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6.9.16

Moneta, Rivoluzione e Filosofia dell'avvenire



Moneta, Rivoluzione e Filosofia dell'avvenire is a book of political philosophy designed for Obsolete Capitalism Free Press. The authors investigate some grey areas of accelerationist politics through the lens of the most visionary philosophers: Deleuze, Foucault, Guattari and Klossowski.



Obsolete Capitalism writes:

'We live projected into an era of instant communication and total monitoring. New forms of control appear unstoppable. The museum of ideologies is filled with dying concepts such as Capitalism, Neoliberalism, Marxism, Keynesianism. Today the system modulates the various forces that innervate our world: Money, Research, Control, Information, Circuit are old names which through acceleration produce a new power.'

'The higher the immanence of the Market, the greater the likelihood that interruptions, viruses, leaks, bifurcations, invisibility will replace conflicts.'

'This anthology begins with the analysis of a fragment written by Friedrich Nietzsche and nestled in a crucial passage of Deleuze and Guattari’s Anti-Oedipus. This fragment of thought is the point of departure of a journey throughout which, perhaps, a different kind of accelerationism can be advanced. One expressed through a new politics of bodies, waves and forces whose relationship with technology is mediated by experimentation, creation and critique, trial and error, do-it-yourself and do-it-together.'





As part of the same project, Obsolete Capitalism also collaborated with the Network Ensemble. A sonic contribution to the book, or more specifically 'sonic writing', was composed using a 1975 speech from Félix Guattari. This resulted in the production of two tracks: 'La Machine Informatique Dub' by Obsolete Capitalism Sound System and on the B-SIDE the 'Urban Sonata Remix' recorded using only sounds produced by the Network Ensemble.

Both tracks are available on Souncloud or as a vinyl record. Get in touch to order a free copy!




