del capitalismo si sono chiuse. Negli anni ’80 potevano ancora prometterci l’arricchimento per tutti. Questa promessa di ricchezza futura il capitalismo non può più mantenerla oggi. Quello che ci promettono ora sono “lacrime e sangue” per i prossimi 10-15 anni e la feroce difesa dei loro “privilegi”. Qui , molti dei vecchi obiettivi della lotta di classe, ridiventano attuali.
5.7.12
Authors@Google: David Graeber, DEBT: The First 5,000 Years
DEBT: The First 5,000 Years
While the "national debt" has been the concern du jour of many economists, commentators and politicians, little attention is ever paid to the historical significance of debt.
For thousands of years, the struggle between rich and poor has largely taken the form of conflicts between creditors and debtors—of arguments about the rights and wrongs of interest payments, debt peonage, amnesty, repossession, restitution, the sequestering of sheep, the seizing of vineyards, and the selling of debtors' children into slavery. By the same token, for the past five thousand years, popular insurrections have begun the same way: with the ritual destruction of debt records—tablets, papyri, ledgers; whatever form they might have taken in any particular time and place.
Enter anthropologist David Graeber's Debt: The First 5,000 Years (July, ISBN 978-1-933633-86-2), which uses these struggles to show that the history of debt is also a history of morality and culture.
In the throes of the recent economic crisis, with the very defining institutions of capitalism crumbling, surveys showed that an overwhelming majority of Americans felt that the country's banks should not be rescued—whatever the economic consequences—but that ordinary citizens stuck with bad mortgages should be bailed out. The notion of morality as a matter of paying one's debts runs deeper in the United States than in almost any other country.
Beginning with a sharp critique of economics (which since Adam Smith has erroneously argued that all human economies evolved out of barter), Graeber carefully shows that everything from the ancient work of law and religion to human notions like "guilt," "sin," and "redemption," are deeply influenced by ancients debates about credit and debt.
It is no accident that debt continues to fuel political debate, from the crippling debt crises that have gripped Greece and Ireland, to our own debate over whether to raise the debt ceiling. Debt, an incredibly captivating narrative spanning 5,000 years, puts these crises into their full context and illuminates one of the thorniest subjects in all of history.
ABOUT THE AUTHOR
David Graeber teaches anthropology at Goldsmiths College, University of London. He is the author of Towards an Anthropological Theory of Value, Lost People, and Possibilities: Essays on Hierarchy, Rebellion, and Desire.
This talk was hosted by Boris Debic on behalf of the Authors@Google program.
1.7.12
A unified Italy? Sovereign debt and investor scepticism - Stéphanie Collet (Job Market Paper, Eu, 2012)
Abstract
This paper provides an empirical study of sovereign debt integration and analyses the evolution of sovereign debt prices when several countries merge to become a “unified country”, or when the probability of such an event exists. Based on an original database of pre-Italian Bonds, this paper shows the impact of Italy’s unification on the bond prices. Italy’s unification was a long lasting process. The analysis shows that prior to the unification in 1862, the bonds issued by the future parts of the kingdom reacted in an idiosyncratic way. Around the sovereign debt integration, the paper highlights a large risk increase for low-yields bonds. Using a break point analysis and a Bayesian Dynamic Factor Model, the paper proves that until late 1860s the financial market did not believe in Italy’s Unification.
Keywords: State Succession, Unification, Financial History, Sovereign debt, Italy
Introduction
Recent papers have attempted to determine the impact of certain events on sovereign bonds’ expected rates of return. The well-known example of an event which disturbs the course of government bonds is war. Indeed, when a war breaks out, bond prices often experience sharp changes. The impact of various war-related events has been analysed for the American Civil War (Willard et al., 1996; Weidenmier, 2002; Oosterlinck and Weidenmier, 2007), for the Second World War (Frey and Kucher, 2000; Waldenström and Frey, 2004) and for the Russian revolution (Landon- Lane and Oosterlinck, 2006). For more peaceful periods, the reactions of bond prices following political changes have also been scrutinized. For instance, the effects on bond prices differ between democracies and autocracies (McGillivray and Smith, 2003; Dhillon and Sjostrom, 2009). As defaults might be linked with the political turnover (Saiegh, 2004; Bordo and Oosterlinck, 2005; Saiegh, 2005), political changes can impact sovereign bond prices. The reaction of financial markets in the case of an annexation has been investigated for the Texan (Burdekin, 2006) and Hawaiian (Burdekin and Laney, 2008) debts. The later paper finds a turning point in Hawaii’s debt related to its annexation one week after the annexation vote in the Senate.
This paper investigates Italy’s unification in the 19th century to study how the sovereign debts reacted to the progressive unification of the States (1848-1870) and sovereign debt integration (1862-1863). The choice of Italy is based on its unique unification history. Italy resulted from the unification of seven entities which took place gradually. Conte et al. (2003) also selected Italy to analyse the monetary unification (1862-1905) arising after the sovereign debt integration by focusing on prices of the integrated sovereign debt across regional stock exchanges. Italy’s unification is outstanding for academic purposes because each entity has its own bond premium and own history with events unrelated to the other entities. Up till the middle of the 19th century Italy was made up of different independent nations. Moreover, since the unification of Italy was carried out gradually, only the debts of the territory about to be attached were impacted. Italian unification integrated all those individual sovereign debts. This offers an opportunity to investigate the financial impact of sovereign debt integration.
