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30.8.18
14.12.13
Luciana Parisi e Tiziana Terranova: intervista a due voci su 'Masse, potere e post-democrazia nel XXI secolo'
Intervista a due voci su temi di masse, potere, post-democrazia a Luciana Parisi e Tiziana Terranova. Intervista raccolta l'11 Dicembre 2013 dagli autori di Obsolete Capitalism (da questo punto in poi OC) e Rizomatika. Di seguito le interviste dello stesso ciclo precedentemente pubblicate in lingua inglese: Parikka, Newman, Sampson, Choat e Toscano; ed in italiano: Parikka, Newman, Sampson, Choat e Berti.
EDIT: Abbiamo raccolto le due interviste in un unico PDF che si può scaricare o leggere online. Tutte le interviste sul populismo digitale, in lingua italiana, possono essere lette o scaricate gratuitamente nell'e.book "Nascita del populismo digitale. Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo" QUI.
Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo
Fascismo di banda, di gang, di setta, di famiglia, di villaggio, di quartiere, d’automobile, un Fascismo che non risparmia nessuno. Soltanto il micro-Fascismo può fornire una risposta alla domanda globale: “Perchè il desiderio desidera la propria repressione? Come può desiderare la propria repressione?
—Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Mille Piani, pg. 271
Sul micro-fascismo
OC Partiamo dall’analisi di Wu Ming, esposta nel breve saggio per la London Review of Books intitolato “Yet another right-wing cult coming from Italy”, che legge il M5S e il fenomeno Grillo come un nuovo movimento autoritario di destra. Come è possibile che il desiderio di cambiamento di buona parte del corpo elettorale sia stato vanificato e le masse abbiano di nuovo anelato - ancora una volta - la propria repressione ? Siamo fermi nuovamente all’affermazione di WilhelmReich: sì, le masse hanno desiderato, in un determinato momento storico, il fascismo. Le masse non sono state ingannate, hanno capito molto bene il pericolo autoritario, ma l’hanno votato lo stesso. E il pensiero doppiamente preoccupante è il seguente: i due movimenti populisti autoritari, M5S e PdL, sommati insieme hanno più del 50% dell’elettorato italiano. Le tossine dell’autoritarismo e del micro-fascismo perché e quanto sono presenti nella società italiana contemporanea ?
Luciana Parisi Del microfascismo bisogna innanzitutto capire se è un desiderio di repressione, e quindi di negatività, o se si tratta in termini cibernetici di opporre l’ordine all’entropia, oppure se parliamo di una disseminazione dell’entropia. Capire cos’è l’entropia è fondamentale per capire questa nozione di microfascismo. E’ facile assumere che l’entropia sta all’informazione come il caos sta all’ordine, o come l’istinto di morte alla vita o alla capacità auto-organizzativa di un corpo (corpo sociale, biologico, culturale). Innanzitutto, bisogna dunque ripensare alla tesi termodinamica su cui si basa l’idea di microfascismo. Secondo la tesi termodinamica, il microfascismo è una distribuzione impazzita del desiderio di distruzione, piuttosto che di costituzione (appunto da molti pensata come positiva in un movimento politico). Questo divario tra costituzione e distruzione su cui si basa la concezione del microfascismo a cui ti riferisci è a dir poco limitante e quando applicata a movimenti politici rischia di non vedere o non considerare le direzioni del microfascismo in termini di tensione tra energia e informazione. Quindi non in termini di desiderio di morte portato dall’informazione, ma invece della produzione di nuove dinamicità che non rispecchiano il punto di vista di un soggetto che vuole reprimersi. Invece, il microfascismo potrebbe essere concepito come produzione di nuove dinamicità, anti-entropie, che non si rispecchiano nell’energia organica. Penso quindi che bisogna partire da questa domanda: di che tipo di entropia stiamo parlando, e cosa ci può dire dei movimenti politici ad un altro livello di analisi? Quindi microfascismo non significa necessariamente desiderio di repressione. Come anche Deleuze e Guattari hanno anticipato, la questione del desiderio è tutt’altro che risolta in una specie di schema freudiano basato su una concezione termodinamica del principio di piacere. Invece di essere solo un desiderio di repressione, il microfascismo o la forza entropica dell’assoggettamento, distribuito sul piano sociale – e inscritto nella geologia della terra oltre che dell’umano – diviene piuttosto parte di una accelerazione di desiderio – un nuovo tipo di nichilismo - che restituisce potenza ai soggetti neutralizzati dal potere. Invece di ricorrere ai luoghi familiari della critica – in cui la tecnologia è quasi sempre sinonimo di tecnocrazia – c'è un altro modo, forse, per capire questo microfascismo per cui le forze di desiderio di repressione sono e possono essere anche liberatorie di un soggetto storicamente neutralizzato dalle forme di organizzazioni politiche di appartenenza a un partito il cui programma politico è un copione. Questa accelerazione del desiderio si può definire sia nei termini di macchina da guerra futurista sia nella sua sovrapposizione con la macchina da guerra di Deleuze e Guattari in quanto la velocità diventa attributo determinante di una qualità politica che bisogna capire nella sua complessità.
Tiziana Terranova Luciana ha giustamente posto l'accento sulla necessità di ripensare che cosa Deleuze e Guattari intendessero con il concetto di microfascismo, su quale concezione del rapporto tra energia desiderante e informazione si fondi, e su come sia importante non collassare il microfascismo con il fascismo tout court. Forse è per questo che l'interpretazione del grillismo di Wu Ming, fin dall'inizio mi ha lasciato fredda. Penso che il discorso sia diverso per Forza Italia e i berlusconiani, nella misura in cui, a mio avviso, c'è stato un transfert molto più diretto della figura di Mussolini su quella di Berlusconi, anche con tutto un confluire di apparati, logge e organizzazioni neo-fasciste su questa figura. E però allo stesso tempo questo non significa negare che ci sono elementi autoritari e microfascisti in gioco nel Movimento 5 stelle. La rabbia di Grillo, dei 5 stelle, di coloro che li hanno votati forse può essere vista come microfascista nel senso che Luciana vuole dare al termine: un nichilismo che restituisce potenza agli assoggettati dal potere. Tutta questa rabbia è assolutamente giustificata. E come potrebbe essere altrimenti dopo decenni di televisione e stampa che, malgrado le censure e i controlli, hanno riportato abbastanza fedelmente tutti gli scandali, le corruzioni, le connivenze, le complicità nell'enorme estrazione di ricchezza che si sta operando oggi in Italia, ma anche (è questo è spesso oscurato dai media nazionali) in Europa e nel resto del mondo? Nella retorica, nello stile verbale di molti esponenti del movimento c'è questa rabbia e questo disprezzo, e questo è quello che agli occhi di molti, soprattutto il centrosinistra democratico, li rende fascisti. Sergio Bologna è stato uno dei primi a sostenere che il movimento 5 stelle è figlio del giornalismo investigativo di un programma come Report, dei libri sulla casta etc. Ma tutto ciò avrebbe dovuto spingere secondo i più affermati opinionisti 'democratici' l'elettorato nelle braccia dell'unica alternativa, il riformismo democratico, in pratica un neoliberismo di sinistra. Molte energie sono state investite da quell'area politica nel definire come estremisti o fascisti tutto ciò che sfugge o eccede la loro impostazione politica. E tuttavia, il riformismo democratico è stato ripetutamente battuto alle urne ed ecco le accuse di fascismo e populismo nella stampa e nei media di quell'area, che non risparmiano queste accuse a nessuna forma di politica che li eccede (pensiamo alla demonizzazione, nel senso che Stanley Cohen ha dato al termine, dei centri sociali, del movimento No Tav, delle occupazioni, delle proteste ambientali etc). Certamente c'è un tratto che Grillo e il pubblico del blog ha assorbito dai media mainstream, cioè il ritenere la corruzione un problema italiano, nel pensare che gli 'altri' (i 'civili', cioè i tedeschi, gli inglesi, gli scandinavi, gli americani) mandano i corrotti in galera, che altrove esiste una 'buona' politica. In questo non si è emancipato dal discorso liberale di giornali come La Repubblica che continuamente pongono come modello dell'Italia i paesi 'normali' del Nord del mondo. Ma non mi trovo d'accordo sul modo in cui il Movimento 5 stelle è stato messo nella casella dei 'cattivi' o degli 'incompetenti' al potere, appunto espressione di un microfascismo generalizzato che confluisce nel corpo e nella voce del leader. A me sembra che questo sia un cercare di ricondurre tutto quello che è nuovo a qualcosa di già visto e scontato. Il Movimento 5 stelle ha espresso questa rabbia diffusa contro la corruzione identificata non con quella o l'altra parte politica ma con tutto lo spettro politico parlamentare tout court. E' andato alle elezioni non per fare mediazioni, ma per prendere il potere e rifondare la politica. Ha tentato cioè una specie di hack della politica parlamentare, a cui i movimenti sociali hanno rinunciato da anni nella convinzione della necessità di fondare nuove istituzioni che non passino attraverso i meccanismi classici della rappresentazione. Questo hack, questa rottura del meccanismo, per fortuna o sfortuna, non lo possiamo dire, non gli è riuscita, e quindi piuttosto che rientrare nella mediazione, hanno portato una specie di guerriglia in parlamento. Io trovo, per esempio, l'episodio del senatore grillino, che è riuscito a inserire l'emendamento per l'abolizione del reato di clandestinità, geniale. Partendo da una totale sfiducia nei partiti esistenti, gli eletti del M5S - che sono andati al potere con il mandato di destituire, il tutti a casa è un tema comune - si muovono come una squadra di calcio, aprendo un varco nelle difese serrate del nemico, reso disorientato per qualche giorno dall'effetto dirompente della strage di migranti nel mare di Lampedusa, segnando un goal. La sconfessione di Grillo, invece, il suo appello alla popolarità e al programma, agli 'italiani' che non voterebbero mai un partito che ha nel suo programma l'abolizione del reato di clandestinità, nella continuità delle sue affermazioni sulla politica della migrazione, dimostra quali sono gli elementi di esclusione nella figura di cittadino al quale si riferisce. Grillo parla di cittadino italiano, i cui interessi sono opposti a quelli di due gruppi sociali: in primis a politici e impiegati pubblici, ma anche, in maniera meno esplicita, agli immigrati. I parassiti legati alla macchina statale da un lato, i flussi incontrollati migratori dall'altro. Mettere sullo stesso piano politici, impiegati pubblici e migranti propone un’immagine del cittadino che si sovrappone a quella del 'datore di lavoro'. Nel berlusconismo, il datore di lavoro che è il proprietario di denaro o capitale che irrora il corpo sociale di lavoro e ricchezza, è assolutizzato nella figura di Berlusconi. Grillo disperde questa potenza del datore di lavoro distribuendola sulla figura di un cittadino italiano che lavora e paga le tasse e quindi diventa il datore di lavoro di politici e impiegati pubblici, e guarda all'immigrato in termini di vantaggi o svantaggi che questa forza lavoro comporta. Per questo può attingere anche all'elettorato della Lega, ma senza riprenderne in maniera centrale i tratti più truculenti. Un altro elemento del M5S che si potrebbe definire autoritario senza dubbio è il rapporto con il 'programma' e con la 'rete'. Il blog di Grillo ha costituito negli anni un pubblico a cui ha raccontato quotidianamente la corruzione della politica e del capitalismo italiano proponendo, invece, una visione alternativa di un futuro ecologico e tecnologico, un futuro a tecnologia verde, decentralizzata, basato sul coinvolgimento attivo dei 'cittadini'. Non a caso Grillo ha sostenuto le vertenze in Campania contro l'inceneritore, per la bonifica dei territori avvelenati dai rifiuti tossici, e il movimento No Tav. Ma pare che l'unico modo di raggiungere questo obbiettivo per il M5S è sottoporsi alla disciplina rigida del programma deciso dalla rete. La rete diventa un soggetto unico le cui differenze e opposizioni possono essere risolte tramite votazioni, a sua volta calibrata dagli algoritmi per evitare infiltrazioni. I deputati, idealmente, dovrebbero essere, secondo Grillo, come le maschere di Anonymous: pure espressioni di una volontà generale espressa dalla rete. In questo senso, la rete diventa il popolo, la cui volontà non può che essere unitaria, e i parlamentari 5 stelle i suoi avatar. Il risultato è un appiattimento sull'esistente, un piegarsi all'opinione maggioritaria, un soffocamento dell'invenzione e del dissenso. E pur tuttavia tutto ciò non equivale a rappresentarlo univocamente come un movimento autoritario di destra, semmai è, e continua ad essere, un contenitore abbastanza caotico che la voce di Grillo non riesce a rappresentare totalmente e a contenere. Insomma a me sembra che il Movimento 5 stelle rappresenti un insieme di differenze rispetto alla composizione della sinistra che in alcuni casi diventa piena opposizione e quindi conflitto (sulla questione della migrazione, sul rapporto pubblico/privato etc) e in altri casi invece sovrapposizione. Ma non è questo il problema politico principale, per coloro che non vogliono rimanere intrappolati nell'opposizione bipolare (a cui l'Italia aspira nel nome della governabilità), la composizione (non la mediazione) delle differenze? Per essere chiari, nella mediazione ognuno cede qualcosa e si arriva a un compromesso 'mediano', la composizione richiede invece l'attivazione dell'invenzione, l'introduzione di elementi nuovi, lavora sul nichilismo microfascista in modo trasformativo, cioè costituente.
1919, 1933, 2013. Sulla crisi
OC Slavoj Zizek ha affermato, già nel 2009, che quando il corso normale delle cose è traumaticamente interrotto, si apre nella società una competizione ideologica “discorsiva” esattamente come capitò nella Germania dei primi anni ’30 del Novecento quando Hitler indicò nella cospirazione ebraica e nella corruzione del sistema dei partiti i motivi della crisi della repubblica di Weimar. Zizek termina la riflessione affermando che ogni aspettativa della sinistra radicale di ottenere maggiori spazi di azione e quindi consenso risulterà fallace in quanto saranno vittoriose le formazioni populiste e razziste, come abbiamo poi potuto constatare in Grecia con Alba Dorata, in Ungheria con il Fidesz di Orban, in Francia con il Front National di Marine LePen e in Inghilterra con le recentissime vittorie di Ukip. In Italia abbiamo avuto imbarazzanti “misti” come la Lega Nord e ora il M5S, bizzarro rassemblement che pare combinare il Tempio del Popolo del Reverendo Jones e Syriza, “boyscoutismo rivoluzionario” e disciplinarismo delle società del controllo. Come si esce dalla crisi e con quali narrazioni discorsive “competitive e possibilmente vincenti”? Con le politiche neo-keynesiane tipiche del mondo anglosassone e della terza via socialdemocratica nord-europea o all’opposto con i neo populismi autoritari e razzisti ? Pare che tertium non datur.
LP Voglio soffermarmi sull’idea di crisi. Storicamente l’analisi politica della crisi si è basata su una concezione negentropica del capitale e del suo effetto sul sociale. La capacità di trasformare le forze energetiche si può capire in termini di evoluzione di un sistema verso una creazione distruttiva o perfino una distruzione distruttiva come alcuni hanno sostenuto recentemente. La crisi quindi è capita come un momento che conduce a un nuovo livello di riterritorializzazione che sfocia nel razzismo, ma anche nel sessismo e il caso italiano è ricco di esempi in cui la crisi giustifica la ripetizione degli schieramenti politici contro le politiche identitarie. Questo porta alcuni a dire che i cosiddetti frammenti politici – dalle questioni di genere a quelle della transessualità, dai movimenti ecologisti agli animalisti – non capiscono l’urgenza di auto-costituirsi in un programma politico unitario che possa diventare alternativo alla narrazione della crisi economica del capitale. Ma vorrei suggerire che l’appello a una fondamentale appartenenza alla classe lavoratrice è anch’esso sintomo della repressione che riguarda non solo le differenze, ma la radicale immanenza della produzione di socialità frattali, il cui senso di unità sta nella fondamentale incommensurabilità delle parti. Piuttosto che a una politica delle differenze – o di continua differenziazione del socius che per molti è solo sintomo di uno spiritualismo politico che non sa rispondere veramente al dominio della crisi economica (ed ecco perché bisogna mantenere l'assunto primario della classe lavoratrice) - bisogna guardare, forse, alla proliferazione della frattalità non solo tra, ma anche dentro, i movimenti: quindi movimenti uniti dalla frattalità e non dalla univocità dell'appartenenza. Ciò significa che bisogna ogni volta ripassare per le matrici dell’antisessismo e dell’antirazzismo come spazi zero di invenzione - nel senso che bisogna sviluppare una pratica teorica e una teoria pratica – che rompa l'identificazione della 'crisi' con la 'crisi economica' e le conseguenze che molti sembrano ricavare da questa equivalenza: per uscire dalla crisi bisogna passare attraverso la ricostituzione rappresentativa. Il punto è che si possono sviluppare delle cartografie della ricostituzione che non combaciano con il discorso omogeneo della rappresentazione. Infatti queste cartografie possono anche produrre un altro tipo di rappresentazione – lavorando dentro la rappresentazione, invece che contro. Se la crisi non è più solo un momento negentropico, che porta da un lato a una ricostituzione primaria dei discorsi e dall'altro a una frammentazione dei movimenti senza vera valenza politica, allora che altro può essere la crisi? Penso che, ancora una volta, si debba considerare in maniera scientifica, e non solo politica, l’idea di crisi come 'collasso', visto come l’incapacità di contenere in un’assioma tutte le condizioni date. Da questo punto di vista bisogna imparare a capire in che modo è cambiato quello che possiamo chiamare il calcolo algoritmico del capitale, componente fondamentale della sua razionalità politica e del modo in cui ha affrontato il collasso del 2008. Questo calcolo algoritmico non funziona su assiomi completi, finiti e predeterminati, per cui la risposta a x non può che essere z, e tutto è previsto, incluso, e predeterminato. Il capitale sembra piuttosto funzionare su una quasi assiomatica, secondo cui le regole sono continuamente cambiate come in una semplice risposta a cambiamenti esterni. Troviamo questa logica al lavoro anche nel paradigma interattivo, in cui gli assiomi sono anch’essi divenuti dinamici e interscambiabili, e soprattuto aperti al calcolo delle contingenze. Naturalmente non sto escludendo il fatto che il calcolo funzioni ancora per via assiomatica completa, ma penso che sia importante capire che sin da Alan Turing, la scoperta dell’incomputabile e cioè dell’incapacità di un sistema di contenere tutte le sue espressioni abbia messo in moto una cultura della programmabilità per cui la crisi è già condizione incondizionata del calcolo. Ciò che avviene oggi nel contesto del capitale computazionale è che il limite del calcolo è diventato un infinito che si può computazionalmente calcolare. Quindi si potrebbe addirittura parlare non della crisi e della sua rappresentazione, ma della crisi come una constante topologica che sottende sia il calcolo del capitale – che include il lavoro e il modo in cui le affettività sono trasformate in lavoro – ma anche la frattalizzazione unitaria del movimento politico.