22.12.15

Alan Pauls: L'ultimo Deleuze @ Commonware, 21 Dic. 2015


L’ultimo Deleuze


di ALAN PAULS @ Commonware website
Foucault pronosticò che il secolo – un secolo, fu attento a non specificare quale – sarebbe stato deleuziano. Forse aveva ragione, ma il mercato parigino delle commemorazioni non glielo avrebbe reso facile. Se c’era un anno capace di mostrare come sarebbe il mondo se il presagio foucaultiano si realizzasse, era il 2015: il 18 gennaio sono stati 90 anni dalla nascita del filosofo e il 4 novembre 20 dalla sua morte. Purtroppo, se è stato ricordato, entrambi gli anniversari sono passati piuttosto inosservati, sepolti dalla valanga di memorabilia precipitati per un evento rivale: il centenario della nascita di Roland Barthes. Niente di più imbattibile, nel momento del ricordo, che un numero così rotondo. Ed è vero che l’opera di Barthes, egotista e sensuale, e l’aura di soave affabilità che avvolgeva il suo autore, anche con la sua patina di lunatica malinconia, erano più inclini a suscitare l’entusiasmo esumatorio, che una fine tragica e decisa come quella di Deleuze, il quale, estenuato dal calvario di una prolungata insufficienza polmonare, si uccise gettandosi nel vuoto da una finestra del suo appartamento di Avenue Niel. Aveva quasi settantuno anni.
Barthes si è visto ovunque. Oltre all’Album, una massiccia raccolta di lettere inedite e materiale fotografico, sono esplose biografie, libri di saggi, omaggi di discepoli in trance, le lettere aperte di vecchi compagni di viaggio, testimonianze di amici, conoscenti e fedeli, numeri speciali di riviste, serate tributo e simposi internazionali. C’è stato addirittura spazio per una cronaca romanzata ostinatasi nella tesi ardita che l’incidente che gli costò la vita nel 1980, dopo essere andato a mangiare con il presidente Mitterrand, fu dovuto meno all’imperizia del conducente del camion che lo colpì che a un oscuro complotto orchestrato dalla crème de la crème intellettual-criminale parigina. Mentre Barthes, morto, è molto più in compagnia di quando era vivo, Deleuze non fa che approfondire la sua solitudine. Timido quasi fino al silenzio, l’anniversario del suo suicidio non ha aggiunto molto alle briciole già rese pubbliche in vent’anni di posterità. Uno speciale di Mediapart, rivista online di solito perspicace, ha dilapidato l’eredità di Deleuze tra una mezza dozzina di stupidotti che, con dosi variabili di acne e insolenza, hanno ripetuto elegie del tipo “Non l’ho mai capito, ma l’ho sempre sentito con me”.
Di materiale inedito c’era poco o nulla. Era prevedibile: Deleuze faceva della mancanza del residuo una militanza. Non gli avanzò mai nulla. Tutto quello che sapeva lo sapeva per insegnarlo e per scriverlo, e tutto ciò che ha scritto lo scriveva per la pubblicazione. Filosofava contro l’archivio: nessuna riserva, zero risparmio, nessun capitale da conservare per il futuro. A differenza di Barthes, il cui centenario ha riattivato le promesse sopite di una socialità equivoca, a volte amorosa, intellettuale e mondana, Deleuze non ha meritato ricordi personali che d’altronde avrebbe respinto. Anche in questo – lui, che ha trascorso gli ultimi anni affinando il concetto di vita impersonale – era nemico del conservare. Nemmeno la sua vita privata gli era propria; quel poco che si sa – è la tesi implicita di Gilles Deleuze, Félix Guattari. Biographie croisée di François Dosse – è inestricabilmente intrecciato con la vita e la pratica filosofica. Vivere, pensare, forse creare... ma mai accondiscendere alla volgarità di una biografia. Per contro, aprirsi senza scrupoli a tutte le ripercussioni, a tutti i debordamenti possibili: Deleuze e la scienza, Deleuze e l’estetica, Deleuze e l’arte contemporanea, Deleuze e la letteratura, Deleuze e la politica, Deleuze e la pop-filosofia... anche a rischio di generare effetti epigonali, mimetici o semplicemente pubblicitari. Può darsi che “divenire”, “rizoma” o “molteplicità” oggi brillino più come marchi di case di produzione cinematografiche e di negozi di design che come i concetti radioattivi che furono, ma in questa condizione virale, in grado di infettare anche i campi più refrattari alla filosofia, sta il segreto della vitalità di un’immagine di pensiero che, del resto, non sarebbe quella che è se non ospitasse anche quell’alter ego che Deleuze non ha mai smesso di essere: un filosofo “puro”, destinato a leggere e rileggere molto da vicino altri filosofi (Bergson, Spinoza, Hume, Leibniz) per poi eventualmente, come egli stesso disse, “arrivare alle spalle... e fargli fare un figlio”: qualcuno disposto a morire per l’idea che pervertire un pensiero è continuare a comprenderlo con altri mezzi.