Stéphanie Collet: she works @ Université Libre de Bruxelles, SBS-EM, 50 av. Roosevelt, CP 114/03, 1050 Brussels, Belgium, scollet@ulb.ac.be.
16.5.12
3.5.12
3 maggio 2012, ore 18, Aula Magna Spazio Elastico @ NABA “La fabbrica dell’uomo indebitato”: open lecture con Maurizio Lazzarato
3 maggio 2012, ore 18, Aula Magna Spazio Elastico, NABA
“La fabbrica dell’uomo indebitato”: open lecture con Maurizio Lazzarato
Il Dipartimento di Arti Visive, Performative e Multimediali NABA promuove un Open Lecture per la presentazione del nuovo libro di Maurizio Lazzarato “La fabbrica dell’uomo indebitato”, edito da DeriveApprodi, già tradotto in otto lingue.
Durante l’incontro, introdotto da Marco Scotini, Direttore del Dipartimento, con gli interventi di Christian Marazzi, economista e docente del Biennio Specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali, e dell’editore Sergio Bianchi, il sociologo e filosofo Maurizio Lazzarato affronterà il tema dell’attuale crisi finanziaria ripensandola a partire dalla nozione di “uomo indebitato”: un imprescindibile strumento per decifrare la condizione di “debito permanente” alla base del nostro sistema sociale.
Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, vive e lavora a Parigi, dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. In italiano sono disponibili:Videofilosofia (manifestolibri, 1997), Lavoro immateriale. Forme di vita e produzione di soggettività(ombre corte, 1997) e La politica dell’evento (Rubbettino 2004). È anche autore dei seguenti libri in lingua francese: Puissances de l’invention, La psychologie économique de Gabriel Tarde contre l’économie politique (2002) e Expérimentations politiques (2009).
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Durante l’incontro, introdotto da Marco Scotini, Direttore del Dipartimento, con gli interventi di Christian Marazzi, economista e docente del Biennio Specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali, e dell’editore Sergio Bianchi, il sociologo e filosofo Maurizio Lazzarato affronterà il tema dell’attuale crisi finanziaria ripensandola a partire dalla nozione di “uomo indebitato”: un imprescindibile strumento per decifrare la condizione di “debito permanente” alla base del nostro sistema sociale.
Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, vive e lavora a Parigi, dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. In italiano sono disponibili:Videofilosofia (manifestolibri, 1997), Lavoro immateriale. Forme di vita e produzione di soggettività(ombre corte, 1997) e La politica dell’evento (Rubbettino 2004). È anche autore dei seguenti libri in lingua francese: Puissances de l’invention, La psychologie économique de Gabriel Tarde contre l’économie politique (2002) e Expérimentations politiques (2009).
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2.5.12
Liberismo: In fronte al Dio-Capitale - Ida Dominijanni + intervista a Maurizio Lazzarato su "La fabbrica dell'uomo indebitato" @ Il Manifesto 31 marzo 2012
Il debito è il motore economico e soggettivo dell’economia contemporanea: cuore strategico, fin dall’inizio, delle politiche neoliberiste, basate ieri sulla formazione e oggi sulla riparazione di enormi deficit pubblici; cuore pulsante delle politiche di costruzione della soggettività, basate ieri sull’etica del consumo e del godimento, oggi sull’etica del sacrificio e della colpa. L’uomo indebitato, esito rovesciato dell’ «imprenditore di se stesso» protagonista delle retoriche degli anni Ottanta e Novanta, è l’abitatore delle società contemporanee: prodotto del neoliberismo e suo potenziale affossatore, purché sia capace di decifrarne e contestarne non solo le politiche economiche ma anche e in primo luogo le ingiunzioni morali. Economia e etica infatti si toccano, e il soggetto antagonista non nasce solo dalle contraddizioni oggettive ma da un lavoro su di sé alternativo all’autodisciplinamento che l’etica del debito pretende di imporci. E’ il nocciolo teorico e politico de La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato, uscito in Francia pochi mesi fa, già diventato libro-cult del pensiero critico militante (ne parlò Christian Marazzi in una intervista sul manifesto del 3 dicembre scorso) e oggi in uscita in traduzione italiana per Deriveapprodi: radiografia e genealogia del debito fra teoria e pratica politica, fra riletture di Marx, Nietzsche, Foucault, Deleuze-Guattari e decodifica puntuale dei numeri che ci vengono somministrati come verità assolute per legittimare le politiche recessive e depressive di macelleria sociale.
"Economia del debito» è il nome, sostieni, del capitalismo contemporaneo: è di questo, non di «finanza», che bisogna parlare. Perché?
Perché dietro l’uso del termine «finanza» agisce ancora l’idea di una divisione fra economia «reale» ed economia finanziaria, fra profitto e rendita, che oggi è completamente superata. Nel capitalismo finanziario, Marazzi ce l’ha spiegato per tempo, la logica della finanza comanda l’insieme dei rapporti sociali: riorganizza l’impresa, agisce sul fisco riducendo le tasse per i ricchi, smantella il welfare sostituendo i crediti ai diritti. La cosiddetta economia reale è solo un pezzo del sistema di valorizzazione dominato dalla finanza. E la finanza non è un eccesso di speculazione riducibile con delle buone regole: è una relazione di potere fra proprietari e non proprietari, fra creditori e debitori. L’interesse è la finanza dal punto di vista dei creditori, il debito è la finanza dal punto di vista dei debitori. Dunque, dicendo «economia del debito» è subito chiaro di che si tratta e qual è la posta in gioco politica: si tratta del debito che greci, gli irlandesi, i portoghesi, gli islandesi non vogliono pagare, che legittima l’aumento delle tasse universitarie in Inghilterra scatenando i riots di Londra, che giustifica la controriforma delle pensioni in Francia e in Italia e i tagli ai servizi sociali e all’istruzione ovunque.
