Showing posts with label Canguilhem. Show all posts
Showing posts with label Canguilhem. Show all posts
25.12.13
Daniele Poccia: Chi è il mostro? 'District 9' di Neil Blomkamp @ Newstown, 23.12.2013
Daniele Poccia: Chi è il mostro? 'District 9' di Neil Blomkamp @ Newstown
In “District 9” di Neil Blomkamp, film di fantascienza dalla singolare potenza evocativa, lo spettatore assiste a una metamorfosi che non ha nulla di kafkiano – a meno di non vedere anche nel celebre racconto dello scrittore ceco una metafora squisitamente etico-politica. In entrambi i casi, il protagonista, in effetti, si ritrova repentinamente e involontariamente a incarnare in senso letterale un’alterità tanto più difficile da tollerare quanto lontana dal nostro stesso essere umani. In entrambi i casi, alla più ordinaria e anodina normalità subentra improvvisamente un inquietante divenire-mostro, a cui fa seguito una coatta quanto straniante conversione dello sguardo, un cambiamento di prospettiva, quale soltanto le più sfrenate speculazioni filosofiche e sperimentazioni letterarie sanno talvolta dare luogo davvero. Ma che cos’è, in senso proprio, un mostro? E in che misura, la mostruosità può produrre una visione inedita della realtà? Perché è questo che succede nel film in questione (così come, anche, per certi versi, nel testo di Kafka). Costretto da circostanze sostanzialmente enigmatiche (l’inalazione di uno strano fluido), un burocrate incaricato di dirigere lo sgombero di una derelitta comunità aliena insediata nella periferia di Johannesburg (dove l’ombra dell’apartheid è ancora presente…), si trova a passare da perfetta rappresentazione della “banalità del male” dello Stato contemporaneo a combattente, o addirittura “terrorista”, pronto a tutto pur di danneggiare il suo nemico. Si trova, in breve, a diventare da corresponsabile di un’operazione di tenore chiaramente autoritario e razzista a soggetto capace di risvegliare un “popolo” altrimenti deciso a rimanere inerme di fronte a ogni genere di angheria. Quasi che soltanto vivendo l’allucinante esperienza di chi abbandona, anche per poco, la propria identità, si possa veramente vedere lucidamente il mondo e, di conseguenza, agire affinché esso muti in meglio. Una volta il filosofo Gilles Deleuze ha scritto che non si pensa se non sotto l’effetto di urto o di un trauma, che il pensiero autentico sorge sempre in risposta a qualcosa di ingestibile e lesivo. Che, insomma, soltanto l’incontro e l’impatto con qualcosa di problematico risvegliano quella che egli stesso amava chiamare la “veggenza”, ovvero la capacità di cogliere ciò che innanzitutto resta celato, ciò in cui le stesse differenze di ogni tipo trovano la loro origine. Quale trauma maggiore allora che diventare il proprio altro e nemico? Quale ferita narcisistica altrettanto grave si può immaginare? Colui che, per cause che non dipendono da lui, si ritrova in questa circostanza, accede perciò alla consapevolezza – ben espressa dal medico e filosofo Georges Canguilhem – che il normale è soltanto il grado zero del mostruoso, ciò verso cui quest’ultimo tende asintoticamente senza poterci mai arrivare. Che, cioè, la “normalità” è un concetto funzionale e operativo e non, come si crede solitamente, descrittivo, un concetto forgiato al fine di operare concretamente distinzioni, di dirimere ciò che nel mondo appare caotico. Allo scopo, in una parola, di disciplinare il reale, anche umano. Ecco allora che, nello scambio delle parti, sono gli esseri umani – i “normali” – ad apparire come i veri mostri. Sono loro a essere osceni e inguardabili – come accadeva già in un vecchio film di John Carpenter, “Essi vivono”, dove, un proletario americano, venendo in possesso di magici occhiali, riusciva finalmente a vedere la realtà per quello che è veramente: capitalisti-zombie e manifesti pubblicitari che incitano apertamente all’obbedienza. O meglio, è la pretesa di poter stabilire dove inizia la mostruosità e finisce il normale a rivelarsi illusoria e politicamente compromessa in senso fascista. A monte di questa stessa partizione non vi è infatti un criterio oggettivo in grado di stabilire una volta per tutte chi è nel giusto e chi, invece, no – per un motivo o per un altro. Alle sue spalle, non esiste un termine di paragone – un paradigma – a partire dal quale sceverare il grano dal loglio, come si suol dire. Dietro di lei, vi è piuttosto quella capacità, propria di un organismo davvero sano, di inventare da sé le sue norme – capacità che sempre Canguilhem definiva “normatività”, intendendo con ciò una dinamica che non implica l’adeguazione a regole già date, ma la loro costante e autonoma revisione. Vi è, insomma, la capacità non tanto di adattarsi a ciò che ci circonda, ma di plasmarlo piuttosto attivamente in funzione delle nostre esigenze. In quest’ottica, allora, ciò che in un primo tempo può apparire mostruoso o intollerabile, può in un secondo momento