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21.10.13

Saul Newman: intervista su Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo @ Obsolete Capitalism



Intervista a Saul Newman su "Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo" a cura dei blog Obsolete Capitalism e Rizomatika. Intervista raccolta il 5 giugno 2013 e tradotta dall'inglese. Qui potete leggere le interviste in lingua inglese precedentemente pubblicate: Jussi Parikka 14 settembreSaul Newman 21 settembreTony D. Sampson 28 settembreSimon Choat 5 ottobreQui invece l'intervista in lingua italiana a Jussi Parikka.


 EDIT: Abbiamo raccolto l'intervista in un PDF che si può scaricare o leggere online. Tutte le interviste sul populismo digitale, in lingua italiana, possono essere scaricate o lette QUI, in un unico file.

Masse, potere e postdemocrazia nel XXI secolo


'Fascismo di banda, di gang, di setta, di famiglia, di villaggio, di quartiere, d’automobile, un Fascismo che non risparmia nessuno. Soltanto il micro-Fascismo può fornire una risposta alla domanda globale: “Perchè il desiderio desidera la propria repressione? Come può desiderare la propria repressione?'


—Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Mille Piani, pg. 271

    Sul micro-fascismo
    OC Partiamo dall’analisi di Wu Ming, esposta nel breve saggio per la London Review of Books intitolato 'Yet another right-wing cult coming from Italy', che legge il M5S e il fenomeno Grillo come un nuovo movimento autoritario di destra.  Come è possibile che il desiderio di cambiamento di buona parte del corpo elettorale (nelle elezioni italiane del febbraio 2013) sia stato vanificato e le masse abbiano di nuovo anelato –ancora una volta– la propria repressione ? Siamo fermi nuovamente all’affermazione di Wilhelm Reich: sì, le masse hanno desiderato, in un determinato momento storico, il fascismo. Le masse non sono state ingannate, hanno capito molto bene il pericolo autoritario, ma l’hanno votato lo stesso. E il pensiero doppiamente preoccupante è il seguente: i due movimenti populisti autoritari, M5S e PdL, sommati insieme hanno più del 50% dell’elettorato italiano. Una situazione molto simile si è venuta a creare in UK, nel Maggio 2013, con il successo della formazione populista di destra dello UKIPLe tossine dell’autoritarismo e del micro-fascismo perché e quanto sono presenti nella società europea contemporanea?(1)
Saul Newman Non sono sicuro di essere completamente d'accordo con l'analisi di Wu Ming riguardante Grillo e il M5S. Non direi che è necessariamente una forma di fascismo, neofascismo o persino di autoritarismo di destra. Il M5S è sicuramente populista, e dietro il populismo e la figura del Popolo si trova sempre lo spettro oscuro di un potenziale fascismo. Grillo e il M5S, almeno nella sua forma attuale, mi colpiscono come un fenomeno enigmatico, più difficile da classificare secondo le categorie politiche e ideologiche tradizionali. Lo descriverei come populismo postmoderno; una forma di anti-politica che, prima, cerca di creare una sorta di interruzione del normale processo politico e, successivamente, cerca di destabilizzare le modalità consolidate di rappresentanza politica. La formazione politica di Grillo tenta di generare uno spazio simbolicamente vuoto nel processo politico, per mostrare - o almeno così sostiene - la corruzione e il degrado della classe politica. Tutto ciò non è esattamente uguale al tipico progetto autoritario o fascista di conquista del potere - un vero e proprio movimento fascista avrebbe colto la possibilità di formare il governo, situazione alla quale Grillo e M5S hanno opposto resistenza. Inoltre, il M5S è uno strano, e a volte incoerente, groviglio di politiche e programmi, sia progressivi che regressivi, sia di sinistra che di destra, sia libertari che populisti. Molti dei loro temi - per quanto le loro dichiarazioni possano essere prese sul serio - sono, in realtà, molto interessanti: la democrazia partecipativa, la giustizia sociale, la tutela ecologica. Il M5S è la politica o meglio l'anti-politica come Spettacolo o, meglio ancora, l'anti-Spettacolo come Spettacolo. Funge da significante vuoto o da schermo bianco su cui le persone proiettano la loro frustrazione e la loro rabbia per l'establishment politico. Il M5S è tanto simile ad Occupy Wall Street quanto lo è all'UKIP - un movimento strano, paradossale, eretico, a volte confuso. C'è un aspetto carnevalesco connaturato al Movimento 5 Stelle e la figura di Grillo, nel contesto, è più vicina al Papa dei Folli (1a) che al dittatore fascista. Naturalmente, questo non significa che non dobbiamo diffidare di tutti i populismi - in loro c'è sempre latente un divenire fascista. Deleuze e Guattari, dopotutto, parlano di micro-fascismi immanenti sia alla sinistra che alla destra. Stiamo assistendo, inoltre, all'emersione di veri e propri populismi di destra che prendono le sembianze della politica di protesta anti-establishment. Con l'aggravarsi della crisi economica, e la situazione della disoccupazione in Europa in peggioramento, c'è poco da sorprendersi che i "veri" fascismi e i "veri" razzismi anti-immigrati siano in aumento. Basta solo guardare alla Grecia e ad Alba Dorata, così come alla rinascita di forze di estrema destra in Francia. Questo è il terreno di coltura ideale per i nuovi fascismi. Temo una barbarie a venire... L'analisi di Reich, qui, non ha perso nulla della sua validità. Il Popolo, in certi momenti e a certe condizioni, desidera il fascismo. Non è una questione di falsa coscienza ma, all'ombra del Popolo, c'è sempre una macchina desiderante fascista al lavoro.

1a) Riferimento a Quasimodo, il personaggio noto come il gobbo di Notre Dame, descritto nel romanzo di Victor Hugo "Notre Dame de Paris" (1831). Quasimodo viene eletto  il 6 gennaio 1482 "le Pape des fous" (The Pope of Fools), il Papa dei Folli, dai cittadini di Parigi durante la festa popolare nota come La fête des fous.