●Quali sono i pilastri di quresta
economia del debito, e come si è
sviluppata?
Il neoliberismo si è articolato sulla logica del debito fin dal «colpo del ’79» che rese possibile la formazione di enormi deficit pubblici e la conseguente riorganizzazione dei mercati finanziari. Poi, durante gli anni 80 e 90, c’è stata la progressiva sostituzione del salario con il credito: non aumenti di salario ma carte di credito, non la casa ma il mutuo, non il diritto all’istruzione ma i crediti scolastici (e contemporaneamente, l’individualizzazione delle politiche sociali e la privatizzazione della sicurezza sociale). Pareva la promessa di un futuro da ricchi per tutti, invece, con la crisi, questa massa di crediti si è rivelata per quello che è, una massa di debiti. La promessa del neoliberismo si è infranta, ma nel frattempo ha radicalmente trasformato il terreno dello scontro, perché non era pura ideologia, bensì una forma di governamentalità organica al flusso deterritorializzato e trasversale della produzione postfordista. Il debito non fa differenza fra salariati e non salariati, lavoro dipendente e lavoro autonomo, lavoro manuale e lavoro cognitivo, proletari e marginali, attivi e pensionati: siamo tutti indebitati. Il neoliberismo governa attraverso una molteplicità di rapporti di potere: capitale-lavoro, welfare-utente, consumatore-impresa, ma quello creditore-debitore è un rapporto di potere universale, riguarda tutta la popolazione attuale, e anche le generazioni future.
Il neoliberismo si è articolato sulla logica del debito fin dal «colpo del ’79» che rese possibile la formazione di enormi deficit pubblici e la conseguente riorganizzazione dei mercati finanziari. Poi, durante gli anni 80 e 90, c’è stata la progressiva sostituzione del salario con il credito: non aumenti di salario ma carte di credito, non la casa ma il mutuo, non il diritto all’istruzione ma i crediti scolastici (e contemporaneamente, l’individualizzazione delle politiche sociali e la privatizzazione della sicurezza sociale). Pareva la promessa di un futuro da ricchi per tutti, invece, con la crisi, questa massa di crediti si è rivelata per quello che è, una massa di debiti. La promessa del neoliberismo si è infranta, ma nel frattempo ha radicalmente trasformato il terreno dello scontro, perché non era pura ideologia, bensì una forma di governamentalità organica al flusso deterritorializzato e trasversale della produzione postfordista. Il debito non fa differenza fra salariati e non salariati, lavoro dipendente e lavoro autonomo, lavoro manuale e lavoro cognitivo, proletari e marginali, attivi e pensionati: siamo tutti indebitati. Il neoliberismo governa attraverso una molteplicità di rapporti di potere: capitale-lavoro, welfare-utente, consumatore-impresa, ma quello creditore-debitore è un rapporto di potere universale, riguarda tutta la popolazione attuale, e anche le generazioni future.
●Universalizzando il rapporto
creditore-debitore, tu sostieni, il
neoliberismo porta a galla il
fondamento del legame sociale,
che non sta nello scambio ma
appunto nel debito, in una
obbligazione – altri, penso a
Roberto Esposito, direbbero in un
«munus» - che lega l’uno all’altro
i membri della comunità.
E’ una linea di pensiero rintracciabile anche in un certo Marx ma che va soprattutto da Nietzsche a Deleuze e Guattari ad alcuni antropologi di oggi: la relazione, economica e simbolica, del debito fra diseguali anticipa la relazione dello scambio fra eguali. Del resto, prima dello scambio c’è la moneta, e la moneta è per sua essenza debito. Con la sostanziale differenza che dall’indebitamento originario verso la comunità, gli dei, gli antenati, oggi siamo passati all’indebitamento verso il dio unico che si chiama Capitale.
Si va ovunque verso un impoverimento di strati sempre più vasti della popolazione, e verso una sorta di pieno impego precario, in cui tutti lavorano, tre o quindici ore alla settimana, senza sicurezza, senza reddito, senza diritti e senza futuro. Mentre i ricchi fanno secessione: non pagano più le tasse, si dissociano dal patto sociale. La prima cosa da fare in una situazione del genere è superare la distinzione fra lotta sindacale e lotta politica: il sindacato non può più essere sindacato di categoria. Se quella del debito è una politica di unificazione sociale anti-politica – tutti debitori, al di là della collocazione nel sistema produttivo, e tutti disciplinati dalla morale dei sacrifici - il sindacato deve politicizzare questo sociale unificato al di là dei confini fordisti, connettere le figure dello sfruttamento al di là delle divisioni fra occupati e disoccupati, attivi e inattivi, produttivi e assistiti, precari e garantiti. La figura dell’uomo indebitato è trasversale, richiede nuove forme di solidarietà e cooperazione, nuove modalità di lotta che abbiano la stessa efficacia dello sciopero nella società industriale, e la reinvenzione di una «democrazia» capace di riconfigurare e reintegrare il politico, il sociale e l’economico. Ma tutto questo servirebbe a poco senza una conversione soggettiva, senza un rifiuto della morale del debito e dell’ordine del discorso in cui ci imprigiona. La mossa è in primo luogo simbolica: liberarsi da sensi di colpa, cattiva coscienza, oneri di giustificazione; rifiutarsi di pagare il debito perché il debito, prima che un problema economico, è un dispositivo di potere che ci tiene incatenati al Grande Creditore. Porgendoci queste catene come un destino ineluttabile, e tenendo sotto controllo non solo il nostro presente ma anche il nostro futuro, il nostro tempo e il tempo delle generazioni che verranno.