Vent’anni senza Deleuze hanno partorito una legione di tediosi fotocopisti, ma anche i riconoscimenti di pari illustri, e non necessariamente sincroni (Alain Badiou), glosse di discepoli geniali e anche tragici (François Zourabichvili, altro suicida) e soprattutto la fedeltà scrupolosa di David Lapoujade, un giovane esperto di pragmatismo anglosassone (ha scritto un libro formidabile sui fratelli James, William il filosofo e Henry il narratore), che, mentre incubava quella che è risultata una delle monografie più personali sul maestro (Deleuze, les mouvements aberrants del 2014), si caricava sulle spalle la compilazione di tre volumi postumi di Deleuze: L’isola deserta e altri scritti (2002), Due regimi di folli (2003) e il recente Lettres et autres textes, pubblicato appena un mese fa da de Minuit, editore di Deleuze da L’anti-Edipo (1972) in poi. Le Lettres saranno l’ultimo volume della serie; nulla più, si presume, apparirà sotto la firma Gilles Deleuze, nulla se non con l’autorizzazione del comitato che gestisce la sua eredità, composto da Fanny e Emilie Deleuze, la vedova e la figlia del filosofo, e Irène Lindon, figlia di Jerome Lindon, mitico fondatore di de Minuit. Questo volume è forse il più eccentrico e deforme dei tre, tanto rivela aree della sua opera e della sua vita che Deleuze ha scelto di tenere sempre in ombra: un Deleuze vignettista (autore di caricature strane, di un grottesco incongruente, come un Lino Palacio rivisitato da Artaud nel periodo di Rodez); un Deleuze preistorico, filosofo cucciolo che a metà degli anni ’40, mentre recensisce classici dell'esistenzialismo cristiano, riflette sui “sentimenti fuorilegge” (l’onanismo, la pederastia, il lesbismo) e sferza con misoginia baudelairiana: “La donna è coscienza inutile. Una coscienza gratuita, autoctona, indisponibile. Non serve a nulla. Un oggetto di lusso” (questi testi “di gioventù” sono gli unici che Deleuze rinnegò: se ora vengono pubblicati è per neutralizzare con una versione “ufficiale” le riproduzioni che proliferano sul web, spesso piene di errori); e un Deleuze corrispondente, tanto metodico (rispondeva a tutte le lettere che riceveva) quanto trascurato (era solito buttare via le sue risposte), che dialogava per iscritto con i colleghi (Clément Rosset, Michel Foucault, Pierre Klossowski, François Châtelet) e seguiva generosamente dottorandi e ammiratori (André Bernold, Arnaud Villani), ma raramente datava i suoi invii e non archiviava mai quello che riceveva, fedele alla sventatezza tattica con cui la sua generazione è riuscita a cancellare tutte le tracce biografiche (Lapoujade dice che Jean-Pierre Bamberger, amico intimo di Deleuze, non aveva idea dell’anno in cui Deleuze discusse la sua tesi, ma si ricordava perfettamente la giacca che indossava quel giorno).
Le lettere occupano meno di un centinaio di pagine, ma dato il tabù che pesa sul lascito personale di Deleuze, sono rivelatrici come un’impronta digitale insanguinata. È epistolare l’estasi di gratitudine che Deleuze confessa a Foucault dopo aver letto il suo Theatrum Philosophicum (il saggio del 1970 dove Foucault pronuncia il suo famoso presagio sul “secolo”), come anche il riconoscimento dell’enorme debito teorico che le tesi più forti dell’Anti-Edipo hanno con certi saggi di Pierre Klossowski. In realtà, come dimostrano le quattordici lettere a Guattari scelte da Lapoujade, gran parte del lavoro a quattro mani che alimentò L’Anti-Edipo fu fatto per lettera, senza darsi del tu, in un ping-pong speculativo di travolgente intensità, matrice del tandem filosofico più radicale che offrirà il post ’68, dove Deleuze si dà il lusso di