    1919, 1933, 2013. Sulla crisi
    OC Slavoj Zizek ha affermato, già nel 2009,  che quando il corso normale delle cose è traumaticamente interrotto, si apre nella società una competizione ideologica “discorsiva” esattamente come capitò nella Germania dei primi anni ’30 del Novecento quando Hitler indicò nella cospirazione ebraica e nella corruzione del sistema dei partiti i motivi della crisi della repubblica di Weimar. Zizek termina la riflessione affermando che ogni aspettativa della sinistra radicale di ottenere maggiori spazi di azione e quindi consenso risulterà fallace in quanto saranno vittoriose le formazioni populiste e razziste, come abbiamo poi potuto constatare in Grecia con Alba Dorata, in Ungheria con il Fidesz di Orban, in Francia con il Front National di Marine LePen e in Inghilterra con le recentissime vittorie di Ukip. In Italia abbiamo avuto imbarazzanti “misti” come la Lega Nord e ora il M5S, bizzarro rassemblement che pare combinare il Tempio del Popolo del Reverendo Jones e Syriza, “boyscoutismo rivoluzionario” e disciplinarismo delle società del controllo. Come si esce dalla crisi e con quali narrazioni discorsive “competitive e possibilmente vincenti”? Con le politiche neo-keynesiane tipiche del mondo anglosassone e della terza via socialdemocratica nord-europea o all’opposto con i neo populismi autoritari e razzisti ? Pare che tertium non datur... (2)
SN Come ho segnalato in ciò che ho detto sopra, sono in gran parte d'accordo con il punto di Zizek qui. Il campo ideologico è spalancato, e stiamo vedendo tutti i tipi di strane combinazioni e configurazioni che cercano di articolare la rabbia, l’ansia e la paranoia del Popolo. Non sono sicuro che il neo-keynesismo sia in grado di fornire una risposta - e in ogni caso, le politiche economiche perseguite dal Regno Unito (anche se non negli Stati Uniti), non sono keynesiane o neo-keynesiane in alcun modo. No, quello che vediamo con i tagli dell’austerità è semplicemente l' ultimo pretesto del neoliberismo, per cui la maggior parte dei governi, sia di destra e che di sinistra, non riesce a immaginare nessuna alternativa. E chiaramente questo sta rendendo la situazione peggiore. Non credo che dovremmo vedere la situazione come una scelta netta tra uno dei due, o il neo-keynesismo o il populismo autoritario. Queste non sono le uniche possibilità. L’affrontare il problema di un fascismo emergente richiede chiaramente nuove forme collettive di politica e di lotta; abbiamo visto qualcosa di simile nelle occupazioni di piazza e nei movimenti in Europa. Stiamo assistendo in questo momento ad interessanti mobilitazioni di popolo in Turchia. E' difficile sapere che cosa può uscire da questi vari movimenti e occupazioni, ma mi pare essere l'unico modo per fornire una figura alternativa o lo spazio per formazioni politiche collettive. Forse il Popolo può essere confrontato solo con la Moltitudine. 
    Sul popolo che manca
    OC Mario Tronti afferma che “c’è populismo perché non c’è popolo”. Tema eterno, quello del popolo, che Tronti declina in modalità tutte italiane in quanto “le grandi forze politiche erano saldamente poggiate su componenti popolari presenti nella storia sociale: il popolarismo cattolico, la tradizione socialista, la diversità comunista. Siccome c’era popolo, non c’era populismo.” Pure in ambiti di avanguardie artistiche storiche, Paul Klee si lamentava spesso che era “il popolo a mancare”. Ma la critica radicale al populismo - è sempre Tronti che riflette - ha portato a importanti risultati: il primo, in America, alla nascita dell’età matura della democrazia; il secondo, nell’impero zarista, la nascita della teoria e della pratica della rivoluzione in un paese afflitto dalle contraddizioni tipiche dello sviluppo del capitalismo in un paese arretrato (Lenin e il bolscevismo). Ma nell’analisi della situazione italiana ed europea è tranchant: “Nel populismo di oggi, non c’è il popolo e non c’è il principe. E’ necessario battere il populismo perché nasconde il rapporto di potere”. L’abilità del neo-populismo, attraverso l'utilizzo spregiudicato di apparati economici-mediatici-spettacolari-giudiziari, è nel costruire costantemente  "macchine di popoli fidelizzati” più simili al “portafoglio-clienti” del mondo brandizzato dell’economia neo-liberale. Il "popolo" berlusconiano è da vent’anni che segue blindato le gesta del sultano di Arcore; il "popolo" grillino, in costruzione precipitosa, sta seguendo gli stessi processi identificativi totalizzanti del “popolus berlusconiano”, dando forma e topos alle pulsioni più deteriori e confuse degli strati sociali italiani. Con le fragilità istituzionali, le sovranità altalenanti, gli universali della sinistra in soffitta (classe, conflitto, solidarietà, uguaglianza) come si fa popolo oggi? E’ possibile reinventare un popolo anti-autoritario? E’ solo il popolo o la politica stessa a mancare? (3)
SN Dobbiamo radicalmente ripensare la figura del Popolo. Dobbiamo chiederci se esso continua ad avere forza d’emancipazione o se si tratta di quello che è sempre stato nel pensiero politico - la totalità da cui emerge il potere dello stato, il corpo politico che legittima il sovrano. E abbiamo già discusso la pericolosa, violenta, totalitaria e fascista potenzialità del Popolo. Esiste quindi un vero e proprio Popolo - un Popolo genuinamente democratico - al di là delle manipolazioni dei media e della politica? O abbiamo raggiunto il punto in cui questa idea si è completamente esaurita e dobbiamo pensare la collettività politica in nuovi modi? La mia opinione è che abbiamo effettivamente raggiunto questo limite, e che le energie democratiche e di emancipazione, una volta impregnate nelle persone, sono ora completamente dissipate. Ed è forse un sintomo di questa dissipazione che l’ombra del Popolo riappare nelle forme inquietanti, violente e reazionarie di oggi. Nonostante le difficoltà che ho con il concetto, l'idea della Moltitudine nel pensiero “autonomo” e post-autonomo - in cui differenza e singolarità sono pensate insieme alla collettività, in modo tale che una non sussuma l'altra - fissa un terreno alternativo per una radicalità politica. Laddove il Popolo - anche nella sua forma democratica - è associato a totalità, identità e sovranità, la Moltitudine invoca, invece, eterogeneità, singolarità e organizzazione rizomatica. Altre figure teoriche, però, ci permettono di pensare lo stesso termine, in modo simile. Per esempio, sono interessato alla nozione di Max Stirner, in gran parte trascurata (o ingiustamente derisa), dell'“unione degli ego” - in cui le singolarità individuali possono lavorare insieme su progetti collettivi senza essere sacrificate sull’altare degli ideali sacri, così come possono collaborare senza essere incorporate in un'unica struttura totalitaria e trascendente. Ciò ci permette di pensare l'apertura contingente del campo politico in  modo del tutto differente.
    Sul Controllo
    OC Gilles Deleuze nel Poscritto delle Società di Controllo, pubblicato nel maggio del 1990, afferma che, grazie alle illuminanti analisi di Michel Foucault, emerge una nuova diagnosi della società contemporanea occidentale. L’analisi deleuziana è la seguente: le società di controllo hanno sostituito le società disciplinari allo scollinare del XX secolo. Deleuze scrive che “il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri padroni”. Difficile dargli torto se valutiamo l’incontrovertibile fatto che, dietro a due avventure elettorali di strepitoso successo - Forza Italia e Movimento 5 Stelle - si stagliano due società di marketing: la Publitalia 80 di Marcello Dell’Utri e la Casaleggio Asssociati di Gianroberto Casaleggio. Meccanismi di controllo, eventi mediatici quali gli exit polls, sondaggi infiniti, banche dati in/penetrabili, data come commodities, spin-doctoring continuo, consensi in rete guidati da influencer, bot, social network opachi, digi-squadrismo, echo-chambering dominante, tracciabilità dei percorsi in rete tramite cookies: queste sono le determinazioni della società post-ideologica (post-democratica?) neoliberale. La miseria delle nuove tecniche di controllo rivaleggia solo con la miseria della “casa di vetro” della trasparenza grillina (il web- control, of course). Siamo nell’epoca della post-politica, afferma Jacques Ranciere: Come uscire dalla gabbia neo-liberale e liberarci dal consenso ideologico dei suoi prodotti elettorali? Quale sarà la riconfigurazione della politica - per un nuovo popolo liberato - dopo l’esaurimento dell’egemonia marxista nella sinistra? 