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E’ una linea di pensiero rintracciabile anche in un certo Marx ma che va soprattutto da Nietzsche a Deleuze e Guattari ad alcuni antropologi di oggi: la relazione, economica e simbolica, del debito fra diseguali anticipa la relazione dello scambio fra eguali. Del resto, prima dello scambio c’è la moneta, e la moneta è per sua essenza debito. Con la sostanziale differenza che dall’indebitamento originario verso la comunità, gli dei, gli antenati, oggi siamo passati all’indebitamento verso il dio unico che si chiama Capitale.
●L’uomo indebitato, nel libro
insisti molto su questo, non è solo
una figura economica, è un
soggetto morale, costruito e
disciplinato dall’etica
neoliberista. Ma per trent’anni,
l’etica neoliberista aveva
predicato intraprendenza,
individualismo, consumismo: i
tratti dell’ «imprenditore di se
stesso» ben delineati da Foucault
nella «Nascita della biopolitica».
Come si passa all’etica del debito
di oggi, che invece predica rigore,
disciplina e penitenza? Cos’è
questo rovesciamento delle
retoriche del godimento nelle
retoriche della colpa?
C’è di mezzo la frattura della crisi. Il
risvolto morale - Weber insegna -
non è mai stato secondario nella
storia del capitalismo: l’economia è
anche soggettivazione, domanda e
comanda un lavoro su di sé,
disciplina e richiede autodisciplina.
Prima della crisi, si trattava di
forgiare «l’imprenditore di se
stesso» sulla base della
responsabilità, di un responsabile
investimento su di sé. Con la crisi,
quello stesso imprenditore di se
stesso diventa responsabile del suo
fallimento: dei debiti che ha
contratto, di non aver lavorato abbastanza, di voler andare troppo
presto in pensione, di consumare
troppo eccetera. La responsabilità
viene caricata dei debiti e della
colpa insieme, secondo l’etimologia
del termine tedesco «schuld»,
debito e colpa appunto. Ma che
questa seconda ingiunzione morale
sia figlia di quella precedente lo
dimostra il fatto che entrambe
restano vigenti,
contraddittoriamente, nel discorso
dei media: da quando è esplosa la
crisi, i giornalisti diffondono il verbo
della penitenza, i pubblicitari
continuano a incitarci a consumare
e a godere. Bada che il
cambiamento di soggettività indotto
dalla crisi non riguarda solo i
governati, ma anche i governanti. In
Italia si vede benissimo: Berlusconi
era populista, i «tecnici» sono cinici.
In Grecia si governa con la ferocia.
La crisi – questo Foucault non
l’aveva previsto – ha impresso al
neoliberismo una torsione
autoritaria.
●In questa torsione autoritaria i
governi tecnici sono un caso o
hanno una funzione specifica?
Come si inserisce il governo Monti
in questa parabola?
I governi tecnici sono la privatizzazione della governamentalità neoliberale, che se prima era una tecnologia dell’apparato statale ora viene presa in mano dalle banche e dai mercati, con lo Stato in funzione di garante. Dagli anni Ottanta in poi tutti i governi sono «tecnici», nel senso che sono subordinati alla finanza. Ma adesso viene fuori il nocciolo del problema: la privatizzazione della governamentalità spazza via il binomio fra soggetto di diritto e logica della rappresentanza su cui si sono rette le democrazie novecentesche. Crisi dello Stato di diritto, oscuramento del soggetto dei diritti e crisi della politica sono tre lati dello stesso problema. Se la gente non crede più nella politica non è, o non soltanto, per via della corruzione, ma perché percepisce questo cambiamento strutturale.
●La crisi degli ultimi anni è crisi del progetto neoliberista, ma il neoliberismo reagisce riproponendo e portando alle estreme conseguenze le sue ricette originarie. Come se ne esce?
La ripresa economica non è all’orizzonte, dunque non credo che se ne esca per questa via. Temo una deriva sempre più autoritaria nelle politiche sociali e di controllo del mercato del lavoro. In Germania – alla faccia della retorica del «modello tedesco», che in Italia seduce anche la sinistra - la precarizzazione del lavoro ha già portato alla riduzione di un paio di punti della speranza di vita, e fra un po’ l’età pensionabile coinciderà con la fine della vita: la biopolitica sta diventando visibilmente tanatopolitica.