confessare l’inconfessabile: che non capisce, che questa o quella linea di ragionamento gli sfugge, che ha bisogno di tempo, di più tempo, per arrivare dove lo aspettano le ipotesi radicali di Guattari. La stessa modestia, in una versione forse più perturbante, appare quando Deleuze, nella corrispondenza con i suoi discepoli, accetta malvolentieri che decidano di dedicarsi alla sua opera, e solo dopo avergli estorto la promessa che non legheranno la loro carriera accademica a lui, al suo nome e al suo pensiero (che, data la condizione controversa del lavoro di Deleuze, li avrebbe potuti danneggiare), perché “sono già troppo filosofi per occuparsi di me”.
Troppo personale, troppo giovane, è questo Deleuze, che sbanda, mostra gratitudine, si perde e trema, tanto che ci costa riconoscerlo e ci commuove, forse perché non si vede quale soluzione di continuità potrebbe imparentarlo con il samurai implacabile, affermativo, virulento e allegro che siamo abituati a immaginare leggendolo o quando pensiamo nel suo nome. Lapoujade, tuttavia, non lo dimentica. Anche se non senza ironia, gli fa un po’ di spazio includendo nel libro, quasi al centro, l’intervista maratona (quaranta pagine!) che Raymond Bellour fa a Deleuze e Guattari nel 1972, in occasione dell’uscita dell’Anti-Edipo, l’unico vero inedito del volume e una delle poche interviste a Deleuze pubblicata a partire dalla trascrizione di un nastro audio (Deleuze controllava la redazione di tutte le sue interviste).
È il momento più divertente del libro, grande passo di commedia rive gauche. Bellour, giovane e intimidito, è una vera promessa della french theory. Deleuze e Guattari sono sulla cresta dell’onda, carichi di arroganza e disprezzo, convinti di aver collegato in una invenzione miracolosa – la schizoanalisi –, finalmente, due forze che al marxismo e alla psicoanalisi non è stato sufficiente l’intero ventesimo secolo per fondare e alterare: la produzione e l’inconscio. “Siamo i primi ad annunciare – dichiara Deleuze – qualcosa che sta già avvenendo, e che non ha dovuto aspettare noi per succedere: che le cose non passeranno più per la lettura di Freud e la psicoanalisi, passeranno attraverso la sperimentazione”.
L’intervista è brusca, incredibilmente combattuta: un festival di colpi di petto dove risuonano quasi senza filtro le raffiche dell’epoca. Bellour, timido, chiede se è possibile teorizzare il desiderio senza la nozione di mancanza. Guattari (probabilmente influenzato dal rancore che gli ispirava Les Temps Modernes, la rivista dove l’intervista [non] si pubblicherà) reagisce: “La peggiore delle astrazioni! Mancanza di che cosa? Di vitamine, di ossigeno? (...) La tua domanda è marcia”. Bellour balbetta: il nomadismo, ok, va bene, nello spazio ideale dei romanzi di Beckett, in Michaux, Joyce, d’accordo, ma... E Guattari, saltandogli addosso “Stai per dire una stronzata! Finisci la frase, dirai una stronzata, dai. Che, che, che... tutto questo è letteratura?”. Ronzano i proiettili nel tardo pomeriggio. Guattari è chiaro: è pronto a tutto. Ma chi è Deleuze in questa battaglia campale? È quello che si prende la colpa. “Tutto il lato universitario del libro è colpa mia”, dice. E ammette che non può rispondere (perché il problema che gli viene posto è troppo complesso). È quello che si riconosce interpellato dalla differenza, sia per negarla (“No, non c’è differenza tra Felix e me”), sia per addolcirla (“Felix dice: Siate edipici fino in fondo; Io, invece, direi: Scoprite qualcosa di più puro sotto le sporcizie edipiche”). In altre parole, Deleuze – anche al culmine della sua belligeranza – è fragile, delicato, non pensa di deporre le armi ma favorisce sempre l’interlocuzione (anche quando l’interlocutore si confonde con un bersaglio), perché solo nell’interlocuzione il pensiero irrompe come pericolo. Se Guattari è l’agitatore, Deleuze è qualcosa di anacronistico come un professore, nel senso più francese (Foucault, Derrida, Badiou, lo stesso Barthes, tanto snobbato dall’istituzione universitaria, dove hanno pensato tutto ciò che hanno scritto, se non nell’ambito istituzionale dell’insegnamento?), più ospitale e più esplosivo della parola.