SN Non c'è dubbio che la politica democratica, così come è praticata sotto l'egemonia neoliberista, sia stata del tutto corrotta e degradata nei modi che descrivete. La trasparenza e la responsabilità che queste forme di democrazia mediata presumibilmente permettono, producono solo un’opacità diversa, la politica come spettacolo mediatico impenetrabile, un gigantesco ' reality ' show televisivo. E, naturalmente, vi è la proliferazione di queste modalità neoliberiste di controllo e di soggettivazione attraverso internet e i social media, in cui, nello specchio narcisistico del blog o della pagina Facebook, costruiamo noi stessi e le nostre relazioni con gli altri in modi altamente mercificati e normalizzati, sostenendo al tempo stesso l'illusione che stiamo esprimendo sia la nostra individualità che l’intenzione di cambiare direttamente il mondo. Questo non significa negare l'importanza di tali reti come strumento di comunicazione, organizzazione e mobilitazione, ma c'è un problema molto più ampio da sviscerare. In un'intervista a Toni Negri, Deleuze afferma:

 'Lei mi chiede se le società di controllo o di comunicazione non scateneranno forme   di resistenza capaci di ridare una chance a un comunismo inteso come "organizzazione trasversale di individui liberi ". Non lo so, forse. Ma non nella misura in cui le minoranze potranno riprendere la parola. Forse la parola e la comunicazione sono fradice. Sono interamente penetrate dal denaro: non accidentalmente ma essenzialmente. E’ necessario un dirottamento della parola. Creare è sempre stato altro dal comunicare. L’importante sarà forse creare dei vacuoli di non-comunicazione, degli interruttori, per sfuggire al controllo'. (1b)

Quindi, se la comunicazione è stata corrotta - e lo vediamo oggi, in particolare con le tecnologie ubique di comunicazione dove la connessione istantanea diventa un imperativo categorico - allora dobbiamo pensare a come questi circuiti possano essere ricostituiti, come possano essere introdotti interruttori, nel senso inteso da Deleuze.  Anonimato e invisibilità - così come li troviamo, ad esempio, nei collettivi di hacker anonimi - sono elementi importanti nella rottura dei circuiti di sorveglianza e controllo che operano attraverso la comunicazione moderna .

Le elezioni, come preesistenti modalità dominanti di comunicazione e di rappresentanza, hanno ovviamente raggiunto il loro limite. Si tratta di una sorta di rituale quasi religioso finalizzato alla legittimazione simbolica del potere. Di volta in volta, e in determinate circostanze, potrebbe essere strategicamente utile partecipare alle elezioni locali e regionali; non vorrei diminuire interamente la loro importanza. Ma la politica elettorale non dovrebbe essere feticista, e non può essere l'orizzonte, oggi, delle lotte politiche radicali. Mentre alcuni commentatori vedono il calo di interesse e di partecipazione alla politica elettorale come segno di un malessere post-politico, io non sono poi così pessimista. Potrebbe essere l'inizio e non la fine della politica. In ogni caso, non dobbiamo piangere la rottura del modello elettorale della democrazia o immaginare che questo modello sia l'unico luogo vero della politica.

(1b) Gilles Deleuze - Pourparler - Quodlibet, Macerata, 2000, pg. 231
    Sulla “Googlization” della politica; l’aspetto finanziario del populismo digitale
    OC La prima decade del XXI secolo è stata caratterizzata dall'insorgenza del neo-capitalismo definito "cognitive capitalism"; in questo contesto un'azienda come Google si è affermata come la perfetta sintesi del web-business in quanto non retribuisce, se non in minima parte, i contenuti che smista attraverso il proprio motore di ricerca. In Italia, con il successo elettorale del M5S, si è assistito, nella politica, ad una mutazione della categoria del prosumer dei social network: si è creata la nuova figura dell'elettore-prosumer, grazie all'utilizzo del blog di Beppe Grillo da parte degli attivisti - che forniscono anche parte cospicua dei contenuti - come strumento essenziale di informazione del movimento. Questo www.bellegrillo.it è un blog/sito commerciale, alternativo alla tradizione free-copyright del creative commons; ha un numero altissimo di contatti, costantemente incrementato in questo ultimo anno. Questa militanza digitale produce introiti poiché al suo interno vengono venduti prodotti della linea Grillo (dvd, libri e altri prodotti editoriali legati al business del movimento). Tutto ciò porta al rischio di una googlizzazione della politica ovvero ad un radicale cambio delle forme di finanziamento grazie al "plusvalore di rete", termine utilizzato dal ricercatore Matteo Pasquinelli per definire quella porzione di valore estratto dalle pratiche web dei prosumer. Siamo quindi ad un cambio del paradigma finanziario applicato alla politica? Scompariranno i finanziamenti delle lobbies, i finanziamenti pubblici ai partiti e al loro posto si sostituiranno le micro-donazioni via web in stile Obama?  Continuerà e si rafforzerà lo sfruttamento dei prosumer-elettori? Infine che tipo di rischi comporterà la “googlization della politica”? 