●Ci sono anche nuove lotte però,
nuove resistenze. Se, come tu dici,
l’economia del debito porta in
primo piano la contraddizione fra
proprietari e non proprietari,
questo cambia, l’asse delle lotte? I governi tecnici sono la privatizzazione della governamentalità neoliberale, che se prima era una tecnologia dell’apparato statale ora viene presa in mano dalle banche e dai mercati, con lo Stato in funzione di garante. Dagli anni Ottanta in poi tutti i governi sono «tecnici», nel senso che sono subordinati alla finanza. Ma adesso viene fuori il nocciolo del problema: la privatizzazione della governamentalità spazza via il binomio fra soggetto di diritto e logica della rappresentanza su cui si sono rette le democrazie novecentesche. Crisi dello Stato di diritto, oscuramento del soggetto dei diritti e crisi della politica sono tre lati dello stesso problema. Se la gente non crede più nella politica non è, o non soltanto, per via della corruzione, ma perché percepisce questo cambiamento strutturale.
●La crisi degli ultimi anni è crisi del progetto neoliberista, ma il neoliberismo reagisce riproponendo e portando alle estreme conseguenze le sue ricette originarie. Come se ne esce?
La ripresa economica non è all’orizzonte, dunque non credo che se ne esca per questa via. Temo una deriva sempre più autoritaria nelle politiche sociali e di controllo del mercato del lavoro. In Germania – alla faccia della retorica del «modello tedesco», che in Italia seduce anche la sinistra - la precarizzazione del lavoro ha già portato alla riduzione di un paio di punti della speranza di vita, e fra un po’ l’età pensionabile coinciderà con la fine della vita: la biopolitica sta diventando visibilmente tanatopolitica.
Si va ovunque verso un impoverimento di strati sempre più vasti della popolazione, e verso una sorta di pieno impego precario, in cui tutti lavorano, tre o quindici ore alla settimana, senza sicurezza, senza reddito, senza diritti e senza futuro. Mentre i ricchi fanno secessione: non pagano più le tasse, si dissociano dal patto sociale. La prima cosa da fare in una situazione del genere è superare la distinzione fra lotta sindacale e lotta politica: il sindacato non può più essere sindacato di categoria. Se quella del debito è una politica di unificazione sociale anti-politica – tutti debitori, al di là della collocazione nel sistema produttivo, e tutti disciplinati dalla morale dei sacrifici - il sindacato deve politicizzare questo sociale unificato al di là dei confini fordisti, connettere le figure dello sfruttamento al di là delle divisioni fra occupati e disoccupati, attivi e inattivi, produttivi e assistiti, precari e garantiti. La figura dell’uomo indebitato è trasversale, richiede nuove forme di solidarietà e cooperazione, nuove modalità di lotta che abbiano la stessa efficacia dello sciopero nella società industriale, e la reinvenzione di una «democrazia» capace di riconfigurare e reintegrare il politico, il sociale e l’economico. Ma tutto questo servirebbe a poco senza una conversione soggettiva, senza un rifiuto della morale del debito e dell’ordine del discorso in cui ci imprigiona. La mossa è in primo luogo simbolica: liberarsi da sensi di colpa, cattiva coscienza, oneri di giustificazione; rifiutarsi di pagare il debito perché il debito, prima che un problema economico, è un dispositivo di potere che ci tiene incatenati al Grande Creditore. Porgendoci queste catene come un destino ineluttabile, e tenendo sotto controllo non solo il nostro presente ma anche il nostro futuro, il nostro tempo e il tempo delle generazioni che verranno.
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“The end of something“ recensione di Vladimiro Giacchè al libro "La fabbrica dell'uomo indebitato" di Maurizio Lazzarato (DeriveApprodi) @ Radio Popolare del 07 aprile 2012
“The end of something“
recensione di Vladimiro Giacchè al libro "La fabbrica dell'uomo indebitato" di Maurizio Lazzarato (DeriveApprodi)
da Radio Popolare del 07 aprile 2012
recensione di Vladimiro Giacchè al libro "La fabbrica dell'uomo indebitato" di Maurizio Lazzarato (DeriveApprodi)
da Radio Popolare del 07 aprile 2012
Il grande pianista canadese Glenn Gould aprì un suo concerto moscovita parlando dell’autore che stava per eseguire, Johann Sebastian Bach, per mezzo di una definizione straordinaria: “the end of something”, “la fine di qualcosa”. Quel qualcosa era la grande tradizione musicale contrappuntistica.
Anche La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato, ci parla della fine di qualcosa: la fine dell’epoca in cui il capitale, come dice l’autore, poteva “contare sulla promessa di una futura ricchezza per tutti come negli anni Ottanta”. La crisi iniziata ha aperto una fase nuova, in cui non ci sono più gli “specchietti per le allodole della ‘libertà’ e dell’ ‘indipendenza’ del capitale umano, né di quelli della società dell’informazione o del capitalismo cognitivo”. No. La risposta a questa crisi è diversa, e marca un passaggio di fase: “la svolta autoritaria del neoliberismo sta per farla finita col ‘modello sociale europeo’, perché, come afferma Mario Draghi, non possiamo più permetterci di ‘pagare la gente che non lavora’”. Lazzarato giustamente osserva che “fare della povertà e della precarizzazione una variabile strategica della flessibilità del mercato del lavoro è quanto, dietro il ricatto del debito, sta avvenendo in Italia, Portogallo, Grecia, Spagna, Inghilterra e Irlanda”.