TT Penso che rispetto agli anni trenta del novecento ci troviamo di fronte a una moltiplicazione davvero infinita, anzi io direi quasi infinitesimale (Luciana direbbe incomputabile che per lei non è la stessa cosa) dei desideri e delle aspirazioni di questo socius e contemporaneamente un inasprimento terribile della crisi che impedisce a questi desideri di realizzarsi. Il calcolo economico, la logica dell'interesse, la competitività, la povertà diffusa sembrano avere una presa fortissima sul presente, ma non dobbiamo pensare che esauriscano necessariamente il futuro perché appunto non esauriscono neanche il presente. Penso al desiderio di una vita sollevata dal ricatto del lavoro del precariato urbano e quindi alla richiesta di un reddito di cittadinanza, all'idea di un commonfare (come quello proposto da Carlo Vercellone) come base di un’economia 'antropogenetica' che metta al centro lo sviluppo delle relazioni affettive e della cura del sé e degli altri, alle esigenze diffuse di un nuovo rapporto con la terra, la natura, il corpo, il cibo, la sessualità, le nuove forme di spiritualità, un modo di produzione degli oggetti che non dipenda dalla semi-schiavitù della fabbrica, un movimento libero dei corpi al di là delle frontiere, una eterogeneità di modi di vivere che investe le strutture tradizionali della famiglia, dell'abitare etc... Tutti questi desideri e aspirazioni sono come sollecitati dalla razionalità politica del capitalismo neoliberale che ci incita continuamente a 'lavorare su noi stessi', a desiderare di realizzare i nostri desideri e affermare le nostre credenze, ma allo stesso tempo sono frustrati dalle logiche mercantili, dall'estensione del tempo di lavoro, dalla trappola del debito, dalla comunicazione regolata sulla produzione di profitto, dalla povertà. Siamo prigionieri di una moneta privatizzata, generata da un tipo di calcolo che non permette di distribuire le risorse per costruire propri mondi, inclusi gli spazi e i tempi per espandere questi desideri e sperimentare i modi in cui attualizzarli socialmente. Per questo mi piace come i post-operaisti hanno messo l’accento sull’inventare non tanto una nuova narrazione, ma nuove istituzioni in grado di sostanziare questi processi desideranti, che in opposizione alla logica del privato e del pubblico, chiamano istituzioni del comune. Molte di queste aspirazioni e desideri sono in un movimento come quello 5 stelle, ma rimangono catturate dalla logica dell'informazione e dell'opinione, diventano cioè discorsi prefabbricati da opporre con rabbia all'esistente che faticano a produrre auto-formazione, cioè approfondimento, cooperazione e invenzione. Se si relega questa materia sociale allo statuto di qualcosa di non essenziale, perché riguarderebbe la cultura e non l'economia, o se si pensa che questi desideri possano essere catturati totalmente da una narrazione unitaria, allora non si capisce che ne costituirebbero invece proprio la base, l'infrastruttura macchinica direbbe Guattari, da cui può emergere non una narrativa ma una nuova razionalità politica e un nuovo modo di vivere.
Sull'organizzazione
OC Daniel Guèrin nel suo “La peste brune” mostra come la conquista del potere di Hitler nella Germania del 1933 sia avvenuta grazie anzitutto a “micro-organizzazioni che gli conferivano un mezzo incomparabile, insostituibile per penetrare in tutte le cellule della società”. Il movimento di Grillo si è ramificato nella società grazie alla formula territoriale dei meet-up mutuata direttamente dal mondo politico statunitense, i meet-up di Howard Dean (vedi qui). Ma il M5S è altro ancora dai Meet-Up. E’ possibile tentare un’analitica dell’esplosione M5S come neo-vettore energetico in mutazione vorticosa (Fèlix Guattari l’avrebbe chiamato “il movimento assoluto della macchina-Grillo)? Quali sono le componenti, i fili, i flussi, i segmenti, gli slanci e le eterodossie della “macchina da guerra astratta” grillina ?
TT Sicuramente potrei sbagliarmi perché tutto sembra mutare molto velocemente, ma in questo momento non mi sembra di vedere questa mutazione vorticosa, né un aumento delle 'cellule' grilline. Anzi a me pare che il radicamento in parlamento abbia in un certo senso de-energizzato i Meetup. Questo, per me, rimane il limite più grosso del Movimento 5 stelle: l'opposizione alla politica è così forte che non riesce a produrre vera auto-organizzazione dei saperi e dei desideri nella direzione dell'approfondimento, della co-ricerca e dell’auto-formazione. A me sembra, da esterna, che il Movimento 5 stelle sia cresciuto grazie a una convergenza della televisione, della rete, della piazza, e di un regionalismo fondato sulle città medio-piccole piuttosto che sulle metropoli. La televisione per la popolarità di Grillo in quanto personaggio televisivo (anche se lontano da anni dalla televisione) e per l'effetto continuativo negli anni di programmi come Report, Servizio Pubblico, Presa Diretta etc; la rete nella forma del blog ha individualizzato ulteriormente questo pubblico, gli ha dato la possibilità di riconoscersi in una voce; le piazze per i comizi-spettacolo di Grillo nelle sue campagne elettorali hanno energizzato i militanti; le città per il movimento di Meetup e le iniziative locali di stampo prevalentemente ambientale. Tutto questo circuito, che forse appunto conteneva già come limite l'aderenza a un certo discorso che identificava nella corruzione la causa e non il sintomo del 'malgoverno' delle vite, pare che, al momento, si sia arenato in Parlamento. La spallata non è avvenuta, il M5S rischia seriamente di trasformarsi in un altro partito, il pubblico che lo sostiene rischia di sgonfiarsi. Ma quelle energie, quelle voglie di cambiamento che si sono canalizzate nel M5S, che si sono affacciate alla politica attraverso il M5S dove andranno, dove stanno andando? La crisi è durissima e sta impoverendo una gran parte della popolazione che è vessata contemporaneamente da sfruttamento, tassazione e debito. Secondo me rimangono lì in uno stato di indeterminazione e oscillazione. Nella terminologia di Gabriel Tarde, sono state magnetizzate da Grillo per il momento, ma dove si dirigeranno in futuro? Da cosa si farà catturare questa forza e energia sociale? Per me tutto questo al momento non è chiaro. Non mi sembra però che l’Italia, al momento, sia stata catturata dai movimenti neo-fascisti come sta succedendo in altre parti d’Europa. Anche se sicuramente la presenza segnalata di organizzazioni di estrema destra nello sciopero indetto per il 9 dicembre fa pensare che queste cerchino di inserirsi in questa crisi. Fondamentale, fino ad ora, è stata l'azione degli antifascisti italiani che nonostante le repressioni di cui sono stati oggetto, incluse campagne stampa 'liberali' e 'democratiche' che continuano a porre l'equivalenza tra fascisti e antifascisti, hanno impedito, per il momento, alle destre fasciste di radicarsi e espandersi nelle città.
LP Non credo che questa forma politica sia vertiginosa e non saprei come discutere la possibilità di una macchina astratta grillina. Mi sembra che il Meetup sia stato concepito come un nodo di affluenza dell’opinione pubblica che però è problematica espressione deliberatoria della libera volontà della gente comune. Invece bisogna considerare la politica propria di queste strutture informatiche: la costituzione di un punto di vista che chiede di essere ricevuto e cambiato. Nel caso di M5S, bisogna ancora una volta realizzare che c’è questo tipo di imperativo interattivo che agisce attraverso le energie politiche. Ma non si tratta solo di un assoggettamento dell’energia a questo punto di vista algoritmico. Forse il problema è vedere appunto questa direzione costante dal vettore all’organizzazione dimenticando che il vettore ha già una direzione – un ordine e quindi una struttura informazionale – e quindi non e’ completamente libero in prima istanza. Ciò che si suppone sia catturato dal M5S, che sembra qui discusso in termini di microfascismo e di genuine energie di dissenso, forse non può essere scisso dall’entropia dell’informazione stessa – e cioè che c’è un ordine nell’energia stessa, che non sfocia in una eguaglianza tra energia e informazione, ma piuttosto di un nuovo ordine di informazione e energia di cui non abbiamo ancora colto l'operabilità immanente.
Sulle onde anomale
OC Franco Berardi in un suo recente post sul sito di Micromega afferma che, con il voto del 24 febbraio 2013, la sconfitta dell’anti-Europa liberista comincia in Italia. Gli italiani, secondo la sua particolare lettura, avrebbero detto: non pagheremo il debito. Insolvenza. Che cosa è accaduto in Italia, secondo il vostro punto di vista, il 24 febbraio 2013? E poi, un recentissimo studio dell’Istituto Cattaneo - Gianluca Passarelli, il ricercatore - ha dimostrato che il M5S è il partito più “nazionale” delle elezioni del 24 febbraio; il suo scoring (0,90 sul top vote di 1,00) dimostra che il suo dato elettorale è il più omogeneo, nei termini di percentuale di voti, su tutto il territorio nazionale, più del PdL (0,889) e del PD (0,881). Ma come è potuto accadere ? Come è stato possibile che in quasi tre anni, dal 2010 al 2013, questo partito-movimento abbia potuto non solo competere, ma addirittura battere, macchine elettorali ben rodate quali quelle delle formazioni berlusconiane e della sinistra organizzata ?
TT Insomma le macchine elettorali ben rodate perdono pezzi da un bel po'. Addirittura negli ultimi giorni, la corte costituzionale italiana ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale con cui si è votato per molti anni. Il parlamento, la presidenza della repubblica, le leggi emulgate sono state dichiarate incostituzionali. In un certo senso è una sentenza che ha sancito il giudizio non tanto di incostituzionalità, ma di illegittimità che le urne hanno espresso in maniera crescente in Italia (tra astenuti e votanti 5 stelle) negli ultimi anni. In Italia da anni cospirano per dimostrare che non c'è alternativa a questo bipolarismo dove o sei con Berlusconi o contro di lui in nome delle 'riforme', cioè le liberalizzazioni. L'accordo bi-partisan sulle politiche di fondo (riforme di scuole e università, privatizzazioni, austerity, precariato di massa etc) è ben consolidato. Chi vota, a parte forse gli irriducibili berlusconiani o chi vota per ottenere dei favori, lo fa con un senso di frustrazione. Come ho detto sopra, Grillo ha costruito un circuito che ha funzionato durante le elezioni del 2013: penso abbia trovato il modo di attaccare dall'esterno il sistema bipolare. Ha capitalizzato sulla crisi e sulla frustrazione di un elettorato a cui viene continuamente detto che si va di male in peggio, che le responsabilità sono di una classe politica corrotta e senza vergogna. L'elettorato non ha creduto a Monti e all'idea del governo tecnico e il ritorno ai valori democristiani come soluzione. Grillo gli ha proposto un'alternativa (il deputato-cittadino, la politica verde, il localismo, la cancellazione dei 'privilegi' etc...). Il problema è cosa succede quando sei in parlamento, ormai esautorato dalla governance finanziaria, dove ti riduci a fare la guerra ai politici senza poter incidere sulle trasformazioni profonde. Un parlamento 'pulito' e non 'corrotto' è automaticamente un parlamento in grado di contrastare il comando della BCE, dei mercati e della finanza internazionale o rischia semplicemente di esprimere un governo in grado di legittimare moralmente i 'sacrifici' richiesti? Che Grillo riesca a mantenere questi numeri, dunque, è tutt'altro che scontato. Ma certo ha dimostrato che la spallata al bipolarismo non è così difficile. Tutto sembra molto stabile eppure allo stesso tempo molto fragile, molto instabile.
LP Credo che ciò dimostri che il bipolarismo non è una struttura binaria ma piuttosto è una guerra sul 'centro' che dipende obbligatoriamente da questa zona grigia che coinvolge tutto il resto. Questa zona è da tempo tirata a destra e a sinistra, ma Grillo l’ha invece occupata costruendo delle concatenazioni di senso partendo dalla sconfitta affettiva – oltre che politica - di tutto il resto. In particolare ha dedotto da questa zona grigia i suoi dati oscuri e ha rilevato un ampio spettro di malcontento la cui voce si è diffusa in maniera virale, quindi per amplificazione dell'ingiunzione: anche tu sei politico. Quest’amplificazione ha donato un riconoscimento rappresentativo ai dati invisibili che le ideologie di destra e di sinistra non hanno colto ma, spesso, celato. Ma a me sembra che bisogna riflettere più sui dati e sul loro intervento epistemologico e ontologico sulla politica e sulla rappresentazione politica.
- Sul popolo che manca
OC Mario Tronti afferma che “c’è populismo perché non c’è popolo”. Tema eterno, quello del popolo, che Tronti declina in modalità tutte italiane in quanto “le grandi forze politiche erano saldamente poggiate su componenti popolari presenti nella storia sociale: il popolarismo cattolico, la tradizione socialista, la diversità comunista. Siccome c’era popolo, non c’era populismo.” Pure in ambiti di avanguardie artistiche storiche, Paul Klee si lamentava spesso che era “il popolo a mancare”. Ma la critica radicale al populismo - è sempre Tronti che riflette - ha portato a importanti risultati: il primo, in America, alla nascita dell’età matura della democrazia; il secondo, nell’impero zarista, la nascita della teoria e della pratica della rivoluzione in un paese afflitto dalle contraddizioni dello sviluppo del capitalismo in un paese arretrato (Lenin e il bolscevismo). Ma nell’analisi della situazione italiana ed europea è tranchant: “Nel populismo di oggi, non c’è il popolo e non c’è il principe. E’ necessario battere il populismo perché nasconde il rapporto di potere”. L’abilità del neo-populismo, attraverso gli apparati economici-mediatici-spettacolari-giudiziari, è nel costruire costantemente dei “popoli fidelizzati” più simili al “portafoglio-clienti” del mondo brandizzato dell’economia neo-liberale: quello berlusconiano è da vent’anni che segue blindato le gesta del sultano di Arcore; quello grillino, in costruzione precipitosa, sta seguendo gli stessi processi identificativi totalizzanti del “popolo berlusconiano”, dando forma e topos alle pulsioni più deteriori e confuse degli strati sociali italiani. Con le fragilità istituzionali, le sovranità altalenanti, gli universali della sinistra in soffitta - classe, stato, conflitto, solidarietà, uguaglianza - come si fa popolo oggi ? E’ possibile reinventare un popolo anti-autoritario? A mancare, è solo il popolo o la politica stessa?
