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25.10.11

Sidival Fila @ Ulisse Gallery Roma



Con la corporeità dello spazio e con la sua tensione verso l’infinito si confronta continuamente anche l’arte di Sidival Fila, che si autodefinisce “pittore informale”, e dell’arte informale conserva in effetti un amore profondo per l’intensità fisica della materia, al quale però unisce un’altrettanto profonda essenza strutturale, concettuale e spirituale . “Nessun taglio, stile Fontana – afferma l’artista – anche se lui è stato tra i miei ispiratori, con Burri e Manzoni. Le mie sono piuttosto introflessioni”. Infatti lepieghe sulle tele antiche e a grossa trama che Fra Sidival usa per realizzare le sue opere sono tra i suoi strumenti espressivi privilegiati. Gilles Deleuze, rileggendo Leibniz in un suo bellissimo libro (La piega. Leibniz e il barocco, tr.it. Einaudi, Torino 1990), ripercorre la sua “teoria del continuo”: ciò che non si frammenta in parti, ma si avvolge in un’infinità di pieghe. Questa materia-piega, che si curva infinitamente, e che ritroviamo nel lavoro di Sidival Fila, è la materia-tempo, ed è la materia-vita, per la sua struttura organica, quasi “muscolare”. Anche se si tratta di arte “astratta”, e le figure sono assenti, si è accompagnati dalla sensazione di una corporeità traslata: non visibilein figura, ma sensibile nel tattilismo, nella serpeggiante tensione tra sostanza materica e struttura volumetrica. E’ identità materia-percezione-pensiero, in una perenne circolazione di energia che lo sviluppo spaziale del colore, nelle sue infinite variazioni, rappresenta. L’intensità metamorfica del colore è rafforzata da fitte trame di fili che vanno a “ricucire” le pieghe, come se si trattasse di ferite originarie da sanare. Ferite, però, sottratte ad ogni lacerazione “espressionistica”, ed elevate a un’inattaccabile dimensione simbolica, anche grazie a una totalizzante esperienza spirituale e religiosa. Un dimensione in cui la concezione della materia come corpo e come carne non può prescindere dall’Incarnazione di Cristo come fondamento di tutta la storia dell’arte occidentale.
Intenso ed enigmatico, il lavoro di Fra Sidival sul rapporto corpo-materia-colore-spazio ci avvolge nel fascino della sua ambiguità tra pittura e scultura, tra superfici pittoriche che si moltiplicano e si dilatano all’infinito. L’artista ci invita a partecipare a un gioco ai confini tra il visibile e l’invisibile, l’evidenza e il segreto, trovando saldo fondamento in uno spazio “assoluto”, archetipico, ma contemporaneamente organico, legato alla terra e alle radici che in essa proliferano. Sensibile e malleabile, la tela è corpo vivo e vibrante, aperto alla realtà esistenziale e quotidiana, in cui si raccolgono e si confrontano le più delicate o violente sensazioni di luce-colore: la tela dà letteralmente “corpo” al colore, un corpo che si dilata e si contrae, a seconda del rarefarsi o del concentrarsi del colore stesso.


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26.4.11

Leibniz e il mare (parte terza)

"Il problema allora non si pone più in termini di parti-tutto (dal punto di vista di una possibilità logica) ma in termini di virtuale-attuale (attualizzazione di rapporti differenziali, incarnazione di punti singolari). Ed ecco che il valore della rappresentazione nel senso comune si spezza in due valori irriducibili nel parasenso: un distinto che può essere solo oscuro, tanto più oscuro in quanto distinto, e un chiaro-confuso che può essere solo confuso, ed è proprio dell'Idea di essere distinta e oscura. Il che significa per l'appunto che "l'Idea è reale senza essere attuale, differentiata senza essere differenziata, completa senza essere intera. Il distinto-oscuro è l'ebbrezza, lo stordimento propriamente filosofico o l'Idea dionisiaca. Mancava poco perché sulla riva del mare o presso il mulino ad acqua, Leibniz sfiorasse Dioniso."
(Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, pg. 276)

Leibniz e il mare (parte seconda)

"Ma essa è suscettibile anche di un'altra interpretazione più radicale, per cui si darebbe una differenza di natura, e non più di grado, tra il chiaro e il distinto, talché il chiaro sarebbe di per sé confuso, e reciprocamente il distinto, di per sé oscuro. Ma che cos'è questo distinto-oscuro che corrisponde al chiaro-confuso? Rifacciamoci al grande testo di Leibniz sul mormorio del mare, dove sono possibili due interpretazioni. O diciamo che l'appercezione del rumore d'insieme è chiara ma confusa (non distinta), in quanto le piccole percezioni componenti non sono in sé chiare ma oscure. Oppure diciamo che le piccole percezioni sono in sé distinte e oscure (non chiare): distinte in quanto colgono rapporti differenziali e singolarità, oscure in quanto non ancora "distinte", non ancora differenziate - e queste singolarità condensandosi determinano una soglia di coscienza in rapporto al nostro corpo, come una soglia di differenziazione, a partire dalla quale le piccole percezioni si attualizzano, ma si attualizzano in un'appercezione che non è a sua volta se non chiara e confusa, chiara in quanto distinta o differenziata, e confusa in quanto chiara."
Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, pg. 276

Leibniz e il mare (parte prima)

"In Descartes, infatti, appare il principio più alto della rappresentazione come buon senso o senso comune, che possiamo chiamare principio del "chiaro e distinto", o della proporzionalità del chiaro e del distinto: un'idea è tanto più distinta quanto più è chiara; il chiaro-distinto costituisce la luce che rende il pensiero possibile nell'esercizio comune di tutte le facoltà. Ora, di fronte a questo principio, non si sottolineerà mai abbastanza l'importanza dell'osservazione che Leibniz fa costantemente nella sua logica delle idee, che un'idea chiara è di per sè confusa, e confusa in quanto chiara. Senza dubbio, questa osservazione può accordarsi con la logica cartesiana, e significare soltanto che un'idea chiara è confusa i quanto non è abbastanza chiara in tutte le sue parti. E in fin dei conti è così che lo stesso Leibniz tende a interpretarla."
(Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, pg. 276)