* Pubblicato su Radar supplemento di Página/12, traduzione di Vincenzo Boccanfuso e Andrea Fagioli.

4.11.15

"Cambio,dunque sono". Il testamento di Deleuze di Antonio Gnoli @ Repubblica, 3 novembre 2015

"Cambio,dunque sono". Il testamento di Deleuze

di Antonio Gnoli @ Repubblica, 3 novembre 2015



Deleuze è morto vent'anni fa. Riverso su un marciapiede che lo accolse dopo un volo di trenta metri. Nessun biglietto per i posteri che ne giustificasse il senso. La fece finita con se stesso. Dopotutto, se l'Esserci era gettato nel mondo, secondo la celebre dicitura heideggeriana, Deleuze gettò se stesso dalla finestra. Non so quanto se ne possa ricavare dal confronto tra i due pensatori. Coglie perfettamente Giorgio Agamben, nel testo "L'esausto": Heidegger fu una sua bestia nera. ("L'esausto" esce ora per Nottetempo con una bella introduzione di Ginevra Bompiani e un testo appunto di Agamben).
Capitava che Deleuze scrivesse commenti a testi letterari: Kafka, Melville, Proust, Carroll. Ne L'esausto riversa l'attenzione su Beckett. Colpisce questa frase enigmatica: «I personaggi di Beckett giocano con il possibile senza attuarlo, hanno troppo da fare con un possibile sempre più ristretto nel suo genere, per preoccuparsi di quello che potrà accadere». Verrebbe da commentare che i personaggi di Beckett sono talmente impegnati sul nulla da restarne stremati. Si muovono entro geometrie rigorose e astruse (quelle di Riemann) con una feroce e bizzarra dissoluzione del loro repertorio umano.
Deleuze distingue tra esser stanco e esausto. La stanchezza può ancora trovare nuove energie. Essa non rinuncia ai bisogni, alle preferenze, agli scopi, ai significati, come invece fa l'esausto. Quest'ultimo mette fine al possibile. Si potrebbe in qualche modo riassumere così: la stanchezza è una categoria del tempo sociale che si rigenera. L'esausto è una categoria del tempo filosofico che muore.
Ma a quale filosofia si richiama Deleuze? Non c'è nulla, o quasi, nel suo pensiero che riconduca all'esperienza ordinaria (di qui la concettualità spesso paradossale ed enigmatica). Il compito dello storico della filosofia — ammesso che sia ancora una figura spendibile — non è di inanellare, come una narrazione ininterrotta, un'epoca dietro l'altra. «Lo storico — osserva opportunamente Rocco Ronchi (in Gilles Deleuze , Feltrinelli) — non racconta la filosofia, ma ne riattiva ogni volta la dimensione problematica e agonistica».
Si è sostenuto che il pensiero di Deleuze sia stato la più adeguata e interessante forma filosofica riconducibile al Sessantotto. Un testo come L'anti- Edipo — pubblicato nel 1972, in collaborazione con Felix Guattari — è stato, pur dentro i sofisticati intrecci psicoanalitici, il tentativo di cogliere la grandiosa empiria di quella stagione. L'impossibile che si rendeva possibile. Contro l'idea che l'assoluto si potesse porre solo all'esterno del reale, Deleuze immaginò un'assolutizzazione dell'esperienza. Ai suoi occhi, la metafisica non aveva mai creduto nella realtà. La divorò senza mai digerirla.
Deleuze, da empirista estremo, vide dunque nel reale (nel suo caos e disordine, nella sua vocazione anti-istituzionale) una via di uscita alle difficoltà della vecchia filosofia
Ma il reale non è una somma di fatti interpretabili che di volta in volta si isolano, o si mettono in relazione. Come ad esempio crede il pensiero scientifico. Il reale è un insieme di processi, di atti che compongono il tessuto stesso dell'esperienza. Noi, dice Deleuze, siamo dentro questa esperienza, ne prendiamo parte non già come soggetto che la costruisce, la orienta, la guida e infine ne ricava una sintesi conoscitiva. Esperienza è semplicemente divenire delle cose e di coloro che vi sono immersi. È un flusso (pensò lo stato liquido molto prima di Bauman) Il divenire ci precede e resiste a ogni tentativo di ingabbiamento o di codifica. È l'idea che Deleuze ebbe dell'immanenza.
Si potrà obiettare che in questa maniera Deleuze rinunciò alla condizione con cui l'Occidente ha guardato alla conoscenza. Ossia alla costruzione di un sapere che si serve dell'esperienza, ma in qualche modo la trascende. Ma se non potrò conoscere per quella via praticata da larga parte della filosofia, come posso dispormi di fronte al grande tema della verità? Chi sarò mai io rispetto al mondo? Deleuze avrebbe potuto replicare che non c'è una grande verità (non sarebbe il primo a dichiararlo). Ciò che questo filosofo complicato, difficile, sovente astruso ci dice è che la conoscenza non è il risultato di un superamento tra due opposte realtà. Non si nega la realtà per poi riassumerla in un contesto più nobile. La filosofia non procede per opposizione ma per variazione.
Mi pare anche qui utile il richiamo che Ronchi fa a Glenn Gould e alle Variazioni Goldberg .
Secondo il grande interprete di Bach le variazioni seguono un movimento radiale e non lineare, percorrono una circonferenza e non una retta. Non c'è una successione secondo un prima e un dopo, del tipo: accade un fatto e lo racconto. Il filosofo non è lo storico che parla dell'accaduto. Il filosofo è colui che è nell'accadere. Lo storico segue la linearità dell'accaduto ( causa ed effetto); il filosofo, per Deleuze, si colloca nell'evento. Non ha un inizio né una fine. Sta nel mezzo di qualcosa che è già stato detto e che si può solo ripetere.
Cos'è che si può ripetere? Conosciamo l'espressione: è stato detto tutto. Ma come si fa a essere originali su qualcosa che è già stato detto? L'interprete della vita, secondo Deleuze, non deve pensare secondo scansioni temporali (per fasi successive) ma come se si muovesse su dei piani. Il concetto di "piano" riveste un'importanza cruciale. Il piano non è una linea, non è una successione di fatti, ma una contemporaneità, un campo di forze, un'immanenza che coinvolge le più diverse esperienze vitali: dalla filosofia alla letteratura, dal cinema al teatro.
Deleuze ha letto il pensiero filosofico ad altezze spesso vertiginose. Ne ha imitato, più che interpretato, la voce. Platone, Spinoza, Leibnitz, Nietzsche, Bergson e Marx (al quale da ultimo stava lavorando) sono stati alcuni snodi del suo cammino.
Come pure appaiono fondamentali i confronti con Hyppolite, Blanchot, Foucault, Klossowski, Lacan. E sul piano teatrale quello con Artaud e poi Carmelo Bene. Se c'è un filo che tiene insieme questo orizzonte di pensiero è la rivendicazione di un punto di vista "minore". Si potrebbe dire che una tale scelta operi in funzione della marginalizzazione di un pensiero che non offre mai un'ultima parola, bensì sempre la penultima. Per Deleuze tutte le lingue e i pensieri "maggiori" — i grandi sistemi filosofici per esempio — hanno cercato un approdo definitivo. Una parola ultima. Ma in realtà non c'è lingua o pensiero che non sia straniero (non a caso privilegiò il significante sul significato). È come se ogni volta il filosofo — che non è più la coscienza del mondo — debba nuovamente imparare a parlare una lingua che non conosce più. Balbetta. Borbotta. Bofonchia. Come i personaggi di Beckett. Creature "minori". Sorprese a vivere sui bordi della Storia, quando la Storia è già tramontata.