SN Come ho suggerito nella risposta precedente, il proliferare di queste nuove tecnologie democratiche di trasparenza e comunicazione non hanno reso la politica più democratica. Niente di più falso. E le nuove forme di blogocrazia, di micro-donazioni via web e altre pratiche apparentemente orizzontali e partecipative - che sono in qualche modo fenomeni interessanti - potrebbero essere viste come una nuova forma di tecnologia democratica neoliberista. Superato il controllo delle élites politiche, questi fenomeni appaiono come feticci democratici, favoriti dall'illusione che il Popolo sia realmente partecipante al processo politico in modo inedito. Dobbiamo essere estremamente scettici riguardo a ciò. Così si sancisce definitivamente il modello di mercato della democrazia, il quale poi riproduce il soggetto come cittadino-consumatore, un selettore di politica razionale. E' davvero, come si allude nella domanda, una forma di attività politica completamente modellata intorno al neoliberismo ed è, dopo tutto, e in un modo alquanto perverso, una forma di orizzontalismo nella quale possiamo diventare tutti imprenditori di noi stessi. Ciò che è chiaramente necessario è un’alternativa politica orizzontale dove questo governo neoliberista razionale - che riproduce solo il dominio del capitale sulla vita politica e sociale - sia contestato direttamente. Anche in questo caso, mi sembra che la soluzione non sia tornare a un principio idealizzato, sociale e democratico, ma di inventare forme genuinamente autonome di vita politica, sociale ed economica.
    Sul populismo digitale, sul capitalismo affettivo
    OC James Ballard affermò che, dopo le religioni del Libro, ci saremmo dovuti aspettare le religioni della Rete. Alcuni affermano che, in realtà, una prima techno-religione esiste già: si tratterebbe del Capitalismo Affettivo. Il nucleo di questo culto secolarizzato sarebbe un mix del tutto contemporaneo di tecniche di manipolazione affettiva, politiche del neo-liberalismo e pratiche politiche 2.0. In Italia l'affermazione di M5S ha portato alla ribalta il primo fenomeno di successo del digi-populismo con annessa celebrazione del culto del capo; negli USA, la campagna elettorale di Obama ha visto il perfezionarsi di tecniche di micro-targeting con offerte politiche personalizzate via web. La nuova frontiera di ricerca medica e ricerca economica sta costruendo una convergenza inquietante tra saperi in elaborazione quali: teorie del controllo, neuro-economia e neuro-marketing. Foucault, nel gennaio 1976, all'interno dello schema guerra-repressione, intitolò il proprio corso "Bisogna difendere la società". Ora, di fronte alla friabilità generale di tutti noi, come possiamo difenderci dall'urto del capitalismo affettivo e delle sue pratiche scientifico- digitali ? Riusciremo ad opporre un sapere differenziale che - come scrisse Foucault - "deve la sua forza solo alla durezza che oppone a tutti i saperi che lo circondano"? Quali sono i pericoli maggiori che corriamo riguardo ai fenomeni e ai saperi di assoggettamento in versione network culture?
SN Il riferimento effettuato a Foucault è interessante, e forse parla del modo in cui dietro il neoliberismo e le reti di regolazione e controllo, ci sia la guerra; guerra alla vita sociale, all'ambiente, alle eventuali ultime vestigia dei beni comuni;  una guerra che si combatte contro tutti noi. Come possiamo difenderci contro questo attacco? Parte della risposta è, come direbbe Foucault, un'insurrezione dei discorsi e dei saperi marginali, adottando un punto di vista partigiano in cui la neutralità e l'universalismo sono respinti in favore della rivelazione e della intensificazione di questo campo di combattimento. Si tratta anche di riconoscere che, paradossalmente, ogni potere, anche quello che sembra insormontabile e che ci cattura con una tale forza, è solo il nostro potere in una forma alienata. È un potere che sosteniamo e riproduciamo attraverso le nostre pratiche quotidiane. Sono i legami che rinnoviamo ogni giorno. Questa è la tesi della servitù volontaria del filosofo francese La Boetie, il quale sosteneva che volontariamente ci conformiamo alla dominazione del potere, in gran parte per abitudine. La soluzione - ciò che produce un capovolgimento radicale nei rapporti di potere - è dunque nel riconoscimento che abbiamo avuto il potere per tutto il tempo, che siamo già da sempre liberi e che abbiamo bisogno di togliere al potere i veli delle sue illusioni e delle sue astrazioni per disconoscerlo e per non prendervi più parte. Ciò si tradurrebbe in un cambiamento  delle nostre abitudini o, come ha detto Sorel, nell’apprendimento di ‘abitudini di libertà'.


Saul Newmanaustraliano, vive e lavora a Londra. E' Professor di Political Theory al Goldsmiths College, University of London (UK). E' un teorico della politica, in particolare del pensiero definito "post-anarchico"Newman stesso ha coniato il termine "post-anarchism" come termine generale indicante quelle filosofie che filtrano il pensiero anarchico del XIX secolo attraverso le lenti del post-strutturalismo continentale del XX secolo. A questo proposito, il testo base del pensiero post-anarchico è il suo libro del 2001 intitolato From Bakunin to LacanTra i libri pubblicati, citiamoFrom Bakunin to Lacan. Anti-Authoritarianism and the Dislocation of Power (Lanham MD: Lexington Books 2001); Power and Politics in Poststructuralist Thought: New Theories of the Political. (London: Routledge 2005); Unstable Universalities: Postmodernity and Radical Politics. (Manchester: Manchester University Press 2007); Politics Most Unusual: Violence, Sovereignty and Democracy in the 'War on Terror'. - Co-autore con Michael Levine and Damian Cox- (New York: Palgrave Macmillan 2009); The Politics of Post Anarchism. (Edinburgh: University of Edinburgh Press: 2010 ); editor di Max Stirner (Houndmills, Basingstoke, Hampshire, UK; New York: Palgrave Macmillan 2011). Ultimo libro pubblicato, nel giugno del 2013, per la Edinburgh University Press: Agamben and the Politics of Human Rights (di cui è co-autore con John Lechte)

Bibliografia
1) testi di riferimento alla domanda Sul micro-fascismo
Wu MingYet another right-wing cult coming from Italy, via Wu Ming blog.
Wilhelm ReichPsicologia di massa del fascismo - Einaudi, 2002 
Gilles Deleuze, Félix GuattariMille Piani, Castelvecchi, 2010 
Gilles Deleuze, L’isola deserta e altri scritti, Einaudi, 2007 (cfr. pg. 269, 'Gli Intellettuali e il Potere', conversazione con Michel Foucault del 4 marzo 1972) “Questo sistema in cui viviamo non può sopportare nulla: di qui la sua radicale fragilità in ogni punto e nello stesso tempo la sua forza complessiva di repressione” (intervista a Deleuze e Foucault, pg. 264)

2) testi di riferimento alla domanda Sulla Crisi
Slavoj Zizek, First as Tragedy, then as Farce. Verso, Uk, 2009 (pg. 17) 

3) testi di riferimento alla domanda Sul popolo che manca
Mario Tronti, 'C’è populismo perché non c’è popolo', in Democrazia e Diritto, n.3-4/2010. 
Paul Klee, Diari 1898-1918. La vita, la pittura, l’amore: un maestro del Novecento si racconta - Net, 2004 
Gilles Deleuze, Fèlix Guattari, Millepiani (in '1837. Sul Ritornello' pg. 412-413)


4) testi di riferimento alla domanda Sul controllo
Jacques RanciereDisagreement. Politics and Philosophy, UMP, Usa, 2004
Gilles Deleuze, Pourparler, Quodlibet, Ita, 2000 (pg. 234, 'Poscritto sulle società di controllo') 
Saul Newman, 'Politics in the Age of Control', in Deleuze and New Technology, Mark Poster and David Savat, Edinburgh University Press, Uk, 2009, pp. 104-122. 