TT Non ho una formazione in teoria politica in senso stretto, ma in studi culturali e new media studies, quindi ho un po' di difficoltà con la nozione di populismo. Mi trovo più a mio agio con la nozione di 'popolare' per esempio, in cui il femminile ha molto più spazio. Ho imparato dalla scuola di Birmingham e dalla loro rilettura di Gramsci, che il popolare è il terreno su cui si combatte per l'egemonia, poi con le letture e frequentazioni post-operaiste e la ricerca su scienze e tecnologie ho un po' messo da parte questo interesse per il popolare nella mia ricerca anche se rimango sempre più appassionata alla cultura popolare che all'arte contemporanea. Per esempio io trovo nella Reality TV, che è un fenomeno 'glocale' come sappiamo, uno straordinario inventario dei desideri delle soggettività e anche dei dispositivi attraverso cui questi desideri sono canalizzati verso la competitività, il mito del successo individuale ('uno su mille ce la fa se ha l'X factor' gli altri peggio per loro, eliminati). Le serie televisive americane degli ultimi quindici anni poi hanno prodotto straordinarie narrazioni e immagini di un 'popolo', quello americano, che si esprime in una molteplicità di figure e di personaggi spesso rappresentati nell'atto di cadere. I personaggi maschili di quasi tutti i serial televisivi americani di maggior successo sono rappresentati nell'atto di cadere: dalle crisi di panico di Tony Soprano, alla caduta libera di Mad Men, allo sprofondare della famiglia poligama di Big Love, alla 'caduta' nel crimine, reinterpretata però come rottura, di Breaking Bad. A me piace pensare che il popolo invocato da Tronti, opposto al populismo autoritario e patriarcale, possa emergere dal popolare, sia una possibilità che si può ritrovare nel popolare. Sembra superfluo ricordare come Berlusconi abbia costruito il proprio successo sull'occupazione e reinvenzione del nazional-popolare, e in particolar modo del corpo delle donne, ma forse non è così tanto superfluo ricordare che la sinistra, forse, l'ha persa proprio scegliendo la subalternità in questo campo. La letteratura, la televisione, la musica, i fumetti, il cinema, l'arte, ma anche le feste, i raduni, le arti e discipline del corpo non sono questi i luoghi da cui può emergere il popolo rabelaisiano, nel senso che ce ne dà Bachtin del termine, o il 'popolo a venire' di Deleuze e Guattari? Non è in questo campo così trascurato che si formano quei desideri e quelle credenze, quei linguaggi e quelle forme da cui attingere per continuare a credere nel mondo? Il popolo di Rabelais esiste dove c'è una cultura popolare, non semplicemente una cultura folk delle radici, ma una cultura che si rinnova, che si appropria delle tecnologie e delle forme, che le rivitalizza con la cooperazione, la contaminazione e con l'invenzione, che si fa 'comune'. Tutto ciò oggi passa sia per i vecchi mass media (la televisione re-mediata) ma anche in maniera crescente per le nuove tecnologie di produzione e condivisione.
LP Deleuze ci ha lasciato con l’immagine non del popolo ma della “gente che verrà”. Credo che bisogna soffermarsi su come la concezione di gente sia diversa dal popolo e di come la cultura popolare (e su questo sono d’accordo con Tiziana) sia diversa dal populismo. In generale, come dice anche Alberto Toscano nella sua intervista, l’idea di popolo (per esempio richiamata da Jodi Dean) è un’idea problematica perché si dà per scontato il comunismo che sostiene questo “popolo”. Ritornando a Deleuze, l’idea di gente è forse rapportabile all’idea di massa maggioritaria – e quindi non di classe e nemmeno di populismo – ma proprio l’eterogeneità e la complessità dell’unità più elementare. La gente che verrà non è però un appello ad un futuro possibile, o un futuro saturo di immaginario post 9/11 (penso ad esempio alla serie televisiva Homeland, ma anche la rappresentazione di un nuovo tipo di femminismo come si vede nella serie TV Borgen). In questo senso, si tratta non di costituire un nuovo popolo, facendo un lavoro su sè stessi che assuma il pensiero come infinita riflessione. Si tratta piuttosto di una pratica teorica di natura speculare rivolta non tanto al cambiamento delle condizioni della gente, così che si possa costituire un popolo, quanto alle futurità già esistenti nella gente, definite da un pensiero immanente.
Sulle società di controllo
OC Gilles Deleuze nel Poscritto delle Società di Controllo, pubblicato nel maggio del 1990, afferma che, grazie alle illuminanti analisi di Michel Foucault, emerge una nuova diagnosi della società contemporanea occidentale. L’analisi deleuziana è la seguente: le società di controllo hanno sostituito le società disciplinari allo scollinare del XX secolo. Deleuze scrive che “il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri padroni”. Difficile dargli torto se valutiamo l’incontrovertibile fatto che, dietro a due avventure elettorali di strepitoso successo - Forza Italia e Movimento 5 Stelle - si stagliano due società di marketing: la Publitalia 80 di Marcello Dell’Utri e la Casaleggio Asssociati di Gianroberto Casaleggio. Meccanismi di controllo, eventi mediatici quali gli exit polls, sondaggi infiniti, banche dati in/penetrabili, data come commodities, spin-doctoring continuo, consensi in rete guidati da influencer, bot e social network opachi, digi-squadrismo, echo-chambering dominante, tracciabilità dei percorsi in rete tramite cookies, queste le determinazioni delle società post-ideologica (post-democratica?) neoliberale. Le miserie delle nuove tecniche di controllo rivaleggia solo con le miserie della “casa di vetro” della trasparenza grillina (il web-control, of course). Siamo nell’epoca della post-politica, afferma Jacques Ranciere: Come uscire dalla gabbia neo-liberale e liberarci dal consenso ideologico dei suoi prodotti elettorali? Quale sarà la riconfigurazione della politica - per un nuovo popolo liberato - dopo l’esaurimento dell’egemonia marxista nella sinistra ?
TT L'innovazione più forte degli ultimi dieci anni è stata indubbiamente quella del diventare 'sociale' dei media digitali. Invece del web semantico di cui parlava Tim Berners Lee abbiamo avuto il web sociale, ed è stata una genuina sorpresa per molti. La rete è esplosa quando l'organizzazione della comunicazione non è passata più prevalentemente per l'accesso individuale all'informazione, ma attraverso la relazione sociale ('amici', 'followers', 'contatti' etc.). Le reti sociali iniziano con gli amici e i conoscenti e si espandono velocissimamente estendosi a un mondo 'sconosciuto' ma familiarizzato da catene di relazioni. Sulla relazione sociale si è innestato un nuovo strato della comunicazione di rete sia nella forma degli onnipresenti bottoni 'mi piace', 'condividi', 'commenta' che ormai troviamo dappertutto, sia attraverso la proliferazione delle applicazioni per gli smart phone. Google, che con i suoi programmi AdSense e AdWords ha infiltrato tutto il web, per primo ha aperto la strada, seguito da tutti gli altri. Rispetto a questi processi, troviamo in questo momento due analisi dominanti. La prima è espressa da Jodi Dean, ma anche da Bernard Stiegler, in cui il problema è posto in termini di cattura e decomposizione delle pulsioni e dell'energia desiderante da parte del capitalismo comunicativo. Da questo punto di vista, il desiderio è più o meno completamente catturato dal capitalismo e trasformato in profitto, quindi privato della sua capacità costituente. La comunicazione continua si traduce in un nulla di fatto dal punto di vista dell'organizzazione politica. La seconda posizione è quella di Assange e Wikileaks: la comunicazione sociale è diventato il campo di battaglia per le nuove guerre di informazioni, in cui la trasparenza della comunicazione è visibilità totale della dissidenza rispetto allo sguardo coordinato di stato e capitale. Il rischio è di pensare alla tecnologia semplicemente come uno strumento di comando a cui si può rispondere solo o tornando alla vita reale o attraverso delle soluzioni tecniche (tipo la criptografia). Questa cibernetizzazione del sociale che è avvenuta così velocemente (alla velocità dell'evento si potrebbe dire) a me pare ponga delle domande nuove o, perlomeno, apra a delle problematiche diverse. Innanzitutto è evidente come metta in crisi una certa idea di società, diciamo, di matrice durkheimiana (una collettività che sovrasta gli individui e li determina attraverso la mediazione delle rappresentazioni), mettendo a nudo tutta una dinamica di flussi, di relazioni asimmetriche di cattura delle forze del cervello su cui appunto agiscono le tecniche che hai identificato. Diceva agli inizi del novecento Gabriel Tarde che Durkheim aveva potuto concepire la società in questi termini perché aveva delle statistiche grossolane e che, in futuro, la qualità e quantità della statistica avrebbe rilevato la complessità infinitamente differenziata del continuum sociale. Le modellizzazioni informatiche delle reti sociali stanno già rendendo obsolete quelle basate sulle leggi di potenza, sull'influenza determinante dei supernodi a cui ci aveva introdotto la network science appena agli inizi degli anni duemila. Certo è che la relazione sociale e il tessuto di relazioni sociali inteso tardianamente come tessuto asimmetrico di cattura delle forze sub-rappresentative e impersonali del cervello, sono investiti dalla cibernetica in modi che non avevamo immaginato e che, di fronte a questa cosa, non c'è da rassegnarsi al potere della tecnica, ma c’è da studiare, capire, attivarsi e sperimentare. Il fenomeno di pagine facebook, per esempio, che in pochissimo tempo riescono a catalizzare anche grandi masse e a portarle in strada per grandi manifestazioni, è impressionante e si presta da un lato alla manipolazione (chi inizia queste pagine? Facile capire qual'è il sentimento che gira in rete e catalizzarlo con una serie di parole chiave), ma dall'altro chiede, quasi, di diventare qualcosa di più continuativo nel tempo, di trovare luoghi e occasioni fisiche per precipitare in relazioni complesse.
LP Ritornando alla questione della tecnologia, credo che nel pensiero critico la tecnologia, le macchine e il regime di comunicazione basato sull’informazione, siano state combattute perché viste come strumento del potere, come incarnazione della ragione strumentale del potere. Questa visione critica, che cerca sempre di rispondere alla domanda quali sono le condizioni politiche e governative della tecnologia, rimanda inevitabilmente ad un appello al soggetto politico che è capace, invece, di scindere il reale dall’artificiale. La critica alla tecnologia sembra ancora essere divisa in due fazioni. Da un lato, una concezione strumentale della tecnologia come se fosse la mente e il braccio strumentale della manipolazione che i soggetti desiderano perché “vittime” del loro desiderio di repressione. Dall’altro, una concezione della tecnologia come potenziale – o come espressione di potenziale - di un soggetto politico che è immerso nell’ecologia macchinica. Quest’ultima concezione è stata comunque demonizzata perché troppo vicina e apologetica di un capitalismo che vuole far dimenticare il vero valore dello sfruttamento, il lavoro (in tutte le sue forme cognitive, affettive, pro-creative etc). Ma, di questa posizione, almeno, bisogna prendere la coraggiosa affermazione che la tecnologia non è uno strumento di potere ma una modalità di individuazione dell’energia.La società del controllo anticipata da Deleuze è legata a un profondo cambiamento della cibernetica che e’ divenuta anche costitutiva del sociale. In particolare, il passaggio dal principio di comunicazione – definito da Shannon come uso dell’entropia per la trasmissione del segnale attraverso un canale capace di modulare e quindi di canalizzare il potenziale energetico - al principio cibernetico di feedback (nella sua formulazione di feedback negativo e positivo), sembra aver segnato una capacità manageriale, non solo di entrare nel sociale, ma di costituire il sociale. Prima dei social media, il problema del marketing era definito da messaggi molari, assiomi robusti, che rispecchiavano le condizioni sociali. Con la diffusione del paradigma cibernetico interattivo– esploso con i social media – il problema di riflettere un sociale già esistente è stato sostituito da una operatività informatica costruttiva del sociale. Questo forse è il punto più difficile da comprendere. Non è che il sociale è catturato dal pensiero meccanico della razionalità tecnocratica. Come direbbe Gilbert Simondon in 'Modi di Esistenza di un Oggetto Tecnico', non è la macchina a contenere il potere. Invece, ciò che molti vedono come un nuovo regime di chiarezza e trasparenza definito dalla datificazione di ogni tipo di esperienza, non è semplicemente il simbolo del potere, ma rivela anche il potere mascherato dietro l’appello alla liberazione politica dalla macchina burocratica. Ciò che infatti la macchina dell’informazione rivela è che la documentazione elettronica è anche un modo di svelare l’architettura di quel potere che non si fida del soggetto politico umano di essere capace di non costituire mafie e cadere in intrighi di favoritismo e di ingiustizia. Con questo non voglio dichiarare una specie di Machiavellismo dell’informazione, ma voglio solo suggerire che questo punto della manipolazione politica è tutto da scoprire e bisogna decomporlo ed esplorarlo dal punto di vista delle architetture dell’informazione. Il nuovo regime d’informazione non si rifà all’idea di opinione pubblica o di struttura di comunicazione basata sulla probabilità pre-stabilita. Il nuovo regime di cui parlo si base invece su un paradigma interattivo, non solo i meta-data, ma anche e più profondamente un’articolazione 'malvagia' dei media computazionali. Ciò significa che non si può semplicemente ascrivere alla tecnologia un’immediata tecnocrazia, perché appunto il paradigma interattivo mette in gioco ciò che si pensava non calcolabile: la qualità dall’espressione vissuta – la qualità della vita vissuta. In questo contesto, l’introduzione dell’incomputabile nel calcolo razionale del valore non è da sottovalutare. Ecco perché la tensione tra energia e informazione acquista una nuova sfaccettatura che bisogna poi usare nell’analisi della situazione politica. Non viviamo più in un universo laplaciano, dove tutto ritorna – o deve ritornare – alle condizioni primarie di misura.
Non è nemmeno che il sociale è a priori non costituibile ed eternamente topologico, cioè trasformativo, e quindi capace di sfuggire alle costrizioni rappresentative dell’algoritmo. Infatti, ciò che a mio avviso bisogna pensare è esattamente la natura di questo pensiero meccanico o di questa ragione meccanica nella costituzione della socialità. Per Deleuze e Guattari, il meccanicismo del pensiero era esattamente espresso nel principio computazionale della comunicazione da cui le strategie di marketing che descrivi nella tua domanda assumono le loro qualità virali, memetiche, che mettono insieme le folle (di cui parla così bene Canetti) proprio attraverso la modulazione energetica del sentire. Si è parlato tanto negli ultimi dieci anni dell’operazione cibernetica di cattura e di valorizzazione di affettività (sia nel discorso sul marketing che nel discorso sulla sicurezza). Quello che ho capito studiando le teorie dell’informazione e della computazione è che la tanto antagonizzata univocità tra informazione e energia – che è al cuore della cibernetica interattiva – forse non si può più criticare attraverso un principio di continua differenziazione per cui il controllo non riesce a catturare il sociale energetico di tutti gli esseri (organici e non). Invece, bisogna riconoscere una realtà dinamica dell’informazione stessa che si addiziona alla dinamicità energetica, ma non sono sullo stesso piano. Questa non è una differenza di piani, ma un’asimmetria o un taglio ontologico per cui le parti del reale non si fondono in unità, ma proliferano asimmetricamente e pertanto non ci può essere presa diretta tra algoritmi e affettività dipendente dalla capacità totalizzante dell’uno o dell’altro. La questione dell’algoritmo interattivo infatti non corrisponde semplicemente all’idea che il sociale di oggi è pre-costituito. Ciò che abbiamo imparato dagli algoritmi interattivi (dal online trading al marketing informazionale) è che il principio computazionale per cui operano include un nuovo tipo di meccanizzazione o automazione che non contiene ma genera data, che non limita ma rigenera il potenziale, che riduce l’incomputabile a una probabilità effettiva. Per capire questo tipo di controllo, c’è quindi bisogno di ripensare al tipo di automazione che stiamo vivendo e quindi di esplorare il sociale informatico al di là di una critica tout court della cibernetica.
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Luciana Parisi, italiana, vive e lavora a Londra. E' Reader in Cultural Studies al Goldsmiths College, University of London (UK) dove gestisce il PhD programme al Centre for Cultural Studies. La sua ricerca analizza i rapporti tra scienza e filosofia, cibernetica e informazioni, tecnologia e politica per formulare una critica del capitalismo e, al tempo stesso, indagare le reali possibilità di cambiamento. Durante gli anni Novanta del secolo scorso ha lavorato con il Cybernetic Culture Research Unit a Warwick (Uk) e ha scritto alcuni saggi in collaborazione con Steve Goodman (conosciuto nel mondo della musica come "dominus" del dubstep con il nickname di Kode 9). Nel 2004 ha pubblicato con MIT Press il libro Abstract Sex: Philosophy, Biotechnology and the Mutations of Desire, dove ha descritto l'impasse critico tra le nozioni di corpo, sessualità, "genere" e lo stato attuale degli studi di scienze e tecnologie. Il suo ultimo lavoro sui modelli architettonici e il ruolo degli algoritmi nel design interattivo e in architettura è Contagious Architecture. Computation, Aesthetics and Space (MIT Press, Usa, novembre 2013). Tiziana Terranova, italiana, vive e lavora a Napoli. E' ricercatrice contemporanea, docente di “Studi culturali e media' e “Teorie culturali e nuovi media” presso l'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'. Dopo essersi laureata presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere del Dipartimento di Studi Americani, Culturali e Linguistici dell’Università di Napoli prosegue le sue ricerche su media, studi culturali e nuove tecnologie, spinta dalla passione per questo settore. L'approfondimento di tali tematiche avverrà in Inghilterra dove consegue un master in “Communications and Technology” presso la Brunel University. Consegue successivamente il titolo accademico di dottore di ricerca in Media and Communications presso il Goldsmiths’ College. Tiziana Terranova si occupa all'epoca di sottoculture tecnologiche, di cyberpunk, e a metà degli anni ’90 redige una delle prime tesi di dottorato su internet sui newsgroups e la cultura tecno californiana. Altra esperienza importante per il suo percorso intellettuale si svolge a Londra, presso il Dipartimento di Cultural Studies dell’Università di “East London”, dove fonda e dirige insieme a Helene Kennedy uno dei primi corsi di Multimedia, partecipando in prima persona all’avvio dei corsi universitari in “Media e New Media Studies”. I suoi attuali interessi riguardano la cultura digitale e i fenomeni che attorno ad essa si sviluppano. Di assoluta rilevanza internazionale il suo libro Culture Network, edito in Italia, nel 2006, da Il Manifesto edizioni. L'ultimo suo saggio s'intitola 'Capitalismo cognitivo e vita neurale' ed è apparso nel maggio 2013 all'interno dell'e.book 'Lo stato della mediazione tecnologica' a cura di Giorgio Griziotti (Speciale Ipermedia - Alfabeta edizioni).