diventare il punto di partenza di qualcosa di radicalmente nuovo, come d’altronde la stessa evoluzione biologica insegna. L’idea, infatti, che l’evoluzione delle specie sia soltanto il risultato di un passivo adattamento all’ambiente – che elimina i più deboli e favorisce i più forti –, l’idea della fitness, è non solo politicamente discutibile quando, col darwinismo sociale, è applicata alle comunità degli uomini, ma anche scientificamente poco esplicativa. Si deve a Stephen Jay Gould, un paleontologo, l’introduzione di un concetto, quello di “esattamento” (exaptation), che mostra finalmente come non tutto, nel mondo vivente, sia il risultato di un perfetta corrispondenza tra caratteri morfo-funzionali organici e fattori ambientali. Come, in altri termini, molte strutture caratteristiche di un organismo risultino derivatamente da altre, come una sorta di avanzo non progettuale, di spazi di risulta che, nonostante ciò, sussistono e che, magari, potranno essere cooptati solo successivamente in configurazioni adattative. Il che è come dire che, a volte, un certo grado di disadattamento è necessario al cambiamento, e che, anzi, è in esso che risiedono spesso le risorse più grandi. Il metodo dell’evoluzione, come è stato più volte detto (da François Jacob, per esempio), non è infatti quello dell’ingegnere che tutto deve prevedere e che tutto deve organizzare secondo le sue intenzioni, ma quello del bricoleur, che se la cava con ciò che trova e al quale spesso, se non sempre, avanzano dei pezzi di cui si servirà soltanto in futuro. Le forme di vita sono cioè il risultato sempre rivedibile di un processo che non ha scopi, che procede anarchicamente e orizzontalmente (senza presupporre un vertice che ne controlla la vicenda). Ognuno di noi, allora, si trova potenzialmente nella condizione del protagonista di “District 9”. Ognuno di noi deve sapere che la sua appartenenza a questo o a quel gruppo – per quanto significativa – non è mai integrale. Nessuno è mai interamente suturato ad un certa identità, in senso proprio “normale”, potendo sempre diventare il mostro che teme. È solo anzi nella misura in cui ci si colloca in questa stessa apertura priva di nomi e di figure date una volta per tutte, in quel luogo che eccede ogni identità, che si può forse, meglio che altrove, provare a esercitare il proprio diritto a plasmare il mondo e, magari, a migliorarlo veramente. È solo nella misura in cui si sa che il mostro non è mai davvero così lontano ed eccentrico, che si può sperare di non diventare un “mostro” nel senso etico e politico della parola. È solo, insomma, accettando l’idea che la mostruosità ci abita sin da sempre, che si può davvero fare massa critica – senza riferimenti di classe o di altro – e sgominare chi sull’attribuzione delle identità costruisce il proprio dominio, ancora più pervasivo nelle odierne società del controllo dove è richiesto incessantemente di identificarsi. Fin quando infatti si vuole essere riconosciuti come rappresentati di un determinato segmento dell’umanità ci sarà sempre non soltanto il modo di esserlo, ma anche, inevitabilmente, di trovare nuove catene. Chi pretende di avere un nome proprio (etnico, ideologico, sessuale, ecc.), che lo individua nella sua anche specifica “normalità”, a ben vedere, è purtroppo sempre disponibile a farsi assoggettare, e ad assoggettare gli altri, per vederlo finalmente accettato.
Read more
27.3.12
Matteo Pasquinelli: The biomorphic: Kurt Goldstein and the genealogy of the notion of biopolitics (abstract for Belgrade, 25 May 2012)
The biomorphic: Kurt Goldstein and the genealogy of the notion of biopolitics
Foucault’s early research on madness (and embryo of the later work on biopolitics) is critically linked with the biophilosophy originated in Germany in the XIX century and in particular with the figure of Kurt Goldstein, a German-Jewish neurologist whose influence on French thought has been crucial but rarely acknowledged. The Nazi regime forced Goldstein to leave Berlin and write his seminal book Der Aufbau des Organismus in exile in Amsterdam in 1934.
Foucault opens his first book Maladie mentale et personnalité (1954) with a critique of Goldstein’s organic medicine and definition of mental illness, surely inspired by his mentor Canguilhem. In those years Goldstein’s works are extensively recognised by Merleau-Ponty in La Structure du comportement (1942) and Phénoménologie de la perception (1945) and by Canguilhem in Le Normal et le pathologique (1943) and La Connaissance de la vie (1952). In a bizarre circular coincidence, the last public and authorised text by Foucault is the 1985 introduction to the English edition of Le Normal et le pathologique, Canguilhem’s first publication and doctoral thesis, which draws directly from Goldstein’s distincion of normality and pathology. Along this track, in his introduction, Foucault states famously: “life is what is capable of error”.