Nella prospettiva dell’autore la fabbrica del debito “è stata pensata e programmata come il cuore strategico delle politiche neoliberiste”. Col debito si è drogato lo sviluppo per 30 anni: consentendo a chi non guadagnava più abbastanza di continuare a consumare, a fabbriche di settori maturi di continuare a vendere, e a padroni in fuga dal manifatturiero di fare soldi comunque con la speculazione. E oggi è ancora il debito, traslato sulla collettività dopo i salvataggi su larga scala del 2008-2009, a fornire al capitale un’occasione d’oro per “riprendere, attraverso politiche di austerità, il controllo sul ‘ sociale’ e sulle spese sociali del Welfare, cioè sui redditi, sul tempo (della pensione, delle ferie, ecc.) e sui servizi sociali che sono stati stati strappati dalle lotte all’accumulazione capitalistica... Dall’altra parte, si tratta di perseguire e approfondire il processo di privatizzazione dei servizi dello Stato sociale, cioè la loro trasformazione in terreno di accumulazione e profitto per le imprese private”. I ‘diritti sociali’ si trasformano in “‘debiti sociali’, che le politiche neoliberiste tendono a loro volta a trasformare in debiti privati”.
Ma anche il ricatto del debito pubblico parte da lontano. Di grande importanza a questo riguardo, nella ricostruzione di Lazzarato, sono le pagine dedicate al ruolo della regola dell’indipendenza della banca centrale, che impedendo il finanziamento del debito pubblico tramite emissione di moneta ha consegnato il debito pubblico degli stati europei nelle manidei mercati finanziari. Del resto Lazzarato insiste più volte, e con ragione, sull’insensatezza della distinzione tra finanza ed economia reale, utilizzando il Marx del III libro del Capitale che vede nella finanza il rappresentante degli interessi del “capitale sociale” (il “capitalista collettivo” di cui parla Lenin ne L’imperialismo).
L’interesse del saggio di Lazzarato nasce non da ultimo dalla prospettiva da cui osserva
questo processo: proponendo “una genealogia e un’esplorazione della fabbrica economica e
soggettiva dell’uomo indebitato”. E servendosi, a questo fine, non solo del Nietzsche della
Genealogia della morale, ma anche di alcune straordinarie pagine dei Manoscritti economico-
filosofici del 1843-44 di Karl Marx.
Lazzarato affronta insomma il problema del debito anche da un punto di vista filosofico, come rapporto di potere e strumento di costruzione di una particolare soggettività: quella dell’uomo indebitato e come tale non soltanto vincolato nella sua libertà d’azione ma anche gravato da un senso di colpa. Nella fase attuale all’orgoglioso “imprenditore di se stesso” che era l’eroe mistificato della fase del liberismo trionfante tiene dietro il debitore depresso e impossibilitato a costruire il proprio futuro. E alla democrazia e alla retorica della libertà si sostituiscono l’“antidemocrazia” e un autoritarismo sempre meno mascherato (aldilà di quanto pensasse lo stesso Foucault, che in effetti viveva e ragionava sulla fase del liberismo trionfante). La crisi odierna è anche “il fallimento del programma politico dell’individualismo proprietario e patrimoniale”.
Per superare in avanti questa crisi che si fa catastrofe (e Lazzarato ricorda opportunamente
con Benjamin che catastrofe è “che tutto continui come prima”) non è però sufficiente rinviare
alle lotte per la cancellazione del debito, come fa l’autore. Occorre un progetto di società
alternativo al capitalismo distruttivo dei nostri giorni. Lazzarato affronta insomma il problema del debito anche da un punto di vista filosofico, come rapporto di potere e strumento di costruzione di una particolare soggettività: quella dell’uomo indebitato e come tale non soltanto vincolato nella sua libertà d’azione ma anche gravato da un senso di colpa. Nella fase attuale all’orgoglioso “imprenditore di se stesso” che era l’eroe mistificato della fase del liberismo trionfante tiene dietro il debitore depresso e impossibilitato a costruire il proprio futuro. E alla democrazia e alla retorica della libertà si sostituiscono l’“antidemocrazia” e un autoritarismo sempre meno mascherato (aldilà di quanto pensasse lo stesso Foucault, che in effetti viveva e ragionava sulla fase del liberismo trionfante). La crisi odierna è anche “il fallimento del programma politico dell’individualismo proprietario e patrimoniale”.
28.4.12
On Borrowed Time – Lazzarato and Debt by Jussi Parikka @ Machinology (November 29, 2011)
Maurizio Lazzarato’s new book La fabrique de l’homme endetté is another fabulous, lucid and inspiring account from the Italian philosopher. The short book is, as the subtitle promises, an essay on the “neoliberal condition”, which in this case encompasses an analysis of debt. It could not be timelier. This is an obvious statement but the importance of debt from the macroeconomic level of public sector national crises in Europe and US to the microeconomic subjectivity of the individual agents cannot be overestimated. Indeed, what Lazzarato offers is a philosophico-historical analysis of the debt condition via Nietzsche, Marx, Deleuze & Guattari and Foucault.
Written in an accessible style, Lazzarato’s argument is easily summarized. What grounds the economic relation is not exchange as so often assumed in classical economic theories but the credit-debt relationship. This, in other words, is a relation of asymmetric power, which is the fundamental starting point for what is followed up by economic and political contexts (two tightly related fields, argues Lazzarato distinguishing himself from Badiou and Rancière’s argument concerning the autonomy of the political from the economic). Debt as a feature of neoliberalist policies affecting exactly the diminishment of the public sector gradually from the 1970s onwards is what Lazzarato insists as a better way to understand contemporary capitalism than talk of financial capitalism. With the creditor-debt relation he is able to talk of the subjectification process inside capitalism.