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Bibliografia
1) testi di riferimento alla domanda Sul micro-fascismo
Wu Ming, Yet another right-wing cult coming from Italy, via Wu Ming blog.
Wu Ming, Yet another right-wing cult coming from Italy, via Wu Ming blog.
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo - Einaudi, 2002
Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille Piani, Castelvecchi, 2010
Gilles Deleuze, L’isola deserta e altri scritti, Einaudi, 2007 (cfr. pg. 269, 'Gli Intellettuali e il Potere', conversazione con Michel Foucault del 4 marzo 1972) “Questo sistema in cui viviamo non può sopportare nulla: di qui la sua radicale fragilità in ogni punto e nello stesso tempo la sua forza complessiva di repressione” (intervista a Deleuze e Foucault, pg. 264)
2) testi di riferimento alla domanda Sulla Crisi
Slavoj Zizek, First as Tragedy, then as Farce. Verso, Uk, 2009 (pg. 17)
Slavoj Zizek, First as Tragedy, then as Farce. Verso, Uk, 2009 (pg. 17)
3) testi di riferimento alla domanda Sull'organizzazione
Gilles Deleuze-Félix Guattari - Millepiani (Castelvecchi, III edizione, Novembre 2010): Nono Piano: 1933 Micro-politica e segmenterietà. (pg.265 - “Daniel Guèrin (La peste brune, 1933) ha ragione nel dire che Hitler, e non lo Stato maggiore tedesco, ha conquistato il potere in quanto disponeva anzitutto di micro-organizzazioni che gli conferivano “un mezzo incomparabile, insostituibile, per penetrare in tutte le cellule della società”, segmentarietà flessibile, molecolare, flussi capaci di irrorare cellule di ogni genere”
Daniel Guérin - The Brown Plague - DUP, Usa, 1994
Gilles Deleuze-Fèlix Guattari - Apparato di cattura - Sezione IV di Millepiani (Castelvecchi, I edizione, maggio 1997): Piano 15: Regole concrete e macchine astratte (pg. 150 - “Un movimento è assoluto quando, quali che siano la sua quantità e la sua velocità, rapporta “un corpo” considerato come molteplice ad uno spazio liscio che occupa in maniera vorticosa”)
4) testi di riferimento alla domanda Sull'onda anomala
Franco Berardi - La sconfitta dell’anti-Europa liberista comincia in Italia - Micromega website:
http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/02/27/franco-bifo-berardi-la-sconfitta-dellanti-europa-liberista-comincia-in-italia/
Istituto Cattaneo - http://www.cattaneo.org
Gilles Deleuze, Félix Guattari - Millepiani - Castelvecchi, 2010 (pg.249 - 1874. tre novelle o “che cosa è accaduto”?)
5) testi di riferimento alla domanda Sul popolo che manca
Mario Tronti, 'C’è populismo perché non c’è popolo', in Democrazia e Diritto, n.3-4/2010.
Paul Klee, Diari 1898-1918. La vita, la pittura, l’amore: un maestro del Novecento si racconta - Net, 2004
Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Millepiani (in '1837. Sul Ritornello' pg. 412-413)
6) testi di riferimento alla domanda Sul controllo
Jacques Ranciere, Disagreement. Politics and Philosophy, UMP, Usa, 2004
Jacques Ranciere, Disagreement. Politics and Philosophy, UMP, Usa, 2004
Gilles Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Ita, 2000 (pg. 234, 'Poscritto sulle società di controllo')
Saul Newman, 'Politics in the Age of Control', in Deleuze and New Technology, Mark Poster and David Savat, Edinburgh University Press, Uk, 2009, pp. 104-122.
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Dipinto: Stelios Faitakis
24.11.13
In conversazione con Lapo Berti: Masse, potere e post-Democrazia nel XXI secolo
Intervista di Lapo Berti su "Masse, potere e post-democrazia nel XXI secolo" a cura di Rizomatika e Obsolete Capitalism; raccolta il 19 novembre 2013. Di seguito le interviste in lingua inglese precedentemente pubblicate: Jussi Parikka 14 settembre, Saul Newman 21 settembre, Tony D. Sampson 28 settembre, Simon Choat 5 ottobre, Alberto Toscano 16 novembre.Qui trovate le precedenti interviste pubblicate in lingua italiana: Jussi Parikka 12 ottobre, Saul Newman 19 ottobre
Tony D. Sampson 26 ottobre, Simon Choat 2 novembre.
EDIT: Abbiamo raccolto l'intervista in un PDF che si può scaricare o leggere online. Tutte le interviste sul populismo digitale, in lingua italiana, possono essere scaricate o lette QUI.
Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo
'Fascismo di banda, di gang, di setta, di famiglia, di villaggio, di quartiere, d’automobile, un Fascismo che non risparmia nessuno. Soltanto il micro-Fascismo può fornire una risposta alla domanda globale: “Perchè il desiderio desidera la propria repressione? Come può desiderare la propria repressione?'
—Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Mille Piani, pg. 271
Il ritorno delle élite Ormai da lungo tempo, non solo in Italia, il potere di governo è stato stabilmente requisito da gruppi elitari che derivano la loro forza dal possesso di un potere dominante in ambito economico, politico e sociale. Tali gruppi, generalmente interconnessi e caratterizzati da una considerevole scambiabilità delle posizioni che contribuisce alla loro stabilità nel tempo, formano un'oligarchia che ha nella finanza il proprio strumento fondamentale nonché il proprio legame fondante.
Per capire fino in fondo la portata di questo processo, è necessario rendersi conto che la globalizzazione non è il risultato spontaneo della dinamica dei mercati, come spesso si sostiene, ma è l'approdo consapevolmente perseguito dalle élite economiche mondiali per sottrarsi alle possibili interferenze della politica, ai vincoli e ai limiti posti dalle giurisdizioni nazionali, in cui si esprime il vecchio e obsoleto potere degli stati. La globalizzazione è, prima di tutto, la creazione di uno spazio esente dalla politica e dal diritto, in cui l'oligarchia finanziaria può liberamente dispiegare i suoi disegni di ricchezza e di potere. La globalizzazione è il risultato estremo di una guerra che si è combattuta lungo tutto il novecento tra chi voleva costruire un controllo della politica, in nome e per conto della collettività, sul mondo dell'economia e della finanza e le élite economiche che perseguivano con energia e pervicacia il ritorno al mondo pre-crisi del laissez-faire. La cesura era stata rappresentata dal New Deal rooseveltiano e dal trentennio del compromesso socialdemocratico, seguito alla seconda guerra mondiale e ispirato alla dottrina keynesiana. Il tentativo era quello di rendere possibile la convivenza fra democrazia e capitalismo, facendo dello stato il regolatore di ultima istanza dei conflitti sociali attraverso lo strumento del welfare pubblico. Fin dall'inizio, questa svolta, imposta dal trauma della Grande crisi, era stata percepita, almeno da una parte delle élite capitalistiche mondiali, come una deriva pericolosa, in grado di mettere a repentaglio la sopravvivenza del sistema capitalistico. E fin da subito erano stati posti in essere progetti di revanche, concretizzatisi con il trentennio neo-liberale e culminati nel grandioso progetto della globalizzazione.
Questo è il risultato, oggi confermatosi a livello globale con la formazione di un'oligarchia globale occulta, di un lungo processo che ha visto la formazione e l'affermazione del potere delle élite in tutti gli ambiti della vita sociale. Questo processo, di cui non mancano i segni lungo tutto il periodo che ha visto diffondersi la democrazia in tutto il mondo, ha avuto inizio in concomitanza con la prima grande ondata di democratizzazione che si è avuta come reazione alla crisi del '29, nella misura in cui questa fu percepita come la chiara manifestazione dei limiti intrinseci al capitalismo del laissez-faire. Dal momento in cui fu chiaro che i vertici del capitalismo mondiale, a partire da quelli americani, erano sotto attacco, hanno preso forma iniziative volte a realizzare una linea di resistenza contro le "eccessive" pretese della democrazia ovvero contro il progetto di porre sotto controllo l'iniziativa capitalistica, soprattutto quella incarnata nelle grandi organizzazioni del capitalismo industriale e, soprattutto, finanziario.
In tutto l'occidente i partiti politici sono stati risucchiati dal processo di penetrazione sociale delle élite e si sono trasformati in gangli del potere elitario, trasformandosi essi stessi in potenti élite, depositarie del potere conferito, nelle democrazie rappresentative, dal voto dei cittadini, e abilitate a esercitare il potere di governo per conto e nell'interesse delle élite capitalistiche in cambio di una partecipazione al potere economico e al godimento della ricchezza che esso maneggia.
La degenerazione dei sistemi democratici è stata prodotta e sospinta dall'assoggettamento dei gruppi dirigenti dei partiti alle strategie delle élite economiche. I partiti, anche quelli popolari, di massa, si sono rivelati permeabili, attraverso i loro gruppi dirigenti, al potere economico e finanziario. La corruzione si è installata stabilmente nel panorama politico, quale strumento di perversione dei meccanismi democratici in favore degli interessi delle élite dominanti.
La risposta dei cittadini ha assunto varie forme. La principale è stata quella di un allontanamento dal voto, sempre più percepito come un atto inutile se non addirittura ridicolo di fronte all'impermeabilità di un mondo politico divenuto del tutto autoreferenziale. Si tende, generalmente, a considerare lo sciopero del voto come un allontanamento dalla politica. Non è detto. Può essere anche il prodotto di una consapevolezza politica superiore alla media che più rapidamente e più nettamente sfocia nello scetticismo. Per il funzionamento della democrazia il risultato non cambia. Quando si comincia a votare con i piedi, perché non c'è più la speranza di far udire la propria voce, vuol dire che qualcosa si è irrimediabilmente rotto nel meccanismo della rappresentanza. E quando, com'è nel caso delle ultime elezioni italiane, l'astensione sfiora la metà degli aventi diritto vuol dire che la rottura è grave e che è assai improbabile che sia reversibile nel breve periodo.
La seconda reazione è ancora più insidiosa, perché tende a trasformare e addirittura a snaturare l'intero ethos democratico. È la risposta populista, che assume sempre connotati conservatori e antidemocratici, se non reazionari, anche quando le sue radici si allungano nel terreno della sinistra. Il populismo diventa una prospettiva praticabile quando si crea un vuoto incolmabile nella relazione fra le aspettative, i bisogni, dei cittadini e la vita politica che trova espressione nell'astensione dal voto, nella rinuncia a partecipare a quello che viene ormai percepito come un rituale vuoto: la delega ai rappresentanti del popolo. Il populismo si fa strada allorché i cittadini perdono la speranza di poter essere protagonisti della vita democratica e si rifugiano nella ricerca di un surrogato che rappresenti le loro aspirazioni e che generalmente assume le sembianze di una figura salvifica,di un personaggio che s'impone per le sue capacità di comunicazione, esaltate o addirittura costruite dai mass media.
In Italia abbiamo oggi due populismi, molto diversi in superficie, ma sostanzialmente omogenei dal punto di vista delle pulsioni che li alimentano e delle conseguenze sociali e politiche che provocano. Sono entrambi figli della crisi della politica novecentesca, fondata sulla capacità dei grandi partiti di massa di rispecchiare e rappresentare la composizione sociale generata dal fordismo. I partiti tradizionali si sono trasformati in senso oligarchico, sono diventati autoreferenziali, rivolti alla riproduzione di una classe dirigente inamovibile. Quel più conta, gli interessi dei diversi gruppi sociali sono passati in secondo piano, sostituiti da una fitta rete di rapporti clientelari. È venuta meno, in larghi strati della popolazione, la fiducia che dai partiti possa venire la soluzione dei problemi sociali. I riti della politica politicante sono divenuti per i più un gioco astruso. Si è andati alla ricerca di scorciatoie, di soluzioni dirette e semplificate. Era pronto il terreno per l'avvento dei taumaturghi, con la finzione di un rapporto diretto con il popolo e con la disponibilità a farsi dettare l'agenda da quello che si muove nella sua pancia, attraverso il gioco dei sondaggi o l'illusione della democrazia via web. Sotto questo profilo, Grillo e Berlusconi sono identici. Paradossalmente, ambedue, con il trucco più antico del mondo, hanno intercettato, in mezzo a paure e rabbie primordiali, una volontà effettiva di cambiamento, di modernizzazione del paese, ma l'hanno piegata a fini di affermazione personale. Di impulsi originariamente animati da uno spirito riformatore hanno fatto gli strumenti di un'operazione di conservazione, intrappolandoli nel recinto dei populismi e nell'attesa messianica dell'uomo solo che salva e risolve.
Una qualche spinta verso esiti populistici è probabilmente insita nel tipo di società che sono state forgiate dai processi di globalizzazione. Il disagio che afferra milioni di persone nel momento in cui percepiscono che la loro vita non dipende più soltanto da relazioni tutto sommato di vicinato, ma da quello che fanno e decidono milioni di sconosciuti sparsi nei luoghi più diversi e lontani del pianeta, l'angoscia che ne deriva rispetto a un destino di cui non ci sente più padroni perché sono venuti meno gli strumenti con i quali pensavamo/ci illudevamo di controllarlo e che appare minacciato da forze esterne e oscure, la sensazione d'impotenza che si prova di fronte a un mondo fattosi troppo complesso: tutte queste pulsioni confluiscono in una generalizzata quanto irriflessa richiesta di semplificazione. E qui, di nuovo, ricompare il populismo, con la sua offerta di allettanti scorciatoie, con l'illusione di poter delegare a qualcuno la soluzione di tutti i problemi in cambio di un'adesione viscerale, fideistica, che fa a meno del ragionamento politico e dell'impegno consapevole degli individui. In questo senso, i populismi sono sempre di destra, antidemocratici.
Sul micro-fascismo
OC Partiamo dall’analisi di Wu Ming, esposta nel breve saggio per la London Review of Books intitolato “Yet another right-wing cult coming from Italy”, che legge il M5S e il fenomeno Grillo come un nuovo movimento autoritario di destra. Come è possibile che il desiderio di cambiamento di buona parte del corpo elettorale sia stato vanificato e le masse abbiano di nuovo anelato - ancora una volta - la propria repressione ? Siamo fermi nuovamente all’affermazione di WilhelmReich: sì, le masse hanno desiderato, in un determinato momento storico, il fascismo. Le masse non sono state ingannate, hanno capito molto bene il pericolo autoritario, ma l’hanno votato lo stesso. E il pensiero doppiamente preoccupante è il seguente: i due movimenti populisti autoritari, M5S e PdL, sommati insieme hanno più del 50% dell’elettorato italiano. Le tossine dell’autoritarismo e del micro-fascismo perché e quanto sono presenti nella società italiana contemporanea ?
Il ritorno delle élite Ormai da lungo tempo, non solo in Italia, il potere di governo è stato stabilmente requisito da gruppi elitari che derivano la loro forza dal possesso di un potere dominante in ambito economico, politico e sociale. Tali gruppi, generalmente interconnessi e caratterizzati da una considerevole scambiabilità delle posizioni che contribuisce alla loro stabilità nel tempo, formano un'oligarchia che ha nella finanza il proprio strumento fondamentale nonché il proprio legame fondante.
Per capire fino in fondo la portata di questo processo, è necessario rendersi conto che la globalizzazione non è il risultato spontaneo della dinamica dei mercati, come spesso si sostiene, ma è l'approdo consapevolmente perseguito dalle élite economiche mondiali per sottrarsi alle possibili interferenze della politica, ai vincoli e ai limiti posti dalle giurisdizioni nazionali, in cui si esprime il vecchio e obsoleto potere degli stati. La globalizzazione è, prima di tutto, la creazione di uno spazio esente dalla politica e dal diritto, in cui l'oligarchia finanziaria può liberamente dispiegare i suoi disegni di ricchezza e di potere. La globalizzazione è il risultato estremo di una guerra che si è combattuta lungo tutto il novecento tra chi voleva costruire un controllo della politica, in nome e per conto della collettività, sul mondo dell'economia e della finanza e le élite economiche che perseguivano con energia e pervicacia il ritorno al mondo pre-crisi del laissez-faire. La cesura era stata rappresentata dal New Deal rooseveltiano e dal trentennio del compromesso socialdemocratico, seguito alla seconda guerra mondiale e ispirato alla dottrina keynesiana. Il tentativo era quello di rendere possibile la convivenza fra democrazia e capitalismo, facendo dello stato il regolatore di ultima istanza dei conflitti sociali attraverso lo strumento del welfare pubblico. Fin dall'inizio, questa svolta, imposta dal trauma della Grande crisi, era stata percepita, almeno da una parte delle élite capitalistiche mondiali, come una deriva pericolosa, in grado di mettere a repentaglio la sopravvivenza del sistema capitalistico. E fin da subito erano stati posti in essere progetti di revanche, concretizzatisi con il trentennio neo-liberale e culminati nel grandioso progetto della globalizzazione.