5) testi di riferimento alla domanda Sulla googlizzazione della politica
Guy DebordLa società dello spettacolo, 1967 - II sezione - Merce come spettacolo, tesi 42,43,44 e seguenti fino alla 53. 
Matteo Pasquinelli, Google's Pagerank Algorithm, http://matteopasquinelli.com/docs/Pasquinelli_PageRank.pdf 
Nicholas CarrThe Big Switch: Rewiring the World, from Edison to Google (New York: W.W. Norton, 2008) 


6) testi di riferimento alla domanda Sul populismo digitale e sul capitalismo affettivo
Tony D. SampsonVirality, UMP, 2012
Michel Foucault, Security, Territory and Population, Palgrave and Macmillan, 2009 
Michel Foucault, Society Must be Defended: Lectures at the Collège de France 1975—76, Saint Martin Press, 2003


Dipinto: Stelios Faitakis "The Mob" (2013)

25.7.12

Sovvertire la macchina del debito infinito. Intervista a Maurizio Lazzarato @ Uninomade, 14 maggio 2012


Sovvertire la macchina del debito infinito

Intervista a MAURIZIO LAZZARATO – di ANTONIO ALIA, VINCENZO BOCCANFUSO e LORIS NARDA
Dopo aver pubblicato la prefazione all’edizione italiana ritorniamo su La fabbrica dell’uomo indebitato di Maurizio Lazzarato con un’intervista all’autore su alcuni nodi del suo importante pamphlet.

Nel tuo saggio, riprendendo la seconda dissertazione de La Genealogia della morale di Nietzsche e L’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, fornisci una ricostruzione del neoliberalismo secondo la quale attorno al debito si produce un dispositivo di potere che informa interamente l’infrastruttura biopolitica. Parafrasando Marx potremmo dire che il debito non è una cosa ma un rapporto sociale. Quale nesso intercorre tra la relazione creditore-debitore e la proprietà?
Il rapporto creditore-debitore è un rapporto organizzato attorno alla proprietà, è un rapporto tra chi ha disponibilità di denaro e chi non ce l’ha. La proprietà piuttosto che essere dei mezzi di produzione come diceva Marx, ruota attorno ai titoli di proprietà del capitale, quindi c’è un rapporto di potere che si è modificato rispetto alla tradizione marxiana, è deterrittorializzato per dirla con Deleuze e Guattari – è a un livello di astrazione superiore, ma è comunque organizzato attorno a una proprietà: tra chi ha accesso al denaro e chi non ce l’ha.
È un rapporto di potere che invece di partire dall’eguaglianza dello scambio, parte dall’ineguaglianza della relazione creditore-debitore, che è immediatamente sociale: l’economia del debito non fa distinzione tra salariati e non-salariati, tra occupato e disoccupato, tra lavoro materiale e immateriale, siamo tutti indebitati. Nello stesso tempo è una dimensione immediatamente mondiale, che agisce e comanda trasversalmente alle divisioni tra paesi ricchi e poveri, affermati o emergenti. Il credito/debito è stata l’arma fondamentale della strategia capitalistica dopo gli anni ’70, che ha spiazzato completamente il terreno della lotta di classe sul livello sociale e mondiale, col quale attualmente abbiamo ancora difficoltà a confrontarci.
Vorrei riprendere un argomento che non ho utilizzato nel libro perché viene da quel grande reazionario che è Carl Schmitt e che comprende il problema della proprietà . Il ragionamento mi è stato molto utile per pensare il potere della moneta, anche se Schmitt non parla di quest’ultima. Ogni ordinamento politico-economico è costruito e organizzato a partire da tre principi che sono tre diversi significati della parola “nomos”. Questi stessi tre principi sono alla base dell’economia del credito/debito. In primo luogo “nomos” significa “prendere/conquistare” e dunque appropriazione. Ogni nuova società (e ogni nuova sequenza del dominio capitalista, ad esempio il post-fordismo) comincia con la conquista, la rapina, con una sorta d’appropriazione/espropriazione originaria. Fino al capitalismo questa fase consisteva nell’appropriazione/espropriazione delle terra come presupposto di ogni economia e diritto ulteriore. Nel capitalismo contemporaneo questa fase è stata organizzata dalla finanza e dal credito che hanno espropriato, attraverso la moneta, la società nel suo insieme (non solo il lavoro, ma l’insieme delle relazioni sociali, dei saperi, della ricchezza, etc.). La finanza dunque come macchina di cattura predatrice. Il secondo significato di “nomos” è “spartire/dividere”. La divisione/distribuzione “fa le parti” (ma in modo radicalmente differente da Rancière). Attribuendo “il mio e il tuo” definisce la proprietà e il diritto. Nel capitalismo contemporaneo la proprietà è distribuita dalla moneta e dal credito/debito, ed è, principalmente, possesso o privazione di titoli del capitale.
Il terzo  significato di “nomos” è produrre, produzione. Ora, mi sembra  chiaro che anche nella sequenza apertasi alla fine degli anni 70, c’è una appropriazione/espropriazione, una distribuzione/divisione (proprietà) che precede logicamente, anche se non realmente, la produzione. Il concetto di produzione per non essere economicista deve includere questi tre principi. Ne L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari, mi sembra, che la distribuzione delle funzioni, delle proprietà  e l’appropriazione sia organizzata dalla moneta come prerequisito della “produzione”.
La cosa interessante è che fino al capitalismo l’ordine degli eventi nel processo di costituzione di una società è quello descritto: appropriazione, divisione, produzione. L’economia classica e il liberalismo hanno voluto far credere che la “produzione”, caratterizzata dalla liberazione delle forze produttive, dai lacci e laccioli delle società dell’Ancien Régime, risolveva al suo interno il problema dell’appropriazione e della divisione. Ed è quello che i neo-liberali e i loro governi tecnici continuano ad affermare. Diventando il livello di vita sempre più alto (crescita), la “divisione diventa più facile e l’appropriazione non è solo immorale, ma anche irrazionale dal punto di vista economico e quindi insensata” (Schmitt). Schmitt cita Lenin e Marx, come autori che – in parte, dice – non hanno ceduto alle lusinghe della “produzione”. Il primo considera l’imperialismo e la colonizzazione come l’appropriazione/espropriazione necessari  per risolvere la “questione sociale”, mentre Marx considera l’accumulazione originaria e la sua feroce violenza come condizioni imprescindibili del Capitale. Per cambiare la produzione bisogna “espropriare gli espropriatori” e distribuire differentemente la “proprietà”. Ed è quello che questa crisi pone come problema e che i liberali e i socialdemocratici non vogliono vedere – o meglio vedono benissimo, ma non possono accettare! Una nuova crescita, un nuovo New Deal che non implicano una nuova appropriazione e una nuova proprietà (che esproprino gli espropriatori, siamo sempre li!)  non fanno altro che perpetuare le condizioni della crisi. La crescita è un rapporto politico prima che economico.  Crescita verde, crescita tout court, New New Deal, politiche dell’impiego, etc. non toccano assolutamente le poste in gioco politiche della crisi, cioè le caratteristiche dell’appropriazione e della divisione proprie del neo-liberalismo. Essendo queste le proposte liberali e “socialdemocratiche” di uscita dalla crisi, aspettiamoci un suo approfondimento che, in realtà, è già in corso. La crescita della Germania, per esempio, non modifica le cause della crisi, perché accresce le differenze e le ineguaglianze di classe, la precarietà dei lavoratori poveri ma anche dei salariati qualificati e concentra la ricchezza prodotta nelle mani di pochi. Ed è sempre l’economia del debito che “espropria”, “divide” e comanda la “produzione”. Fortunatamente, l’austerità che la Germania, attraverso il controllo dell’euro (forma contemporanea della moneta come capitale, della moneta come comando), vuole imporre agli europei non funziona. Sta già trasferendo l’“instabilità” dei mercati sul terreno politico, sconvolgendo il rapporto capitale/stato, capitale/sistema politico con esiti imprevedibili.