Lazzarato proceeds in a clear fashion, first taking aboard Nietzsche’s genealogy of morality and explication the debt relation as one of guilt. The relation of debt is one of morality and hence encompasses the social relation before establishing the economic. The precondition for debt is that you are able to make promises, project to the future, and establish a relation of future promises made now. This temporality is a significant feature in terms of how debt attaches to the morality, the embodied subject of capitalism that Lazzarato insists is not only cognitive. Indeed, in more than one passage he argues that the theses concerning cognitive capitalism are insufficient to understand the whole relation. The investment in the cognitive, and the cognitive as the motor of contemporary production is just one modality in a wider context. Indeed, later he goes on to elaborate what he calls a more “existentialist” mode of subjectivity at the centre of this neoliberal condition. Yet, this is not Sartrean existentialism, but one that comes from William James. The cognitive is only a small part of subjectivity that more fundamentally includes more intimate things – passions, impulsions, beliefs and desires. Hence, in this mix of Nietzsche-James one is looking at more non-cognitive forces that relate to a relation to future. This futurity is something that in various different ways has been suggested as a way to understand contemporary powers of security-capital, from pre-emption (Elmer and Opel), premediation (Grusin) and futur antérieur(Massumi).
For Lazzarato, this is an articulation of belief and the necessary incertitude as its atmospheric context, which is all embedded in the wider culture of risk that we find from the discourses of entrepreneurship to work in general. Hence, Nietzschean genealogy of bodily feelings (or lets call them affect, even if Lazzarato does not really talk of affects) is one that lends itself to understand what is the social enabling the capital relation.
When bringing in Marx to his analysis, Lazzarato refers to a much less known text, “Credit and Bank” (1844). This is what Lazzarato calls the Nietzschean Marx; one who sees the condition of debt entirely attached to the subjectivity of the poor, the one who is on borrowed time (hence, applies to the rent relation as well…). Here, to paraphrase Lazzarato (p.45), the credit does not characterize only labour, but the wider work that goes into the self – instead of just investing into physical or intellectual capacities, credit/debt is something that attaches to the morality (the future-orientedness) of the subjectivity, and hence is a question of ethics. To continue with Lazzarato’s explication of Marx, this relates to a total alienation as it touches not only a specific part of the worker’s time (that of work) but the whole ethics of being as someone who is promising, bearing risks, and assuming a future. What is captured is the future-prospect, or something that Lazzarato calls as the debt-relations’ asphyxiation of futures.
Throw in Deleuze and Guattari for good measure. Obviously, so much of Lazzarato’s analyses has been already implicitly about Deleuze-Guattarian emphases that he explicates in the book. The “non-economic interpretation of economy” that DG’s emphasis of the production of the social brings in is again the point of asymmetry of power. As a certain anthropology of capital, it allows us to think, again, not exchange but debt/guilt/power as what enables the economy. The two monies of a) revenue/salary and b) capital need to be distinguished. The latter is what governs financial capitalism as a form of futurity (or pre-emption of futures) where the credit money is able to what kind of productions and products will actualize (and of course, one could add, it is not only about such but the constant deferral of the virtual money repackaged into new forms of debts – subprime).
To paraphrase Lazzarato (p.71), the approach he proposes is about the transversality of the debt/neoliberal condition. Employed, and unemployed, productive or unproductive, the state of debt runs through economic, political and social fields (ibid.). Picking up on Foucault’s points (and updating some others), Lazzarato reminds that the (neo)liberal condition is not about reduction of control and governing, as so often rhetorically claimed, but about emphasizing certain patterns of contradiction, accumulation of value and power, and minimizing the democratic possibilities of intervention (120).
For me, Lazzarato’s brilliant extended essay/book raises questions; for instance, how to elaborate the debt as embodied; Ie. what could be called, for the lack of a better word, “affective capitalism”, where the affect bit refers to the bodily and often non-cognitive states and excitations; of desires and impulsions; whether in the brain or in the gut. Could this be connected to the wider interest in brain sciences in the context of digital culture (interface design)? And the wider discourse of the brain – brain sciences in contemporary culture?
Could there be a mediatic way of continuing Lazzarato’s analyses, to connect the future-oriented subjectivity to analyses of the media technological condition of the human in contemporary neoliberalism?
Pic: GRECIA, IMPRENDITORE INDEBITATO SI DA FUOCO DAVANTI A UNA BANCA. Read&see more
26.4.12
Gilles Deleuze: On the Debt - 1988, Abecedary (J as in Joy - traduction by Charles Stivale)
(...) Deleuze continues by suggesting that the confusion between force and powers is quite costly because power always separates people who are subjected to it from what they are able to do. Spinoza started from this point, Deleuze says, and he returns to something Parnet said in asking her question, that sadness is linked to priests, to tyrants, to judges, and these are perpetually the people who separate their subjects from what they are able to do, forbid them from realizing forces. Deleuze recalls something that Parnet said under "I as in Idea," referring to Nietzsche's anti-Semitism. Deleuze sees this as an important question, since there are texts of Nietzsche that one can find quite disturbing if they are read in the manner mentioned earlier, reading philosophers too quickly. What strikes Deleuze as curious is that in all the texts in which Nietzsche lashes out against the Jewish people, what does he reproach them for, and what has contributed to his anti-Semitic reputation? Nietzsche reproaches them in quite specific conditions for having invented a character that had never existed before the Jewish people, the character of the priest. Deleuze argues that, to his knowledge, in no text of Nietzsche is there the least reference to Jews in a general attack mode, but strictly an attack against the Jewish people-inventors of the priest. Deleuze says that Nietzsche does point out that in other social formations, there can be sorcerers, scribes, but these are not at all the same as the priest.