Questo è il risultato, oggi confermatosi a livello globale con la formazione di un'oligarchia globale occulta, di un lungo processo che ha visto la formazione e l'affermazione del potere delle élite in tutti gli ambiti della vita sociale. Questo processo, di cui non mancano i segni lungo tutto il periodo che ha visto diffondersi la democrazia in tutto il mondo, ha avuto inizio in concomitanza con la prima grande ondata di democratizzazione che si è avuta come reazione alla crisi del '29, nella misura in cui questa fu percepita come la chiara manifestazione dei limiti intrinseci al capitalismo del laissez-faire. Dal momento in cui fu chiaro che i vertici del capitalismo mondiale, a partire da quelli americani, erano sotto attacco, hanno preso forma iniziative volte a realizzare una linea di resistenza contro le "eccessive" pretese della democrazia ovvero contro il progetto di porre sotto controllo l'iniziativa capitalistica, soprattutto quella incarnata nelle grandi organizzazioni del capitalismo industriale e, soprattutto, finanziario.
In tutto l'occidente i partiti politici sono stati risucchiati dal processo di penetrazione sociale delle élite e si sono trasformati in gangli del potere elitario, trasformandosi essi stessi in potenti élite, depositarie del potere conferito, nelle democrazie rappresentative, dal voto dei cittadini, e abilitate a esercitare il potere di governo per conto e nell'interesse delle élite capitalistiche in cambio di una partecipazione al potere economico e al godimento della ricchezza che esso maneggia.
La degenerazione dei sistemi democratici è stata prodotta e sospinta dall'assoggettamento dei gruppi dirigenti dei partiti alle strategie delle élite economiche. I partiti, anche quelli popolari, di massa, si sono rivelati permeabili, attraverso i loro gruppi dirigenti, al potere economico e finanziario. La corruzione si è installata stabilmente nel panorama politico, quale strumento di perversione dei meccanismi democratici in favore degli interessi delle élite dominanti.
La risposta dei cittadini ha assunto varie forme. La principale è stata quella di un allontanamento dal voto, sempre più percepito come un atto inutile se non addirittura ridicolo di fronte all'impermeabilità di un mondo politico divenuto del tutto autoreferenziale. Si tende, generalmente, a considerare lo sciopero del voto come un allontanamento dalla politica. Non è detto. Può essere anche il prodotto di una consapevolezza politica superiore alla media che più rapidamente e più nettamente sfocia nello scetticismo. Per il funzionamento della democrazia il risultato non cambia. Quando si comincia a votare con i piedi, perché non c'è più la speranza di far udire la propria voce, vuol dire che qualcosa si è irrimediabilmente rotto nel meccanismo della rappresentanza. E quando, com'è nel caso delle ultime elezioni italiane, l'astensione sfiora la metà degli aventi diritto vuol dire che la rottura è grave e che è assai improbabile che sia reversibile nel breve periodo.
La seconda reazione è ancora più insidiosa, perché tende a trasformare e addirittura a snaturare l'intero ethos democratico. È la risposta populista, che assume sempre connotati conservatori e antidemocratici, se non reazionari, anche quando le sue radici si allungano nel terreno della sinistra. Il populismo diventa una prospettiva praticabile quando si crea un vuoto incolmabile nella relazione fra le aspettative, i bisogni, dei cittadini e la vita politica che trova espressione nell'astensione dal voto, nella rinuncia a partecipare a quello che viene ormai percepito come un rituale vuoto: la delega ai rappresentanti del popolo. Il populismo si fa strada allorché i cittadini perdono la speranza di poter essere protagonisti della vita democratica e si rifugiano nella ricerca di un surrogato che rappresenti le loro aspirazioni e che generalmente assume le sembianze di una figura salvifica,di un personaggio che s'impone per le sue capacità di comunicazione, esaltate o addirittura costruite dai mass media.
In Italia abbiamo oggi due populismi, molto diversi in superficie, ma sostanzialmente omogenei dal punto di vista delle pulsioni che li alimentano e delle conseguenze sociali e politiche che provocano. Sono entrambi figli della crisi della politica novecentesca, fondata sulla capacità dei grandi partiti di massa di rispecchiare e rappresentare la composizione sociale generata dal fordismo. I partiti tradizionali si sono trasformati in senso oligarchico, sono diventati autoreferenziali, rivolti alla riproduzione di una classe dirigente inamovibile. Quel più conta, gli interessi dei diversi gruppi sociali sono passati in secondo piano, sostituiti da una fitta rete di rapporti clientelari. È venuta meno, in larghi strati della popolazione, la fiducia che dai partiti possa venire la soluzione dei problemi sociali. I riti della politica politicante sono divenuti per i più un gioco astruso. Si è andati alla ricerca di scorciatoie, di soluzioni dirette e semplificate. Era pronto il terreno per l'avvento dei taumaturghi, con la finzione di un rapporto diretto con il popolo e con la disponibilità a farsi dettare l'agenda da quello che si muove nella sua pancia, attraverso il gioco dei sondaggi o l'illusione della democrazia via web. Sotto questo profilo, Grillo e Berlusconi sono identici. Paradossalmente, ambedue, con il trucco più antico del mondo, hanno intercettato, in mezzo a paure e rabbie primordiali, una volontà effettiva di cambiamento, di modernizzazione del paese, ma l'hanno piegata a fini di affermazione personale. Di impulsi originariamente animati da uno spirito riformatore hanno fatto gli strumenti di un'operazione di conservazione, intrappolandoli nel recinto dei populismi e nell'attesa messianica dell'uomo solo che salva e risolve.
Una qualche spinta verso esiti populistici è probabilmente insita nel tipo di società che sono state forgiate dai processi di globalizzazione. Il disagio che afferra milioni di persone nel momento in cui percepiscono che la loro vita non dipende più soltanto da relazioni tutto sommato di vicinato, ma da quello che fanno e decidono milioni di sconosciuti sparsi nei luoghi più diversi e lontani del pianeta, l'angoscia che ne deriva rispetto a un destino di cui non ci sente più padroni perché sono venuti meno gli strumenti con i quali pensavamo/ci illudevamo di controllarlo e che appare minacciato da forze esterne e oscure, la sensazione d'impotenza che si prova di fronte a un mondo fattosi troppo complesso: tutte queste pulsioni confluiscono in una generalizzata quanto irriflessa richiesta di semplificazione. E qui, di nuovo, ricompare il populismo, con la sua offerta di allettanti scorciatoie, con l'illusione di poter delegare a qualcuno la soluzione di tutti i problemi in cambio di un'adesione viscerale, fideistica, che fa a meno del ragionamento politico e dell'impegno consapevole degli individui. In questo senso, i populismi sono sempre di destra, antidemocratici.
- 1919, 1933, 2013. Sulla crisi
OC Slavoj Zizek ha affermato, già nel 2009, che quando il corso normale delle cose è traumaticamente interrotto, si apre nella società una competizione ideologica “discorsiva” esattamente come capitò nella Germania dei primi anni ’30 del Novecento quando Hitler indicò nella cospirazione ebraica e nella corruzione del sistema dei partiti i motivi della crisi della repubblica di Weimar. Zizek termina la riflessione affermando che ogni aspettativa della sinistra radicale di ottenere maggiori spazi di azione e quindi consenso risulterà fallace in quanto saranno vittoriose le formazioni populiste e razziste, come abbiamo poi potuto constatare in Grecia con Alba Dorata, in Ungheria con il Fidesz di Orban, in Francia con il Front National di Marine LePen e in Inghilterra con le recentissime vittorie di Ukip. In Italia abbiamo avuto imbarazzanti “misti” come la Lega Nord e ora il M5S, bizzarro rassemblement che pare combinare il Tempio del Popolo del Reverendo Jones e Syriza, “boyscoutismo rivoluzionario” e disciplinarismo delle società del controllo. Come si esce dalla crisi e con quali narrazioni discorsive “competitive e possibilmente vincenti”? Con le politiche neo-keynesiane tipiche del mondo anglosassone e della terza via socialdemocratica nord-europea o all’opposto con i neo populismi autoritari e razzisti ? Pare che tertium non datur.
LB Se è vero, come io ritengo, che siamo di fronte a una crisi di paradigma, nel senso che sono saltati alcuni parametri del paradigma capitalistico che è stato all'opera fino alla crisi finanziaria del 2008 e che quindi i principali processi in cui si articolava la "meccanica" di quel paradigma non funzionano più e, dunque, il paradigma nel suo insieme non è più in grado di far "girare" la società, ne discende che l'analisi va concentrata sui sintomi che preannunciano un nuovo paradigma e la fantasia collettiva va impegnata nell'immaginarne i possibili sviluppi.
Questo significa, specialmente parlando dell'Italia, ma il discorso vale per l'intero assetto capitalistico mondiale, che non si può provare a interferire con l'inevitabile transizione nell'intento di condizionarne l'esito sulla base del tradizionale armamentario delle politiche economiche, qualunque sia la dottrina che le ispira. Tenendo conto, per di più, di quella che io ritengo una fondamentale acquisizione dell'esperienza collettiva maturata nel "secolo breve" ossia che non esiste la possibilità, nella realtà concreta, di condizionare i processi economici e sociali secondo un piano razionale nel senso di guidarli verso mete predeterminate. Le politiche poste in atto dai governi sono solo un canale, per quanto potente, attraverso cui un attore, la politica, cerca di interferire con processi che originano dall'interazione di miliardi di decisioni che vengono continuamente prese sulla base dei moventi più diversi. Nella consapevolezza di questo limite basilare che caratterizza la "società globale" in cui viviamo, si possono tuttavia indicare alcune direzioni in cui può valere la pena di esercitare il massimo di pressione sociale che si è in grado di esprimere.
Un problema del vecchio ordine che va rimosso con un'azione esterna - perché nel sistema non vi è nulla, nessun meccanismo, in grado di contrastarlo efficacemente e autonomamente - è quello del potere economico e finanziario in mani private, soprattutto in quanto si pone in condizione di agire al di fuori di qualsiasi contesto di regole e, quindi, di qualsiasi giurisdizione. Questo è, et pour cause, un vuoto che caratterizza l'impianto costituzionale delle nostre democrazie. Quando il costituzionalismo è nato, con l'obiettivo di disinnescare la forza socialmente distruttiva di poteri che il nuovo ordine politico accoglieva al proprio interno, sottoponendoli a regole e meccanismi di bilanciamento, non si è pensato al potere economico. Forse proprio perché esso era parte in causa, soggetto attivo, nel cambiamento di regime che si stava operando. Questo contesto istituzionale, in cui il potere economico è stato lasciato libero di svilupparsi e di esercitarsi nel proprio, esclusivo interesse ha consentito lo sviluppo poderoso delle attività economiche sospinte dall'interesse di chi vi coglieva un nuovo e straordinario strumento per accedere alla ricchezza, un tempo monopolio dei proprietari terrieri.
Da più di un secolo, ormai, questo problema è entrato nell'agenda politica, per lo meno da quando gli americani si sono accorti del potere dirompente dei trust e si sono inventati uno strumento di controllo, l'antitrust, che avrebbe dovuto domarlo, riportandolo nell'alveo dei processi democratici. Sappiamo come sono andate, e come vanno, le cose. L'antitrust, anche quando si è esteso, com'è oggi, a quasi tutti i paesi del mondo, si è rivelato poco più di un pannicello caldo: sempre in ritardo, sempre a rincorrere le metamorfosi dell'impresa capitalistica e soprattutto incapace, oggi, di essere efficace a livello globale.
Da quando è stato istituito l'antitrust, le grandi imprese che vivono del loro potere di monopolio, transitorio o permanente, locale o globale, sono sempre state alla ricerca di soluzioni, espedienti, cambiamenti organizzativi, per sottrarsi alle regole e al controllo dei trustbuster, come in America si chiamano gli organismi che dovrebbero sovrintendere al corretto funzionamento del mercato, affidato all'effetto disciplinatore della concorrenza. La globalizzazione è, almeno in parte, il risultato di questa pressione delle grandi imprese impegnate nell'aggiramento delle regole poste dalle giurisdizioni nazionali. Si è sviluppata una concorrenza impropria fra ordinamenti al fine di attirare le grandi imprese globali, si sono moltiplicati i paradisi fiscali, si è formato una sistema bancario ombra, che ha favorito, a sua volta, la formazione di una finanza globale, anch'essa svincolata dalle regole che gli stati cercano di porre in essere.
Occorre dare vita a un movimento, possibilmente globale, che ponga consapevolmente questo problema al centro di una campagna d'informazione e sensibilizzazione. Non basteranno le manifestazioni spontanee di Occupy Wall Street e di tutte le sue possibili declinazioni nei diversi paesi, anche se questi movimenti, questi conati, sono la manifestazione patente del fatto che la coscienza civile globale è molto più avanti della cultura accademica e politica.
Un capitalismo diverso, perché di questo e non di altro si può parlare, reso compatibile con le nuove esigenze della società globale può nascere solo sulla base di un nuovo patto costituzionale che faccia propria e imponga la percezione del limite che deve essere posto alle attività economiche, a cominciare dal livello di ricchezza, di sperequazione e di potere economico che la società è in grado di tollerare per mantenere la propria coesione e la propria attrattiva.
Il secondo punto è una articolazione o, meglio, una proiezione del primo. Un capitalismo sostenibile può essere solo il prodotto di una mobilitazione collettiva sufficientemente ampia da indurre scarti significativi nelle traiettorie che l'economia, lasciata al l'influenza dominante degli attori forti, le grandi imprese ma anche i governi, tende a percorrere. È sul mercato, in primo luogo, e non contro di esso o fuori di esso, che possono affermarsi, attraverso la moltiplicazione virale di scelte individuali, anche piccole, le linee di un modello alternativo, costringendo le imprese, specialmente quelle grandi, globalizzate, a tenere conto di un quadro di preferenze che per la prima volta sarebbe determinato dalla volontà dei cittadini/consumatori invece che indotto dall'uso spregiudicato della comunicazione pubblicitaria.
Quella che serve, innanzitutto, è una rivoluzione culturale, che generi una presa di coscienza collettiva della necessità d'imprimere al nostro modello di società una poderosa spinta al cambiamento, recuperando il gusto per una qualità della vita che sia compatibile con un uso parsimonioso delle risorse e ricca di valori.
Questo significa, specialmente parlando dell'Italia, ma il discorso vale per l'intero assetto capitalistico mondiale, che non si può provare a interferire con l'inevitabile transizione nell'intento di condizionarne l'esito sulla base del tradizionale armamentario delle politiche economiche, qualunque sia la dottrina che le ispira. Tenendo conto, per di più, di quella che io ritengo una fondamentale acquisizione dell'esperienza collettiva maturata nel "secolo breve" ossia che non esiste la possibilità, nella realtà concreta, di condizionare i processi economici e sociali secondo un piano razionale nel senso di guidarli verso mete predeterminate. Le politiche poste in atto dai governi sono solo un canale, per quanto potente, attraverso cui un attore, la politica, cerca di interferire con processi che originano dall'interazione di miliardi di decisioni che vengono continuamente prese sulla base dei moventi più diversi. Nella consapevolezza di questo limite basilare che caratterizza la "società globale" in cui viviamo, si possono tuttavia indicare alcune direzioni in cui può valere la pena di esercitare il massimo di pressione sociale che si è in grado di esprimere.
Un problema del vecchio ordine che va rimosso con un'azione esterna - perché nel sistema non vi è nulla, nessun meccanismo, in grado di contrastarlo efficacemente e autonomamente - è quello del potere economico e finanziario in mani private, soprattutto in quanto si pone in condizione di agire al di fuori di qualsiasi contesto di regole e, quindi, di qualsiasi giurisdizione. Questo è, et pour cause, un vuoto che caratterizza l'impianto costituzionale delle nostre democrazie. Quando il costituzionalismo è nato, con l'obiettivo di disinnescare la forza socialmente distruttiva di poteri che il nuovo ordine politico accoglieva al proprio interno, sottoponendoli a regole e meccanismi di bilanciamento, non si è pensato al potere economico. Forse proprio perché esso era parte in causa, soggetto attivo, nel cambiamento di regime che si stava operando. Questo contesto istituzionale, in cui il potere economico è stato lasciato libero di svilupparsi e di esercitarsi nel proprio, esclusivo interesse ha consentito lo sviluppo poderoso delle attività economiche sospinte dall'interesse di chi vi coglieva un nuovo e straordinario strumento per accedere alla ricchezza, un tempo monopolio dei proprietari terrieri.