La definizione di economia del debito è anche un potenziale strumento di trasversalità delle lotte: l’indebitamento accomuna tutti (garantiti, non garantiti, lavoratori autonomi, disoccupati). Da un lato il comando capitalistico si è riorganizzato attorno alla finanza che cattura e decodifica i flussi produttivi, dall’altro si assiste a un progressivo incorporamento del capitale fisso nella forza-lavoro. Finanziarizzazione e cognitivizzazione sono l’ascissa e la coordinata del diagramma di potere contemporaneo nel quale si dispiegano le diverse figure del lavoro, le diverse forme di vita (il precario della conoscenza come l’allevatore francese, lo studente indebitato come il pastore sardo). Dentro questo paradigma postfordista il debito, l’interesse possono essere considerati la nuova forma della misura capitalistica?
Il credito/debito è diverse cose. È un dispositivo di cattura della ricchezza sociale, è un dispositivo di comando perché ridefinisce attraverso il credito l’allocazione degli investimenti e poi sì, è assolutamente una nuova forma di misura, di valutazione della misura. I meccanismi di valutazione che sono stati introdotti in tutti gli ambiti, anche nell’università, vengono dalla finanza. La finanza ha impostato questo processo dicendo che la fabbrica fordista era una situazione opaca in cui la misura era impossibile dal suo punto di vista, per cui, per poter investire per esempio in un’impresa, la finanza doveva avere tutti gli strumenti possibili di valutazione, una perfetta trasparenza che è stata data dalle norme contabili introdotte negli anni ’80 e ’90.
La misura è un altro dei principi che sempre Carl Schmitt introduce, affermando che il frutto dell’appropriazione, ciò che viene acquisito per mezzo di “conquista, scoperta, espropriazione” deve essere “misurato/pesato/diviso”. Quindi non è che non ci sia più misura, ma, come la finanza e il credito dimostrano, si tratta piuttosto di una misura “soggettiva”. Sicuramente è nuova misura ed è una misura arbitraria, che dipende solo dalle logiche di potere, e questa logica della valutazione/misura viene imposta a tutti gli aspetti della vita, introducendo la figura dell’esperto e della valutazione, nella scuola , nella polizia, nell’università, negli ospedali, finanche nel governo etc.. Bisognerebbe rovesciare questo assetto gerarchico, mettendo al centro la riappropriazione sociale e la condivisione dei saperi, rompere questa logica della misura, della valutazione, dell’esperto, mi sembra assolutamente fondamentale.