Deleuze maintains that one source of Nietzsche's greatness as a philosopher is that he never ceases to admire that which he attacks, for he sees the priest as a truly incredible invention, something quite astounding. And this results in an immediate connection with Christians, but not the same type of priest. So the Christians will conceive of another type of priest and will continue in the same path of the priestly character. This shows, Deleuze argues, the extent to which philosophy is concrete, for Deleuze insists that Nietzsche is, to his knowledge, the first philosopher to have invented, created, the concept of the priest, and from that point onward, to have posed fundamental problems: what does sincere, total power consist of? what is the difference between sincere, total power and royal power, etc.? For Deleuze, these are questions that remain entirely actual. Here Deleuze wishes to show, as he had begun earlier, how one can continue and extend philosophy. He refers to how Foucault, through his own means, emphasized pastoral power, a new concept that is not the same as Nietzsche's, but that engages directly with Nietzsche, and in this way, one develops a history of thought.
So what is the concept of the priest, and how is it linked to sadness, Deleuze asks? According to Nietzsche, this priest is defined as inventing the idea that men exist in a state of infinite debt. Before the priest, there is a history of debt, and ethnologists would do well to read some Nietzsche. They've done much research on this during our century, in so-called primitive societies, where things functioned through pieces of debt, blocks of finite debt, they received and then gave it back, all linked to time, deferred parcels. This is an immense area of study, says Deleuze, since it suggests that debt was primary to exchange. These are properly philosophical problems, Deleuze argues, but Nietzsche spoke about this well before the ethnologists. In so far as debt exists in a finite regime, man can free himself from it. When the Jewish priest invokes this idea by virtue of an alliance of infinite debt between the Jewish people and God, when the Christians adopt this in another form, the idea of infinite debt linked to original sin, this reveals the very curious character of the priest about which it is philosophy's responsibility to create the concept. (...)
Read more on Stivale's trad
Pic: The painting "Women Carrying Houses" is an oil on panel (2010) by artist Brian Kershisnik (1962- ). You can check out Brian's amazing work at http://www.kershisnik.com/.
Pic: The painting "Women Carrying Houses" is an oil on panel (2010) by artist Brian Kershisnik (1962- ). You can check out Brian's amazing work at http://www.kershisnik.com/.
25.4.12
DEBT THE FIRST 5,000 YEARS - DAVID GRAEBER - MELVILLE HOUSE, USA, 2011
Before there was money, there was debt

“Graeber’s most important contribution to the movement may owe less to his activism as an anarchist than to his background as an anthropologist. His recent book DEBT: The First 5,000 Years (Melville House, $32) reads like a lengthy field report on the state of our economic and moral disrepair. In the best tradition of anthropology, Graeber treats debt ceilings, subprime mortgages and credit default swaps as if they were the exotic practices of some self-destructive tribe. Written in a brash, engaging style, the book is also a philosophical inquiry into the nature of debt — where it came from and how it evolved. Graeber’s claim is that the past 400 years of Western history represent a grievous departure from how human societies have traditionally thought about our obligations to one another. What makes the work more than a screed is its intricate examination of societies from ancient Mesopotamia to 1990s Madagascar, and thinkers ranging from Rabelais to Nietzsche — and to George W. Bush’s brother Neil.”
—Thomas Meaney, New York Times Book Review(Read the whole article)
—Thomas Meaney, New York Times Book Review(Read the whole article)
Every economics textbook says the same thing: Money was invented to replace onerous and complicated barter systems—to relieve ancient people from having to haul their goods to market. The problem with this version of history? There’s not a shred of evidence to support it.
Here anthropologist David Graeber presents a stunning reversal of conventional wisdom. He shows that 5,000 years ago, during the beginning of the agrarian empires, humans have used elaborate credit systems. It is in this era, Graeber shows, that we also first encounter a society divided into debtors and creditors.
With the passage of time, however, virtual credit money was replaced by gold and silver coins—and the system as a whole began to decline. Interest rates spiked and the indebted became slaves. And the system perpetuated itself with tremendously violent consequences, with only the rare intervention of kings and churches keeping the system from spiraling out of control. Debt: The First 5,000 Years is a fascinating chronicle of this little known history—as well as how it has defined human history, and what it means for the credit crisis of the present day and the future of our economy.
David Graeber teaches anthropology at Goldsmiths, University of London. He is the author of Towards an Anthropological Theory of Value, Lost People: Magic and the Legacy of Slavery in Madagascar, Fragments of an Anarchist Anthropology, Possibilities: Essays on Hierarchy, Rebellion, and Desire, and Direct Action: An Ethnography. He has written for Harper’s, The Nation, Mute, and The New Left Review. In 2006, he delivered the Malinowski Memorial Lecture at the London School of Economics, an annual talk that honors “outstanding anthropologists who have fundamentally shaped the study of culture.” Read the Debt first 23 pages on ISSU