31.10.15

6.3.15

Tim Scott: Organization Philosophy: Gehlen, Foucault, Deleuze @ Palgrave Macmillan, marzo 2010


There should be an affirmative philosophy of organisation that rejects the negative tendency characterising organisation studies, and its failure to grasp the fundamental function of organisation as the oblique means to express and satisfy desires. Organisation and organisation studies should be joyful practices. This book offers a deep and detailed analysis of the problem and its solution. It opens with a definition of the human being as an impossible animal, ill-equipped to survive in any ecological niche, and traces the development of culture, it describes how communities have been built upon metaphors of the body, drawing upon extended examples from the history of pathological anatomy, medical institutions and medical technology.

The central problem is to understand how our thinking, feeling and acting bodies relate to the processes and phenomena of social organisation. The argument then applies Gilles Deleuze's influential early works in the history of philosophy to the problem of organisation. Developing Michael Hardt's groundbreaking work, an extraordinary and rigorous intellectual adventure unfolds into a world of bodies and organisations. Here there are no abstractions and nothing held in reserve. Abstract conceptions of power, dialectics and consciousness are rejected: What matters is the body/organisation and what it can do.

For readers interested in the problems of human bodies and social organisations, including organisational scholars, sociologists, philosophers, anthropologists and human geographers.


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