Da più di un secolo, ormai, questo problema è entrato nell'agenda politica, per lo meno da quando gli americani si sono accorti del potere dirompente dei trust e si sono inventati uno strumento di controllo, l'antitrust, che avrebbe dovuto domarlo, riportandolo nell'alveo dei processi democratici. Sappiamo come sono andate, e come vanno, le cose. L'antitrust, anche quando si è esteso, com'è oggi, a quasi tutti i paesi del mondo, si è rivelato poco più di un pannicello caldo: sempre in ritardo, sempre a rincorrere le metamorfosi dell'impresa capitalistica e soprattutto incapace, oggi, di essere efficace a livello globale.
Da quando è stato istituito l'antitrust, le grandi imprese che vivono del loro potere di monopolio, transitorio o permanente, locale o globale, sono sempre state alla ricerca di soluzioni, espedienti, cambiamenti organizzativi, per sottrarsi alle regole e al controllo dei trustbuster, come in America si chiamano gli organismi che dovrebbero sovrintendere al corretto funzionamento del mercato, affidato all'effetto disciplinatore della concorrenza. La globalizzazione è, almeno in parte, il risultato di questa pressione delle grandi imprese impegnate nell'aggiramento delle regole poste dalle giurisdizioni nazionali. Si è sviluppata una concorrenza impropria fra ordinamenti al fine di attirare le grandi imprese globali, si sono moltiplicati i paradisi fiscali, si è formato una sistema bancario ombra, che ha favorito, a sua volta, la formazione di una finanza globale, anch'essa svincolata dalle regole che gli stati cercano di porre in essere.
Occorre dare vita a un movimento, possibilmente globale, che ponga consapevolmente questo problema al centro di una campagna d'informazione e sensibilizzazione. Non basteranno le manifestazioni spontanee di Occupy Wall Street e di tutte le sue possibili declinazioni nei diversi paesi, anche se questi movimenti, questi conati, sono la manifestazione patente del fatto che la coscienza civile globale è molto più avanti della cultura accademica e politica.
Un capitalismo diverso, perché di questo e non di altro si può parlare, reso compatibile con le nuove esigenze della società globale può nascere solo sulla base di un nuovo patto costituzionale che faccia propria e imponga la percezione del limite che deve essere posto alle attività economiche, a cominciare dal livello di ricchezza, di sperequazione e di potere economico che la società è in grado di tollerare per mantenere la propria coesione e la propria attrattiva.
Il secondo punto è una articolazione o, meglio, una proiezione del primo. Un capitalismo sostenibile può essere solo il prodotto di una mobilitazione collettiva sufficientemente ampia da indurre scarti significativi nelle traiettorie che l'economia, lasciata al l'influenza dominante degli attori forti, le grandi imprese ma anche i governi, tende a percorrere. È sul mercato, in primo luogo, e non contro di esso o fuori di esso, che possono affermarsi, attraverso la moltiplicazione virale di scelte individuali, anche piccole, le linee di un modello alternativo, costringendo le imprese, specialmente quelle grandi, globalizzate, a tenere conto di un quadro di preferenze che per la prima volta sarebbe determinato dalla volontà dei cittadini/consumatori invece che indotto dall'uso spregiudicato della comunicazione pubblicitaria.
Quella che serve, innanzitutto, è una rivoluzione culturale, che generi una presa di coscienza collettiva della necessità d'imprimere al nostro modello di società una poderosa spinta al cambiamento, recuperando il gusto per una qualità della vita che sia compatibile con un uso parsimonioso delle risorse e ricca di valori.
- Sull'organizzazione
OC Daniel Guèrin nel suo “La peste brune” mostra come la conquista del potere di Hitler nella Germania del 1933 sia avvenuta grazie anzitutto a “micro-organizzazioni che gli conferivano un mezzo incomparabile, insostituibile per penetrare in tutte le cellule della società”. Il movimento di Grillo si è ramificato nella società grazie alla formula territoriale dei meet-up mutuata direttamente dal mondo politico statunitense, i meet-up di Howard Dean (vedi qui http://www.wired.com/wired/archive/12.01/dean.html). Ma il M5S è altro ancora dai Meet-Up. E’ possibile tentare un’analitica dell’esplosione M5S come neo-vettore energetico in mutazione vorticosa (Fèlix Guattari l’avrebbe chiamato “il movimento assoluto della macchina-Grillo)? Quali sono le componenti, i fili, i flussi, i segmenti, gli slanci e le eterodossie della “macchina da guerra astratta” grillina ?
Ne indicherei almeno quattro, che sono, com'è sempre nella realtà sociale, interconnessi e che, almeno in parte si sovrappongono.
Il primo è la progressiva divaricazione che si è prodotta fra una quota crescente dell'opinione pubblica e il ceto politico e che ha progressivamente eroso, fino a farla scomparire, la fiducia nei partiti come strumenti possibili, anche se imperfetti, per guidare la società verso obiettivi condivisi, capaci di realizzare il maggior benessere possibile per il maggior numero di persone. Il crollo, pressoché generalizzato, della fiducia nel sistema dei partiti si è tradotto talora in aperta ostilità nei confronti dei principali rappresentanti di quel sistema o dei politici tour court. Il rifiuto della politica e dei partiti così come oggi si presentano, infine, ha assunto spesso la forma di una reazione elementare e viscerale, accompagnata da un sostanziale rifiuto di ogni mediazione e, quindi, degli strumenti tradizionali della rappresentanza, senza i quali appare difficile, almeno sulla base delle esperienze fin qui condotte, che una democrazia possa vivere, facendo corrispondere quanto più possibile il governo della società alla "volontà popolare". La cultura politica diffusa si è impoverita fino ad assumere forme di rozzo qualunquismo, all'insegna di slogan tanto brutali, quanto efficaci, quali il "sono tutti uguali", il "sono tutti ladri", il "mandiamoli a casa" oppure, al vertice del buon gusto, il grillissimo "vaffa". Il dibattito politico è stato sostituito dall'invettiva. È venuto meno il ragionamento politico, il gusto per la mediazione e il compromesso, che della politica sono l'essenza. Il diritto di tutti a prendere la parola, in sé sacrosanto, ha dato luogo a una babele politica senza costrutto. L'affermazione e la diffusione dei social network vi hanno contribuito in misura sostanziale.
Si è formato uno spazio enorme, e questo è il secondo punto, in cui hanno avuto agio di proporsi le soluzioni più stravaganti e ha ripreso piede e slancio l'illusione di una democrazia diretta cui lo strumento dei social network offrirebbe la possibilità concreta di dispiegarsi su scala virtualmente illimitata, superando così quello che in passato è sempre stato considerato il limite intrinseco di questa forma, apparentemente la più autentica, di democrazia. I contorcimenti del M5S mostrano quanto impervia sia questa strada.
Questo spazio politicamente vuoto ha tuttavia reso visibile a tutti un fenomeno positivo che costituisce nel contempo una risorsa e un problema: una nuova e inaspettata volontà di protagonismo da parte di un numero crescente di individui, specialmente giovani, poco inclini a delegare e quindi ad accettare i riti della rappresentanza. Il grillismo migliore è quello che tenta di dare spazio a queste energie. Da qui occorrerà ripartire per ricostituire una vita democratica in grado di affrontare lo scandalo dei poteri non costituzionalizzati, da quello economico a quello della comunicazione. Uno dei fondamentali problemi politici del momento è come reimmettere queste energie nei canali della rappresentanza, in forme nuove o, comunque, rinnovate.
La terza osservazione è che, in questo momento, il grillismo è, prima di tutto, un veicolo a disposizione di coloro che intendono esprimere il loro dissenso e il loro distacco nei confronti della classe dirigente attuale, soprattutto politica ma non solo. Come tale è stato ed è utilizzato anche da spezzoni dell'elettorato di sinistra, esasperati dall'inconcludenza, dall'inadeguatezza e talora anche peggio dei loro rappresentanti.
Se questi tre punti riguardano tutti la sfera delle domande e delle attese che si riversano nel canale grillino, l'ultima osservazione che desidero fare riguarda il modo attraverso cui il grillismo tenta di darvi risposta. Non vi è dubbio, qui, che siamo nell'ambito di un populismo eclettico che cerca di convogliare la protesta in un tentativo di conquista del potere da parte di un gruppo dirigente senza alcuna legittimazione democratica e per di più impersonato da un individuo che usa il suo ruolo di uomo di spettacolo per rappresentare plasticamente la protesta e procurarsi facile consenso nelle piazze. I contenuti proposti non hanno il compito di incarnare una prospettiva di funzionamento positivo della società nell'interesse della maggioranza dei cittadini, ma solo di catturare il consenso nelle sue forme più immediate, senza la fatica, tutta politica, di costruire la convergenza su di un programma coerente.
In estrema sintesi, il grillismo si presenta come un fenomeno a due facce. Da un lato, come elemento di coagulo e di convergenza di un disagio e di una protesta che nascono nel vuoto lasciato da una politica che si è ritratta nella gestione degli interessi largamente minoritari di un'oligarchia che fonda il suo potere nei rapporti economici. Dall'altro, come un tentativo di trasformare la crisi della politica e della democrazia nella fine della politica e di sostituire la politica con una democrazia diretta mediatica, dietro la quale si nasconde e si agita lo spettro del leader carismatico che vive in simbiosi con il suo popolo, cui è concessa solo la facoltà di applauso. La volontà, più volte espressa, di conquistare il 100% dell'elettorato è, nel suo delirio, l'espressione suprema della negazione della politica e di una pulsione intimamente totalitaria.
- Sulle onde anomale
- OC Franco Berardi in un suo recente post sul sito di Micromega afferma che, con il voto del 24 febbraio 2013, la sconfitta dell’anti-Europa liberista comincia in Italia. Gli italiani, secondo la sua particolare lettura, avrebbero detto: non pagheremo il debito. Insolvenza. Che cosa è accaduto in Italia, secondo il vostro punto di vista, il 24 febbraio 2013? E poi, un recentissimo studio dell’Istituto Cattaneo - Gianluca Passarelli, il ricercatore - ha dimostrato che il M5S è il partito più “nazionale” delle elezioni del 24 febbraio; il suo scoring (0,90 sul top vote di 1,00) dimostra che il suo dato elettorale è il più omogeneo, nei termini di percentuale di voti, su tutto il territorio nazionale, più del PdL (0,889) e del PD (0,881). Ma come è potuto accadere ? Come è stato possibile che in quasi tre anni, dal 2010 al 2013, questo partito-movimento abbia potuto non solo competere, ma addirittura battere, macchine elettorali ben rodate quali quelle delle formazioni berlusconiane e della sinistra organizzata ?
LB Molto semplicemente, il meccanismo della rappresentanza si è inceppato e ha smesso di produrre risultati sensati. Non da oggi, ma i risultati del 24 febbraio rappresentano nel contempo una conferma di questo inceppamento e un punto di non ritorno nell'invio lezione del sistema politico italiano. La maniera più diretta di descrivere l'inceppamento della rappresentanza è quello di far ricorso alla metafora del mercato. È accaduto che, per una serie di ragioni abbastanza facili da identificare, l'"offerta" politica si è talmente allontanata dalla "domanda", che una quota consistente di cittadini, quasi la metà dei possibili votanti, ha smesso di partecipare al gioco, mentre altre quote consistenti procedono a tentoni, alla ricerca di un qualcosa che possa quanto meno dare espressione alla rabbia accumulata. Alcune brevi considerazioni aggiuntive:
1. I perimetri ideologici entro cui i partiti, sia quelli tradizionali sia, seppur in misura variabile, quelli di nuovo conio, cercano di attrarre il consenso non corrispondono più in alcun modo alla composizione sociale né alla configurazione degli interessi sociali. Sono solo il paravento dietro il quale si nascondono e agiscono interessi sezionali, non sempre commendevoli, i quali consentono a un ceto politico del tutto inadeguato professionalmente di mantenere le proprie posizioni di potere, spesso a fini di utile personale. È necessario che emergano forze, organizzazioni, capaci di dare espressione coerente e unitaria ad aggregazioni omogenee di interessi in nome di prospettive condivise. Gli organi della rappresentanza devono tornare a rappresentare qualcosa di effettivamente presente e attivo nella società. Non siamo ancora a questo punto. L'estrema degenerazione dell'autonomia della politica cui stiamo assistendo è ancora in grado di assicurare la sopravvivenza di una classe dirigente politica collusa che può ancora reggersi sugli ultimi brandelli di consenso che l'inerzia sociale ancora esprime. Lo sciopero del voto, in atto da tempo, non ha ancora prodotto effetti significativi, perché viene riassorbito e compensato da un funzionamento puramente formale, seppur degenerato, dei meccanismi della rappresentanza democratica. Non si vedono all'orizzonte possibili cambiamenti dotati della necessaria radicalità.
2. La polverizzazione della composizione sociale unita all'involuzione oligarchica del sistema dei partiti e all'invadenza di un potere economico capace come non mai di dettare l'agenda dei governi nonché al venir meno del collante ideologico offerto dalle culture popolari del novecento, rende estremamente difficile se non improbabile la ricostituzione spontanea di vaste aree di consenso sociale riunite intorno a prospettive politiche sufficientemente articolate e complesse da offrirsi come progetto di governo della società. Prevalgono le aggregazioni effimere e a raggio limitato, tutte incapaci, per definizione, di incidere significativamente sugli assetti di potere ereditati dall'era del compromesso socialdemocratico. Ne è un esempio lampante il movimento di Occupy Wall Street, con i suoi derivati, che, pur facendo appello all'interesse prioritario della schiacciante maggioranza dei cittadini, non riesce a esprimere una vera ed efficace opposizione politica. L'unica prospettiva che allo stato sembra offrire una possibile via d'uscita dal ghetto dell'irrilevanza politica, è quella che punta a ricostruire quella "società di mezzo" che un tempo innervava la rete della rappresentanza e che oggi è in gran parte travolta dall'implosione del sistema politico. Si tratta di ripartire dal basso, dalle forme di aggregazione in cui trovano espressione i cambiamenti di comportamento e di costume agiti dagli individui in prima persona e da quelle che formano la linea di resistenza dei protagonisti economici che agiscono in una dimensione territoriale e da qui aspirano a misurarsi con le sfide della globalizzazione.
3. Per quanto riguarda specificamente l'Italia, il problema maggiore, quasi insormontabile, è costituito, a mio avviso, da una società che si è riprodotta al riparo di un autentico processo di modernizzazione, consentendo la sopravvivenza di culture, costumi, comportamenti, valori, forme di relazione, che provengono da un contesto sociale premoderno e si sono costituiti per garantire la sopravvivenza dei singoli e della collettività in un mondo scarsamente toccato dai processi capitalistici e tanto meno dalle spinte della globalizzazione. La modernizzazione incompiuta ha fatto sì che negli strati profondi della società, laddove si formano, in maniera sostanzialmente irriflessa, le opinioni degli individui, continuassero a vivere e a fluire atteggiamenti ostili al moderno in tutte le sue declinazioni, seppure pronti a entusiasmarsi ingenuamente per le sue "invenzioni". Essi trovarono un momento di esaltazione nella narrazione fascista, transitarono pressoché immutati nel grande calderone del riformismo democristiano e sono tornati a esaltarsi per l'anomalia berlusconiana, che ne ha rivelato, una volta per tutte, il fondo populistico e antidemocratico. Rappresentano e hanno sempre rappresentato una buona metà del popolo italiano e, con il loro attivarsi o disattivarsi, hanno condizionato e condizionano i destini del paese.
Sul popolo che manca
1. I perimetri ideologici entro cui i partiti, sia quelli tradizionali sia, seppur in misura variabile, quelli di nuovo conio, cercano di attrarre il consenso non corrispondono più in alcun modo alla composizione sociale né alla configurazione degli interessi sociali. Sono solo il paravento dietro il quale si nascondono e agiscono interessi sezionali, non sempre commendevoli, i quali consentono a un ceto politico del tutto inadeguato professionalmente di mantenere le proprie posizioni di potere, spesso a fini di utile personale. È necessario che emergano forze, organizzazioni, capaci di dare espressione coerente e unitaria ad aggregazioni omogenee di interessi in nome di prospettive condivise. Gli organi della rappresentanza devono tornare a rappresentare qualcosa di effettivamente presente e attivo nella società. Non siamo ancora a questo punto. L'estrema degenerazione dell'autonomia della politica cui stiamo assistendo è ancora in grado di assicurare la sopravvivenza di una classe dirigente politica collusa che può ancora reggersi sugli ultimi brandelli di consenso che l'inerzia sociale ancora esprime. Lo sciopero del voto, in atto da tempo, non ha ancora prodotto effetti significativi, perché viene riassorbito e compensato da un funzionamento puramente formale, seppur degenerato, dei meccanismi della rappresentanza democratica. Non si vedono all'orizzonte possibili cambiamenti dotati della necessaria radicalità.