Tra le pagine più belle del libro ci sono quelle nelle quali ingaggi polemica contro «l’egualitarismo astorico» di Rancière e Badiou e la «riflessività UrModerna» di Beck (e Habermas). Il radicalismo non-marxista francese e il post-marxismo socialdemocratico tedesco, diversissimi tra loro, presentano però due analogie: espungono la lotta di classe dal dibattito della sinistra e propongono delle teorie della comunicazione che non tengono minimamente conto dei rapporti di potere. Insomma, quella che Guattari definiva la normalizzazione franco-tedesca sembra trovare anche articolazioni progressiste. Ma pure i movimenti a cavallo tra i due secoli sono forse stati affetti da un portato più che altro etico e da un certo idealismo comunicativo, è giunto il momento di tornare ad essere marxisti?
In Badiou e Rancière c’è il politico, ma non c’è il capitalismo. C’è il politico, ma precapitalista. Ci sono Platone e Aristotele, piuttosto che Marx. Non c’è la produzione , non c’è la fabbrica. La fabbrica intesa come prima attualizzazione di quel concatenamento uomini/macchine/segni che oggi ritroviamo non solo nella produzione, ma in ogni relazione sociale.  E che troviamo anche nello Stato/welfare, nelle sue amministrazioni. La cosa che mi ha sempre colpito è che in Badiou e Rancière non c’è nemmeno il concetto, nemmeno la parola “macchina”, come non c’è neanche la parola tecnica o scienza. La macchina (nel senso di macchina sociale e macchina tecnica) è sparita anche da altre teorie critiche, proprio ora che è dappertutto, proprio ora che accompagna ogni gesto, espressione, azione della nostra quotidianità. Penso che il concetto di linguaggio e di svolta linguistica tratti dalla filosofia analitica abbiano prodotto dei grossi guai, perché rinviano a un processo che mi sembra non materialista di soggettivazione. Nel capitalismo, la soggettivazione è sempre per e/o con la macchina tecnica e sociale. Il capitale è une relazione sociale, un rapporto di potere,  ma “assistito” da macchine sociali e macchine tecniche. È questa la specificità del capitalismo. Non è un semplice rapporto tra “uomini”, intersoggettivo come in Hannah Arendt (o Rancière), dove nell’azione non c’è un atomo di “materia”. Penso che bisognerebbe restare “fedeli” al “Frammento sulle macchine” con cui diverse generazioni si sono formate.  Per queste ragioni penso che la soggettivazione politica in Badiou e Rancière sia “idealista”. In Badiou la lotta di classe è pensata in astratto, la sua antologia sono le matematiche. Badiou e Rancière parlano dell’economia come se fosse l’altro della politica, invece il politico è completamente ridefinito dall’economia. Questo è il capitalismo e non altro:  “Il nostro destino è l’economia”, che è un rapporto di potere, un rapporto dove ci sono quelli che gestiscono il potere e quelli che lo subiscono e quelli che lo subiscono hanno la possibilità di ribellarsi, di rovesciare la situazione. La soggettivazione non avviene attorno alla democrazia, ma a partire da processi macchinici di sfruttamento e di dominazione che diventano democratici nelle lotta.
Beck bisogna prenderlo come uno dei modelli dell’impossibile “terza via”, della nuova socialdemocrazia. La società del rischio di Beck è completamente ridicola, mi pare, perché – per dirla in termini molto semplici – le differenze di classe attraversano anche il rischio, cosa inconcepibile per queste teorie dove la lotta di classe è espulsa come un vecchio arnese inutilizzabile. Gli unici che non rischiano sono i capitalisti. I rischi sono tutti per i vecchi e nuovi proletari. Se portassimo fino in fondo il discorso del rischio nell’economia del debito, gli investitori che hanno rischiato investendo sui debiti sovrani dovrebbero assumersene la responsabilità. Se gli Stati fanno fallimento perdono i loro soldi, punto e a capo. Invece è assolutamente il contrario: quelli che non sono responsabili pagheranno il rischio preso dal sistema economico. Il vero rischio è corso dalla popolazione. La stessa cosa vale per il rischio ecologico.
Beck pensa il politico attraverso una diffusione e una democratizzazione dei centri di decisione e di governo, la moltiplicazione delle mediazioni, delle “discussioni”. Quello che sta succedendo sotto i nostro occhi, è esattamente il contrario. Mi sembra ci sia in atto una centralizzazione della decisione e delle tecnologie di governance. Attraverso il governo tecnico, questa crisi impone una ricentralizzazione del comando, una ricentralizzazione dei dispositivi di governance statali e non statali, che mette da parte la “politica rappresentativa”, la democrazia dei cittadini, etc.. La cosa divertente è che è ben vero che il governo tecnico decide, ma la sua decisione efficace per ridurre i salari, i redditi, le spese sociali, è assolutamente inefficace per uscire dalla crisi. Stanno andando contro il muro, solo che tra loro e il muro ci siamo noi. La socialdemocrazia era stata costruita attorno a delle basi politiche precise che non paiono riproducibili oggi nei termini che propone Beck, non c’è più questa possibilità, la crisi attuale fa completamente saltare queste teorie della terza via elaborate negli anni ’80-’90.