2. La polverizzazione della composizione sociale unita all'involuzione oligarchica del sistema dei partiti e all'invadenza di un potere economico capace come non mai di dettare l'agenda dei governi nonché al venir meno del collante ideologico offerto dalle culture popolari del novecento, rende estremamente difficile se non improbabile la ricostituzione spontanea di vaste aree di consenso sociale riunite intorno a prospettive politiche sufficientemente articolate e complesse da offrirsi come progetto di governo della società. Prevalgono le aggregazioni effimere e a raggio limitato, tutte incapaci, per definizione, di incidere significativamente sugli assetti di potere ereditati dall'era del compromesso socialdemocratico. Ne è un esempio lampante il movimento di Occupy Wall Street, con i suoi derivati, che, pur facendo appello all'interesse prioritario della schiacciante maggioranza dei cittadini, non riesce a esprimere una vera ed efficace opposizione politica. L'unica prospettiva che allo stato sembra offrire una possibile via d'uscita dal ghetto dell'irrilevanza politica, è quella che punta a ricostruire quella "società di mezzo" che un tempo innervava la rete della rappresentanza e che oggi è in gran parte travolta dall'implosione del sistema politico. Si tratta di ripartire dal basso, dalle forme di aggregazione in cui trovano espressione i cambiamenti di comportamento e di costume agiti dagli individui in prima persona e da quelle che formano la linea di resistenza dei protagonisti economici che agiscono in una dimensione territoriale e da qui aspirano a misurarsi con le sfide della globalizzazione.
3. Per quanto riguarda specificamente l'Italia, il problema maggiore, quasi insormontabile, è costituito, a mio avviso, da una società che si è riprodotta al riparo di un autentico processo di modernizzazione, consentendo la sopravvivenza di culture, costumi, comportamenti, valori, forme di relazione, che provengono da un contesto sociale premoderno e si sono costituiti per garantire la sopravvivenza dei singoli e della collettività in un mondo scarsamente toccato dai processi capitalistici e tanto meno dalle spinte della globalizzazione. La modernizzazione incompiuta ha fatto sì che negli strati profondi della società, laddove si formano, in maniera sostanzialmente irriflessa, le opinioni degli individui, continuassero a vivere e a fluire atteggiamenti ostili al moderno in tutte le sue declinazioni, seppure pronti a entusiasmarsi ingenuamente per le sue "invenzioni". Essi trovarono un momento di esaltazione nella narrazione fascista, transitarono pressoché immutati nel grande calderone del riformismo democristiano e sono tornati a esaltarsi per l'anomalia berlusconiana, che ne ha rivelato, una volta per tutte, il fondo populistico e antidemocratico. Rappresentano e hanno sempre rappresentato una buona metà del popolo italiano e, con il loro attivarsi o disattivarsi, hanno condizionato e condizionano i destini del paese.
Sul popolo che manca
- OC Mario Tronti afferma che “c’è populismo perché non c’è popolo”. Tema eterno, quello del popolo, che Tronti declina in modalità tutte italiane in quanto “le grandi forze politiche erano saldamente poggiate su componenti popolari presenti nella storia sociale: il popolarismo cattolico, la tradizione socialista, la diversità comunista. Siccome c’era popolo, non c’era populismo.” Pure in ambiti di avanguardie artistiche storiche, Paul Klee si lamentava spesso che era “il popolo a mancare”. Ma la critica radicale al populismo - è sempre Tronti che riflette - ha portato a importanti risultati: il primo, in America, alla nascita dell’età matura della democrazia; il secondo, nell’impero zarista, la nascita della teoria e della pratica della rivoluzione in un paese afflitto dalle contraddizioni dello sviluppo del capitalismo in un paese arretrato (Lenin e il bolscevismo). Ma nell’analisi della situazione italiana ed europea è tranchant: “Nel populismo di oggi, non c’è il popolo e non c’è il principe. E’ necessario battere il populismo perché nasconde il rapporto di potere”. L’abilità del neo-populismo, attraverso gli apparati economici-mediatici-spettacolari-giudiziari, è nel costruire costantemente dei “popoli fidelizzati” più simili al “portafoglio-clienti” del mondo brandizzato dell’economia neo-liberale: quello berlusconiano è da vent’anni che segue blindato le gesta del sultano di Arcore; quello grillino, in costruzione precipitosa, sta seguendo gli stessi processi identificativi totalizzanti del “popolo berlusconiano”, dando forma e topos alle pulsioni più deteriori e confuse degli strati sociali italiani. Con le fragilità istituzionali, le sovranità altalenanti, gli universali della sinistra in soffitta - classe, stato, conflitto, solidarietà, uguaglianza - come si fa popolo oggi ? E’ possibile reinventare un popolo anti-autoritario? A mancare, è solo il popolo o la politica stessa?
LB Non so se si può inventare un popolo, anche se il popolo democratico è stato forse una grande invenzione che per un po' ha fatto credere che il problema dei diritti e delle libertà individuali fosse definitivamente risolto. Il popolo, in realtà, è una metafora che vorrebbe conferire unitarietà a ciò che unitario non è. Perché la società è tutt'altro che un corpo unitario, è anzi attraversato da una miriade di fratture, scissioni, articolazioni, che ne muovono la vita in profondità e spesso emergono nella forma di contrasti e conflitti locali, intermittenti o permanenti, che alla fine trovano la via della ricomposizione politica attraverso i mille rivoli della rappresentanza. Questo è ciò che in ogni dato momento storico conferisce a una società il suo carattere distintivo e ne determina la dinamica evolutiva.
Ma c'è bisogno, appunto, finora c'è stato bisogno, della politica, di quell'attività e di quel corredo di istituzioni che sono capaci di ridurre la complessità sociale fino a farne un possibile soggetto di decisioni. Che è esattamente quello che oggi sembra mancare, perché nel corso dell'ultimo trentennio la politica si è resa largamente autonoma dalle dinamiche sociali, si è incrociata con la sfera degli interessi economici ed è divenuta autoreferenziale. Il processo decisionale pubblico, che era e doveva essere, in una società democratica, l'output dell'attività politica è diventato appannaggio, per non dire affare privato, di gruppi ristretti di élite, tra cui quella politica, interconnessi fra di loro.
L'individualismo mascalzone che l'oligarchia dominante a livello globale è riuscita a far diventare l'ideologia più diffusa e condivisa, anche a livello popolare, ha scardinato tutti quegli elementi di connessione, culturali, politici, organizzativi, che, presi nel loro insieme, costituivano il nesso sociale alla base della vita collettiva. La società si è come spappolata e ha perso la capacità di produrre comportamenti e valori cooperativi.
Ma c'è bisogno, appunto, finora c'è stato bisogno, della politica, di quell'attività e di quel corredo di istituzioni che sono capaci di ridurre la complessità sociale fino a farne un possibile soggetto di decisioni. Che è esattamente quello che oggi sembra mancare, perché nel corso dell'ultimo trentennio la politica si è resa largamente autonoma dalle dinamiche sociali, si è incrociata con la sfera degli interessi economici ed è divenuta autoreferenziale. Il processo decisionale pubblico, che era e doveva essere, in una società democratica, l'output dell'attività politica è diventato appannaggio, per non dire affare privato, di gruppi ristretti di élite, tra cui quella politica, interconnessi fra di loro.
L'individualismo mascalzone che l'oligarchia dominante a livello globale è riuscita a far diventare l'ideologia più diffusa e condivisa, anche a livello popolare, ha scardinato tutti quegli elementi di connessione, culturali, politici, organizzativi, che, presi nel loro insieme, costituivano il nesso sociale alla base della vita collettiva. La società si è come spappolata e ha perso la capacità di produrre comportamenti e valori cooperativi.
Sulle società di controllo
OC Gilles Deleuze nel Poscritto delle Società di Controllo, pubblicato nel maggio del 1990, afferma che, grazie alle illuminanti analisi di Michel Foucault, emerge una nuova diagnosi della società contemporanea occidentale. L’analisi deleuziana è la seguente: le società di controllo hanno sostituito le società disciplinari allo scollinare del XX secolo. Deleuze scrive che “il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri padroni”. Difficile dargli torto se valutiamo l’incontrovertibile fatto che, dietro a due avventure elettorali di strepitoso successo - Forza Italia e Movimento 5 Stelle - si stagliano due società di marketing: la Publitalia 80 di Marcello Dell’Utri e la Casaleggio Asssociati di Gianroberto Casaleggio. Meccanismi di controllo, eventi mediatici quali gli exit polls, sondaggi infiniti, banche dati in/penetrabili, data come commodities, spin-doctoring continuo, consensi in rete guidati da influencer, bot e social network opachi, digi-squadrismo, echo-chambering dominante, tracciabilità dei percorsi in rete tramite cookies, queste le determinazioni delle società post-ideologica (post-democratica?) neoliberale. Le miserie delle nuove tecniche di controllo rivaleggia solo con le miserie della “casa di vetro” della trasparenza grillina (il web-control, of course). Siamo nell’epoca della post-politica, afferma Jacques Ranciere: Come uscire dalla gabbia neo-liberale e liberarci dal consenso ideologico dei suoi prodotti elettorali? Quale sarà la riconfigurazione della politica - per un nuovo popolo liberato - dopo l’esaurimento dell’egemonia marxista nella sinistra ?
LB Non penso che la situazione creata dal neo-liberalismo sia una gabbia. Oggi viviamo, probabilmente, la fase estrema di un processo che ha visto l'affermazione, in maniera pressoché incontrastata, di un'ideologia proveniente dalla grande famiglia del liberalismo, ma che, in realtà, con il liberalismo classico ha ben poco a che fare. Questa ideologia è stata in parte ispirata, ma soprattutto fatta propria e sostenuta da alcuni centri del capitalismo mondiale che si sono posti per tempo l'obiettivo di conquistare o riconquistare l'egemonia culturale quale strumento per affermare la loro egemonia economica e politica. Ne hanno fatto l'elemento propulsivo di una vasta e decisa opera di smantellamento del "patto socialdemocratico" o "compromesso keynesiano" che lo si voglia chiamare ovvero del modello dell'"economia mista". Come tutti sanno, quello è stato l'unico momento e quella l'unica forma, con tutte le sue varianti, in cui si è riusciti a dare vita a governi democratici capaci di assicurare la coesione e il progresso sociale sulla base di un compromesso con le forze del capitalismo mondiale che, indebolite dalla Grande crisi, avevano accettato di condividere, seppur obtorto collo, i termini di un progetto di società che poneva una serie di limiti alla loro libertà di agire e, soprattutto, gli chiedeva di partecipare alla costruzione di una società più equa.
Oggi, dopo la crisi finanziaria e poi produttiva del 2008, siamo di nuovo a quel bivio. Se non sapremo, se la società globale non sarà in grado di mettere in campo energie sufficienti per imporre un nuovo compromesso, il pallino dell'economia globale e, quindi, della politica mondiale resterà nelle mani dell'oligarchia che è uscita vittoriosa dal confronto con il compromesso keynesiano, dando vita a un ordine mondiale che si regge sulla dinamica dei mercati e sul dominio che su di essa esercita un gruppo ristretto di mega-strutture a dimensione globale unite da una fitta rete di rapporti per lo più occulti o semi-occulti.
La vittoria di questo coacervo di interessi attivi su scala globale è stata ottenuta sulla base di una guerra ideologica combattuta a tutti i livelli per conquistare l'egemonia culturale nelle società più importanti del mondo e non solo in quelle. Il risultato è che ne sono uscite fortemente indebolite, se non ridotte all'irrilevanza, le grandi ideologie che avevano innervato la lotta politica nel secolo scorso, ma non hanno saputo cogliere né raccogliere la sfida, procedendo a un rinnovamento radicale dall'analisi e della prospettiva ideale. Ma la conseguenza più grave di questa sconfitta è che il crollo di quelle ideologie, in particolare di quella socialista, ha trascinato con sé tutto l'apparato politico-istituzionale che era stato protagonista del conflitto politico novecentesco, in primo luogo i partiti. I partiti, è bene ricordarlo, hanno avuto nelle democrazie rappresentative classiche la funzione di rappresentare i bisogni e le aspirazioni della gente, di organizzare il consenso, di selezionare la classe dirigente, di organizzare i governi e formulare i loro programmi, di provvedere a monitorare e controllare l'attuazione delle leggi. Senza che queste funzioni vengano svolte, una democrazia non funziona e si trasforma in qualcosa d'altro. Oggi siamo in questa situazione. Il potere reale è stato trasferito altrove e viene esercitato senza nessuna legittimazione democratica, senza alcun controllo democratico, in maniera per lo più occulta.
In tutte le società del mondo si sono sviluppate e si sviluppano iniziative di cittadini attivi che tentano, più o meno consapevolmente, di porre rimedio a questa situazione, riaprendo qualche canale di comunicazione democratica almeno con le sedi formali del potere. Ma si tratta di iniziative che, per quanto di massa e di successo, rimangono irrimediabilmente minoritarie e impotenti ad affrontare il problema immane di una rinascita democratica.
I processi economici e i connessi processi politici dell'ultimo trentennio hanno disintegrato il tessuto sociale che teneva insieme le comunità occidentali, rendendo estremamente difficoltosa la formazione di volontà collettive capaci di tradursi, con tutti i limiti che la storia delle democrazie ha mostrato, in una qualche forma di governo dei processi sociali.
È venuta meno l'illusione, tipica della prima modernità, che la politica fosse in grado di guidare la società verso gli obiettivi di un progetto, elaborato collettivamente o meno, ma comunque condiviso. È finita l'epoca della politica intesa, appunto, come progetto. Il vuoto che essa lascia è enorme, non solo per i fallimenti che ha prodotto, per le illusioni che ha alimentato, per le sofferenze che ha imposto. È un vuoto enorme perché nessuno al momento sa come riempirlo e perché in esso scorrazzano senza più alcuna remora le élite che compongono l'oligarchia globale.
Il problema principale della cultura di sinistra, di origine marxista, socialista o comunista, quello che probabilmente ne ha decretato il tramonto, è il fatto di non aver mai fatto i conti fino in fondo, salvo qualche caso, con il liberalismo, quello vero, e di non essere riuscita, quindi, a elaborare una propria cultura del mercato. A sinistra, quando si è pensato, e non è avvenuto spesso negli ultimi decenni, si è ritenuto che il mercato fosse un'istituzione transeunte, rozza, barbarica, regno degli spiriti animali del capitalismo, e destinata quindi a essere soppiantata da un ordine razionale che facesse perno sul ruolo dello stato. Non c'è stata la capacità e l'intelligenza analitica di comprendere che il mercato è, appunto, un'istituzione necessaria in un assetto capitalistico, l'unica capace, se correttamente intesa e gestita, di domare gli spiriti animali e renderli compatibili con un ordine sociale democratico. E questo, forse, perché anche il capitalismo è stato inteso come un fenomeno transitorio, destinato a essere rapidamente superato, e non una struttura portante, nel bene e nel male, delle nostre economie e delle nostre società e destinato, quindi, seppur attraverso continue crisi e metamorfosi, a riprodursi a lungo. Si è così rinunciato, di fatto, a pensare il capitalismo che c’è e a individuare i possibili modi di una sua convivenza con una società dotata di istituzioni democratiche nell’epoca della sfida globale. Così la cultura di sinistra, specialmente quella politica, si è condannata all’irrilevanza, lasciandosi rinchiudere in una sorta di “riserva” nella quale sembra talora essere addirittura soddisfatta di vivere, al riparo dalle dure sfide del presente e nella confortevole rimembranza dei tempi andati.
Quello che oggi colpisce, almeno me, negli atteggiamenti di tanta parte della sinistra, è l'ottusa pervicacia con cui tanti rimangono abbarbicati a un'ideologia, a una visione del mondo se si vuole, che non è più in grado di cogliere le caratteristiche essenziali delle società in cui viviamo e quindi nemmeno di immaginarne possibili correttivi, in una prospettiva che sia coerente e compatibile con la realtà esistente. Ci si muove e ci si comporta come se in questa realtà, con forzature volontaristiche, si potessero innestare a piacimento schemi e soluzioni immaginati in un passato che ha assunto caratteri mitici agli occhi di molti, di troppi, perché fondatori di una comunità che si è da tempo dissolta sotto i colpi di un conflitto che ha assunto forme e contenuti affatto nuovi e imprevisti. La sconfitta politica della sinistra, che io ritengo definitiva, è figlia di questo vuoto culturale, creato a sua volta da un ingiustificato senso di superiorità antropologica che ha fatto perdere il contatto con il resto della società. Non è un caso che, ormai da decenni, la cultura di sinistra non sia in grado di produrre un'analisi della composizione sociale e continui invece a inventarsi nuovi soggetti e conflitti che nessuno vede e che poi, ovviamente, si dissolvono senza lasciare traccia.
La strada per svincolarsi dall'egemonia neo-liberale che si è affermata nell'ultimo trentennio, a seguito di una battaglia culturale ingaggiata molto prima, passa attraverso una battaglia culturale di segno opposto, che riesca a diffondere un'idea di società e una prospettiva di cambiamento quanto più possibile condivisibile e condivisa. Non è facile, perché la gente comune, quelli che fanno il 99%, non dispongono normalmente dei mezzi e delle organizzazioni che, invece, hanno sostenuto la campagna neo-liberale. Sarebbe necessario, in ogni caso, abbandonare ogni velleità di ricreare gli scenari del conflitto novecentesco, dando vita a una "sinistra" alternativa a una "destra", ormai prive entrambe di solide radici nella realtà sociale. Occorre, invece, capire e analizzare accuratamente il crinale lungo cui corre oggi il discrimine fondamentale che divide due idee di società e due modalità contrapposte di concepire l'esercizio del potere. Per far questo, è necessario abbandonare un altro mito della cultura della sinistra ovvero l'idea che la matrice del conflitto sociale che muove la storia sia sempre e soltanto la configurazione dei rapporti che si definiscono sui luoghi di lavoro. Il lavoro continua a essere una dimensione fondamentale della vita sociale, ma non è più, da molto tempo, quella che ne struttura le dinamiche fondamentali. Oggi la linea di faglia che taglia in due il corpo sociale e scrive la geometria dei rapporti di potere non passa più per la geografia dei ruoli ricoperti nella sfera della produzione - dipendenti/dirigenti, operai/impiegati, occupati/disoccupati, lavoratori manuali/lavoratori intellettuali, lavoro dipendente/professionisti - ma passa lungo il crinale che separa senza possibilità di contatto coloro che hanno in mano le sorti del mondo, perché manovrano risorse enormi e muovono organizzazioni potentissime, e tutti gli altri. Il 99%, appunto, contro l'1%, la massa senza potere contro l'oligarchia che controlla tutto il potere.
I conflitti che ci saranno, se ci saranno, occuperanno le piazze e solo secondariamente i luoghi di lavoro e in ballo ci sarà la qualità delle nostre vite, la sopravvivenza dell'ambiente e, soprattutto, la necessità di porre limiti a un potere oligarchico che promana dalla ricchezza e che si è impadronito del mondo senza avere un'idea di come gestirlo. Questo potrà avvenire solo se gli individui, perché di questo si tratta, non le masse che come tali oggi non producono soggettività alcuna, prenderanno coscienza del fatto che le loro vite, rese interdipendenti come non mai dalla globalizzazione, possono essere riempite di diritti e di libertà solo se si riscoprono i modi di cooperare su scala planetaria, ricreando quegli strumenti di espressione della volontà collettiva che la prima democrazia ci ha regalato, ma non ha saputo preservare dal ritorno degli oligarchi e delle élite che li circondano. Non possiamo fare a meno della politica come creatrice di cultura e come strumento per addomesticare i poteri esorbitanti che minacciano la società. E avremo bisogno, presumibilmente, anche di partiti, non quelli di oggi, di organismi intermedi, che rendano possibile il protagonismo degli individui trasformandolo in motore della politica.
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Lapo Berti, italiano, economista, è stato dal marzo 1993 al luglio 2010 dirigente presso l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. È stato docente di Politica economica e finanziaria. Si è occupato di problemi di teoria monetaria e di storia del pensiero economico nonché di politica economica. È autore di L’Antieuropa delle monete (con A. Fumagalli, Il Manifesto 1993) e di Saldi di fine secolo. Le privatizzazioni in Italia (Ediesse, 1998). Più di recente ha pubblicato Il mercato oltre le ideologie (Università Bocconi Editore, 2006), Le stagioni dell'antitrust (con Andrea Pezzoli,Università Bocconi Editore 2010) e Trattatello sulla felicità (LUISS University Press, 2013). Giovanissimo, ha iniziato a collaborare (1964-1966) con il gruppo della rivista della sinistra operaista "Classe Operaia" di cui Mario Tronti fu tra i fondatori (con Massimo Cacciari e Alberto Asor Rosa) e negli anni Settanta è stato redattore di alcuni progetti editoriali militanti tra i quali la rivista Primo Maggio. Presidente di ACQ/Lab21, scrive regolarmente sul sito www.lib21.orgOggi, dopo la crisi finanziaria e poi produttiva del 2008, siamo di nuovo a quel bivio. Se non sapremo, se la società globale non sarà in grado di mettere in campo energie sufficienti per imporre un nuovo compromesso, il pallino dell'economia globale e, quindi, della politica mondiale resterà nelle mani dell'oligarchia che è uscita vittoriosa dal confronto con il compromesso keynesiano, dando vita a un ordine mondiale che si regge sulla dinamica dei mercati e sul dominio che su di essa esercita un gruppo ristretto di mega-strutture a dimensione globale unite da una fitta rete di rapporti per lo più occulti o semi-occulti.
La vittoria di questo coacervo di interessi attivi su scala globale è stata ottenuta sulla base di una guerra ideologica combattuta a tutti i livelli per conquistare l'egemonia culturale nelle società più importanti del mondo e non solo in quelle. Il risultato è che ne sono uscite fortemente indebolite, se non ridotte all'irrilevanza, le grandi ideologie che avevano innervato la lotta politica nel secolo scorso, ma non hanno saputo cogliere né raccogliere la sfida, procedendo a un rinnovamento radicale dall'analisi e della prospettiva ideale. Ma la conseguenza più grave di questa sconfitta è che il crollo di quelle ideologie, in particolare di quella socialista, ha trascinato con sé tutto l'apparato politico-istituzionale che era stato protagonista del conflitto politico novecentesco, in primo luogo i partiti. I partiti, è bene ricordarlo, hanno avuto nelle democrazie rappresentative classiche la funzione di rappresentare i bisogni e le aspirazioni della gente, di organizzare il consenso, di selezionare la classe dirigente, di organizzare i governi e formulare i loro programmi, di provvedere a monitorare e controllare l'attuazione delle leggi. Senza che queste funzioni vengano svolte, una democrazia non funziona e si trasforma in qualcosa d'altro. Oggi siamo in questa situazione. Il potere reale è stato trasferito altrove e viene esercitato senza nessuna legittimazione democratica, senza alcun controllo democratico, in maniera per lo più occulta.
In tutte le società del mondo si sono sviluppate e si sviluppano iniziative di cittadini attivi che tentano, più o meno consapevolmente, di porre rimedio a questa situazione, riaprendo qualche canale di comunicazione democratica almeno con le sedi formali del potere. Ma si tratta di iniziative che, per quanto di massa e di successo, rimangono irrimediabilmente minoritarie e impotenti ad affrontare il problema immane di una rinascita democratica.
I processi economici e i connessi processi politici dell'ultimo trentennio hanno disintegrato il tessuto sociale che teneva insieme le comunità occidentali, rendendo estremamente difficoltosa la formazione di volontà collettive capaci di tradursi, con tutti i limiti che la storia delle democrazie ha mostrato, in una qualche forma di governo dei processi sociali.
È venuta meno l'illusione, tipica della prima modernità, che la politica fosse in grado di guidare la società verso gli obiettivi di un progetto, elaborato collettivamente o meno, ma comunque condiviso. È finita l'epoca della politica intesa, appunto, come progetto. Il vuoto che essa lascia è enorme, non solo per i fallimenti che ha prodotto, per le illusioni che ha alimentato, per le sofferenze che ha imposto. È un vuoto enorme perché nessuno al momento sa come riempirlo e perché in esso scorrazzano senza più alcuna remora le élite che compongono l'oligarchia globale.
Il problema principale della cultura di sinistra, di origine marxista, socialista o comunista, quello che probabilmente ne ha decretato il tramonto, è il fatto di non aver mai fatto i conti fino in fondo, salvo qualche caso, con il liberalismo, quello vero, e di non essere riuscita, quindi, a elaborare una propria cultura del mercato. A sinistra, quando si è pensato, e non è avvenuto spesso negli ultimi decenni, si è ritenuto che il mercato fosse un'istituzione transeunte, rozza, barbarica, regno degli spiriti animali del capitalismo, e destinata quindi a essere soppiantata da un ordine razionale che facesse perno sul ruolo dello stato. Non c'è stata la capacità e l'intelligenza analitica di comprendere che il mercato è, appunto, un'istituzione necessaria in un assetto capitalistico, l'unica capace, se correttamente intesa e gestita, di domare gli spiriti animali e renderli compatibili con un ordine sociale democratico. E questo, forse, perché anche il capitalismo è stato inteso come un fenomeno transitorio, destinato a essere rapidamente superato, e non una struttura portante, nel bene e nel male, delle nostre economie e delle nostre società e destinato, quindi, seppur attraverso continue crisi e metamorfosi, a riprodursi a lungo. Si è così rinunciato, di fatto, a pensare il capitalismo che c’è e a individuare i possibili modi di una sua convivenza con una società dotata di istituzioni democratiche nell’epoca della sfida globale. Così la cultura di sinistra, specialmente quella politica, si è condannata all’irrilevanza, lasciandosi rinchiudere in una sorta di “riserva” nella quale sembra talora essere addirittura soddisfatta di vivere, al riparo dalle dure sfide del presente e nella confortevole rimembranza dei tempi andati.
Quello che oggi colpisce, almeno me, negli atteggiamenti di tanta parte della sinistra, è l'ottusa pervicacia con cui tanti rimangono abbarbicati a un'ideologia, a una visione del mondo se si vuole, che non è più in grado di cogliere le caratteristiche essenziali delle società in cui viviamo e quindi nemmeno di immaginarne possibili correttivi, in una prospettiva che sia coerente e compatibile con la realtà esistente. Ci si muove e ci si comporta come se in questa realtà, con forzature volontaristiche, si potessero innestare a piacimento schemi e soluzioni immaginati in un passato che ha assunto caratteri mitici agli occhi di molti, di troppi, perché fondatori di una comunità che si è da tempo dissolta sotto i colpi di un conflitto che ha assunto forme e contenuti affatto nuovi e imprevisti. La sconfitta politica della sinistra, che io ritengo definitiva, è figlia di questo vuoto culturale, creato a sua volta da un ingiustificato senso di superiorità antropologica che ha fatto perdere il contatto con il resto della società. Non è un caso che, ormai da decenni, la cultura di sinistra non sia in grado di produrre un'analisi della composizione sociale e continui invece a inventarsi nuovi soggetti e conflitti che nessuno vede e che poi, ovviamente, si dissolvono senza lasciare traccia.
La strada per svincolarsi dall'egemonia neo-liberale che si è affermata nell'ultimo trentennio, a seguito di una battaglia culturale ingaggiata molto prima, passa attraverso una battaglia culturale di segno opposto, che riesca a diffondere un'idea di società e una prospettiva di cambiamento quanto più possibile condivisibile e condivisa. Non è facile, perché la gente comune, quelli che fanno il 99%, non dispongono normalmente dei mezzi e delle organizzazioni che, invece, hanno sostenuto la campagna neo-liberale. Sarebbe necessario, in ogni caso, abbandonare ogni velleità di ricreare gli scenari del conflitto novecentesco, dando vita a una "sinistra" alternativa a una "destra", ormai prive entrambe di solide radici nella realtà sociale. Occorre, invece, capire e analizzare accuratamente il crinale lungo cui corre oggi il discrimine fondamentale che divide due idee di società e due modalità contrapposte di concepire l'esercizio del potere. Per far questo, è necessario abbandonare un altro mito della cultura della sinistra ovvero l'idea che la matrice del conflitto sociale che muove la storia sia sempre e soltanto la configurazione dei rapporti che si definiscono sui luoghi di lavoro. Il lavoro continua a essere una dimensione fondamentale della vita sociale, ma non è più, da molto tempo, quella che ne struttura le dinamiche fondamentali. Oggi la linea di faglia che taglia in due il corpo sociale e scrive la geometria dei rapporti di potere non passa più per la geografia dei ruoli ricoperti nella sfera della produzione - dipendenti/dirigenti, operai/impiegati, occupati/disoccupati, lavoratori manuali/lavoratori intellettuali, lavoro dipendente/professionisti - ma passa lungo il crinale che separa senza possibilità di contatto coloro che hanno in mano le sorti del mondo, perché manovrano risorse enormi e muovono organizzazioni potentissime, e tutti gli altri. Il 99%, appunto, contro l'1%, la massa senza potere contro l'oligarchia che controlla tutto il potere.
I conflitti che ci saranno, se ci saranno, occuperanno le piazze e solo secondariamente i luoghi di lavoro e in ballo ci sarà la qualità delle nostre vite, la sopravvivenza dell'ambiente e, soprattutto, la necessità di porre limiti a un potere oligarchico che promana dalla ricchezza e che si è impadronito del mondo senza avere un'idea di come gestirlo. Questo potrà avvenire solo se gli individui, perché di questo si tratta, non le masse che come tali oggi non producono soggettività alcuna, prenderanno coscienza del fatto che le loro vite, rese interdipendenti come non mai dalla globalizzazione, possono essere riempite di diritti e di libertà solo se si riscoprono i modi di cooperare su scala planetaria, ricreando quegli strumenti di espressione della volontà collettiva che la prima democrazia ci ha regalato, ma non ha saputo preservare dal ritorno degli oligarchi e delle élite che li circondano. Non possiamo fare a meno della politica come creatrice di cultura e come strumento per addomesticare i poteri esorbitanti che minacciano la società. E avremo bisogno, presumibilmente, anche di partiti, non quelli di oggi, di organismi intermedi, che rendano possibile il protagonismo degli individui trasformandolo in motore della politica.
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Bibliografia
1) testi di riferimento alla domanda Sul micro-fascismo
Wu Ming, Yet another right-wing cult coming from Italy, via Wu Ming blog.
Wu Ming, Yet another right-wing cult coming from Italy, via Wu Ming blog.
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo - Einaudi, 2002
Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille Piani, Castelvecchi, 2010
Gilles Deleuze, L’isola deserta e altri scritti, Einaudi, 2007 (cfr. pg. 269, 'Gli Intellettuali e il Potere', conversazione con Michel Foucault del 4 marzo 1972) “Questo sistema in cui viviamo non può sopportare nulla: di qui la sua radicale fragilità in ogni punto e nello stesso tempo la sua forza complessiva di repressione” (intervista a Deleuze e Foucault, pg. 264)
2) testi di riferimento alla domanda Sulla Crisi
Slavoj Zizek, First as Tragedy, then as Farce. Verso, Uk, 2009 (pg. 17)
Slavoj Zizek, First as Tragedy, then as Farce. Verso, Uk, 2009 (pg. 17)
3) testi di riferimento alla domanda Sull'organizzazione
Gilles Deleuze-Félix Guattari - Millepiani (Castelvecchi, III edizione, Novembre 2010): Nono Piano: 1933 Micro-politica e segmenterietà. (pg.265 - “Daniel Guèrin (La peste brune, 1933) ha ragione nel dire che Hitler, e non lo Stato maggiore tedesco, ha conquistato il potere in quanto disponeva anzitutto di micro-organizzazioni che gli conferivano “un mezzo incomparabile, insostituibile, per penetrare in tutte le cellule della società”, segmentarietà flessibile, molecolare, flussi capaci di irrorare cellule di ogni genere”
Daniel Guérin - The Brown Plague - DUP, Usa, 1994
Gilles Deleuze-Fèlix Guattari - Apparato di cattura - Sezione IV di Millepiani (Castelvecchi, I edizione, maggio 1997): Piano 15: Regole concrete e macchine astratte (pg. 150 - “Un movimento è assoluto quando, quali che siano la sua quantità e la sua velocità, rapporta “un corpo” considerato come molteplice ad uno spazio liscio che occupa in maniera vorticosa”)
4) testi di riferimento alla domanda Sull'onda anomala
Franco Berardi - La sconfitta dell’anti-Europa liberista comincia in Italia - Micromega website:
http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/02/27/franco-bifo-berardi-la-sconfitta-dellanti-europa-liberista-comincia-in-italia/
Istituto Cattaneo - http://www.cattaneo.org
Gilles Deleuze, Félix Guattari - Millepiani - Castelvecchi, 2010 (pg.249 - 1874. tre novelle o “che cosa è accaduto”?)
5) testi di riferimento alla domanda Sul popolo che manca
Mario Tronti, 'C’è populismo perché non c’è popolo', in Democrazia e Diritto, n.3-4/2010.
Mario Tronti, 'C’è populismo perché non c’è popolo', in Democrazia e Diritto, n.3-4/2010.
Paul Klee, Diari 1898-1918. La vita, la pittura, l’amore: un maestro del Novecento si racconta - Net, 2004
Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Millepiani (in '1837. Sul Ritornello' pg. 412-413)
6) testi di riferimento alla domanda Sul controllo
Jacques Ranciere, Disagreement. Politics and Philosophy, UMP, Usa, 2004
Jacques Ranciere, Disagreement. Politics and Philosophy, UMP, Usa, 2004
Gilles Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Ita, 2000 (pg. 234, 'Poscritto sulle società di controllo')
Saul Newman, 'Politics in the Age of Control', in Deleuze and New Technology, Mark Poster and David Savat, Edinburgh University Press, Uk, 2009, pp. 104-122. 
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Dipinto: Stelios Faitakis
Dipinto: Stelios Faitakis