Passando dalla teoria alla pratica, è del tutto evidente l’insufficienza dei sindacati (anche di quelli più combattivi) e l’incapacità della sinistra radicale (si pensi al ruolo dei Grünen nelle riforme del welfare tedesche) nel leggere il presente. I nuovi movimenti stanno iniziando a porre la questione del debito, ne sono un esempio la campagna contro il debito studentesco negli Stati Uniti e i timidi accenni in Italia contro Equitalia. Gli Indignados e Occupy occupando fisicamente le piazze (come fabbriche) alludono anche alla riappropriazione della metropoli (aspetto non da poco, considerando che la deregulation scarica sugli enti locali comparti sempre più consistenti del welfare). Il rompicapo dell’organizzazione, tuttavia, resta quanto mai aperto: se è certamente necessario capovolgere quel lavoro su di sé dell’uomo indebitato in termini ricompositivi costruendo ponti solidi tra soggetti differenti, non c’è il rischio di sottovalutare la condizione situata delle singolarità? 
Qui bisognerebbe partire dall’esaurimento della logica della rappresentazione (tanto politica che linguistica). Un lungo processo di crisi della rappresentazione sta volgendo al termine, tanto dal punto di vista del capitale che dal punto di vista dell’emancipazione. La crisi del debito è prima di tutto una crisi della governamentalità che ridefinisce tanti i governati  (uomo indebitato) che i governanti (governo tecnico). Getta luce anche sul concetto di governamentalità di Foucault, rompendo radicalmente con la sua genealogia. Noi assistiamo, dall’epoca della Thatcher a una privatizzazione della governamentalità che è l’altra faccia della privatizzazione della moneta. La tecnologia governamentale non è più una tecnologia delle Stato (anche se lo Stato ci gioca un ruolo centrale, ma come istituzione “privatizzata”) e l’economia non limita soltanto dall’interno la possibilità di governare, ma se l’assume in toto. Il governo tecnico è il compimento di questo processo di privatizzazione. Alla logica della rappresentanza si sostituisce la logica funzionale, operativa (diagrammatica direbbero Deleuze e Guattari) della moneta/credito, una logica cioè che non passa per la rappresentanza, né per le semiotiche significanti e rappresentative (linguaggio) e nemmeno per dei “soggetti” che decidono (à la Schmitt) . La logica della “produzione” e la logica della rappresentazione  (politica e linguistica) funzionano insieme nel capitalismo, ma a partire dalla supremazia della prima. E nella crisi la prima occupa tutto lo spazio politico.
Che cos’è un governo tecnico, un governo non rappresentativo? E’ un tentativo di trasposizione della logica del “just in time”, dall’impresa alla politica. Il governo deve assicurare che la popolazione risponda in tempo reale alle modificazioni delle variabili economiche. Lo spread sale, la borsa scende, i salari, i redditi, le spese sociali devono adattarsi in tempo reale ai segnali emessi dall’economia del debito. I neo-liberali avevano definito la soggettività dei governati tramite il concetto di “capitale umano” definizione fatta propria da Foucault. Che cos’è il “capitale umano”? È “capitale umano” colui che risponde sistematicamente alle modificazioni che saranno artificialmente introdotte nell’“ambiente”. Il capitale umano non è più l’“atomo di libertà” dell’economia classica, ma una variabile sistemica e subordinata i cui comportamenti devono adattarsi, essere compatibili, rispondere in “just in time” ai segni emessi dall’economia. Quello che il neo-liberalismo non è riuscito ad ottenere dal capitale umano (la capacità di rispondere in tempo reale alle esigenze dei “creditori”) vorrebbe estorcerlo all’uomo indebitato e in una prima fase sembra esserci riuscito, ma già si vedono i limiti e le impossibilità di questa “politica tecnica”. Al delirio dell’“autoregolazione” dei mercati, si aggiunge il delirio dell’autoregolazione della governamentalità. Una specie di governo automatico, cibernetico, direbbero Deleuze e Guattari. Non funzionerà. In mezzo a tutte questo agitarsi distruttivo e anti-produttivo del capitale, emerge una bella novità : la società contemporanea, in realtà, non è governabile dalla logica capitalistica, se non in termini autoritari (e di una nuova reazione), ed è in questa direzione che si muovono le tecniche di governo. La società eccede la misura dell’economia neo-liberale. Quella che si mostra come una forza del capitale, nasconde una grande debolezza.
Viviamo in uno stato di eccezione permanente che ormai, diventato regola, è anche inutile continuare a chiamare eccezione! Se il sovrano è colui che decide in queste condizioni, il sovrano è oggi il Capitale. Ciò implica evidentemente un cambiamento radicale del concetto di sovranità, in realtà la sua fine, (qui c’è il limite di Schmitt e di tutte le teorie che vi si rifanno, Agamben, etc.), perché il Capitale non è una “persona” (condizione schimittiana della decisione) e nemmeno un gruppo di persone, ma una “macchina” (o meglio un insieme di macchine) con le sue soggettivazioni o personificazioni, e, seconda osservazione, non ha un territorio a sé, né la possibilità di esprimere dei “valori caldi” capaci di costituire una comunità, una società, come direbbero gli ordo-liberali tedeschi. Il mercato, l’impresa e la concorrenza sono retti da principi dissolventi, piuttosto che unificanti. Distruggono sistematicamente ciò che tiene insieme una società. Il Capitale è sempre stato costretto ad utilizzare dei territori presi in prestito per colmare le sue lacune d’integrazione politica, di cui il più importante, lo Stato-Nazione, si è poi impegnato, a partire dagli anni ’70, a minare sistematicamente. Tutte le mediazioni rappresentative e istituzionali sono o saltate o fortemente indebolite. In Italia questo processo salta agli occhi : la “Padania” è la farsa del territorio e dei “valori caldi”, comunitari, che mancano al Capitale “terziario” rappresentato da Berlusconi e i neo-fascisti, l’altra faccia della farsa, che ha invece garantito un surrogato di valori statali e nazionali. Ancora una volta l’esibizione della forza del Capitale, è piuttosto segno della sua debolezza. A condizione che emerga una soggettività che lo combatta al suo stesso livello, rivelando, con la lotta, le sue debolezze.
La logica della rappresentanza è in crisi anche dal punto di vista dei movimenti. La democrazia politica e la democrazia sociale (sindacati, istituzioni sociali, etc.) fondate sulla rappresentanza sono state rifiutate da tutti i movimenti che si sono manifestati negli ultimi trent’anni. Qualcosa di nuovo sta emergendo, tra mille difficoltà e ambiguità. I movimenti stanno facendo delle sperimentazioni molto interessanti che, però, mi sembrano ancora non all’altezza dell’attacco portato dal capitale, anche se quella degli Indignados, di Occupy Wall Street e soprattutto quella di Oakland sono molto avanzate, perché, da un lato, si pongono su un livello immediatamente sociale, rompendo con le tradizioni corporative e settoriali dei sindacati e dall’altro rifuggono la “rappresentazione”.  In ogni modo l’accelerazione e l’approfondimento della crisi , costituiranno i migliori maestri per trovare nuove modalità d’organizzazione e nuove tematiche  di mobilitazione. Non penso che ci si possa soggettivare in quanto debitori, non so se sia possibile, è una categoria dell’assegnazione capitalistica, tu sei costretto a essere debitore. Tuttavia, il debito dà immediatamente un terreno sociale, una dimensione socializzata trasversale che prima non avevamo. Come direbbe Marx, il capitalismo si mostra in tutta la sua nudità, ma questo non vuol dire fare un discorso trionfalista o da filosofia della storia, anzi. Però le condizioni sono cambiate rispetto a quelle degli anni ’80 e ’90, c’è un terreno comune che va ri-singolarizzato rispetto all’eterogeneità delle diverse lotte sociali, delle diverse forme di vita, ripartendo dalle pratiche che sono quelle della riappropriazione della metropoli, delle lotte sul reddito, etc..
Le dinamiche espansive del capitalismo si sono chiuse. Negli anni ’80 potevano ancora prometterci l’arricchimento per tutti. Questa promessa di ricchezza futura il capitalismo non può più mantenerla oggi. Quello che ci promettono ora sono “lacrime e sangue” per i prossimi 10-15 anni e la feroce difesa dei loro “privilegi”. Qui , molti dei vecchi obiettivi della lotta di classe, ridiventano attuali.


PicQuadro/Coppo di Montevarco: L'inferno

Anonymous: "Wikileaks è troppo lento" Operazione Par:Anoia, pronti 40 gb di dati @ Repubblica wb, 25 luglio 2012


Anonymous: "Wikileaks è troppo lento"
Operazione Par:Anoia, pronti 40 gb di dati


Gli hacker accusano Assange di eccessivo ritardo nel rilascio di informazioni e potenziano il loro portale: documenti riservati di Fbi, Agenzia Atomica e Scientology. E migliaia di megabyte di dati e comunicazioni in arrivo



TROPPO LENTI nel pubblicare informazioni. Questo il pensiero del collettivo hacktivista Anonymous nei confronti di Wikileaks, l'iniziativa di Julian Assange che rilascia documenti riservati, negli ultimi tempi attraverso canali di informazione tradizionali, oltre che sul web. 

Il Wikileaks di Anon. Anonymous ha così deciso di dare il via all'operazione Par:Anoia, il sito già contiene archivi di email riservate prese dal grande database degli hacktivisti, ed è pronto a rilasciare altri 40 gigabyte di dati e informazioni segrete o protette, relative agli establishment globali. Tra le risorse già reperibili sul portale ci sono migliaia di email e documenti, da fogli riservati dell'Agenzia Atomica sul disastro di Fukushima a comunicazioni interne di membri di Scientology e dell'FBI. Nell'ambito hacker, l'operazione è vista con entusiasmo ma anche con qualche riserva: non è chiaro, come sempre nel caso di Anonymous, chi ci sia dietro. E in che modo possano essere utilizzati gli IP dei navigatori che arrivano su Par:Anoia alla ricerca di informazioni.
Hacker veloci. Par:Anoia è l'acronimo per Potentially Alarming Research: Anonymous Intelligence Agency ("Informazioni potenzialmente allarmanti", recuperate dall'agenzia di Anonymous), e si realizza in un portale nato per divulgare i Wikileaks di Assange ma anche informazioni e contenuti recuperati attraverso altri canali. Secondo gli hacker, molto semplicemente, Wikileaks è troppo lento. E gli accordi con i media, attraverso cui Assange si finanzia e si protegge, rappresentano un collo di bottiglia per il rilascio di notizie riservate che secondo Anonymous dovrebbero essere rese pubbliche con più solerzia. E quindi ecco Par:Anoia incalzare Wikileaks, comunicando di avere una mole di informazioni secretate pronte al rilascio, via web e "peer to peer" per i file di grandi dimensioni. 


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