Goldstein had so a pivotal role between Canguilhem and Foucault, with the latter committed to question and abandon the Innenwelt of neurology in order to explore the Umwelt of power apparatuses. Foucault’s epistemological turn can be easily illustrated also by the titles of their main works: Canguilhem’s La Connaissance de la vie (1952) is conceptually reversed into Foucault’s La Volonté de savoir (1976). This shift from knowledge as an expression of life to knowledge as an expression of power upon life, however, leaves on the ground the problem of the autonomy of the subject that will be faced by Foucault only in his latest years (L’Usage des plaisirs and Le Souci de soi, 1984). Here Foucault’s care of the self can be interestingly compared with the drive of self-actualisation that Goldstein recognises in any organism.
For Goldstein indeed a healthy organism is not defined by normality but by normativity — that is the power to invent continuously new norms and adapt life to new environmental conditions. Also Deleuze and Guattari’s cryptic notion of Body-without-Organs can be better understood under this light. When they write that “the organism is the enemy” (Mille Plateaux, 1980), they warn against the reactionary dangers hidden in any philosophy of the living that does not question and exceed the borders of the Organism.
Against a gothic tone recently adopted in philosophy (depicting conflict as a Manichean opposition of ‘naked life’ and sovereign power), Goldstein’s thought can be helpful to reframe a political autonomy of the living. The biomorphic is the notion introduced here against the transcendental definitions of the biopolitical in order to recognise the ab-normal yet always normative forces of life. Goldstein believed indeed that the demand for a return to nature was utopia: it is by following his quasi-Spinozian biomorphism that we can imagine so the metamorphosis of a new society out of the shell of the old and not just out of its ‘nakedness’.
- – -
Il biomorfico. Kurt Goldstein e la genealogia del concetto di biopolitica.
Le prime ricerche di Foucault sulla follia (embrione del lavoro successivo sulla biopolitica) sono legate criticamente alla biofilosofia sorta in Germania nel XIX secolo e in particolare alla figura di Kurt Goldstein, neurologo ebreo-tedesco la cui influenza sul pensiero francese è stata cruciale ma fino ad ora poco riconosciuta. Il regime nazista costrinse Goldstein a lasciare Berlino e a scrivere in esilio ad Amsterdam il suo fondamentale testo Der Aufbau des Organismus nel 1934, pubblicato poi in inglese nel 1939 e in francese nel 1951.
Foucault apre il suo primo libro Maladie mentale et personnalité (1954) con una critica della medicina organica di Goldstein e della sua definizione di malattia mentale, in un diaologo implicito con il suo maestro Canguilhem. Il lavoro di Goldstein è largamente citato in quegli anni da Merleau-Ponty in La Structure du comportement (1942) e Phénoménologie de la perception (1945) e da Canguilhem in Le Normal et le pathologique (1943) e La Connaissance de la vie(1952). In una bizzarra coincidenza circolare, l’ultimo testo a ricevere l’imprimatur di Foucault è l’introduzione all’edizione inglese (1985) di Le Normal et le pathologique, prima opera di Canguilhem e sua tesi di dottorato, che si rifà direttamente alle nozioni di normale e patologico di Goldstein. E’ su questa traccia che nella sua introduzione Foucault stesso afferma “la vita è ciò che è capace di errore”.
Goldstein ebbe così un ruolo di snodo tra Canguilhem e Foucault, con il secondo determinato ad abbandonare l’Innenwelt della neurologia per esplorare l’Umweltdei dispositivi di potere. La svolta epistemologica di Foucault può essere facilmente illustrata dai titoli delle loro opere: La Connaissance de la vie (1952) di Canguilhem viene concettualmeente rovesciata ne La Volonté de savoir (1976) di Foucault. Il passaggio dalla conoscenza come espressione della vita alla conoscenza come espressione del potere sulla vita lascia comunque sul terreno il problema dell’autonomia del soggetto, che è affrontato da Foucault solo negli ultimi anni (L’Usage des plaisirs e Le Souci de soi, 1984). Qui la cura del sèfoucaultiana può essere confrontata in modo interessante con quella pulsione diauto-realizzazione che Goldstein riconosce in ogni organismo.
Invero per Goldstein un organismo sano non è definito dalla sua normalità quanto dalla sua normatività , ovvero dalla capacità di inventare continuamente nuove norme e adattarsi a nuove condizioni ambientali. Anche la criptica nozione di corpo-senza-organi di Deleuze e Guattari può essere meglio compresa sotto questa luce. Quando scrivono “il nemico è l’organismo” (Mille Plateaux, 1980), essi mettono in guardia contro i pericoli reazionari nascosti in ogni biofilosofia che non metta in questione ed ecceda i limiti dell’Organismo.
Contro un tono gotico di moda nella recente filosofia (che descrive il conflitto come opposizione manichea di ‘nuda vita’ e potere sovrano), il pensiero di Goldstein può essere d’aiuto per ridisegnare oggi una autonomia politica del vivente. Il biomorfico è la nozione che qui si introduce contro le definizioni transcendentali del biopolitico per riconoscere le forze anormali e semprenormative della vita. Goldstein credeva che il desiderio di tornare alla Natura fosse utopia: è seguendo il suo biomorfismo quasi spinoziano che possiamo immaginare così la metamorfosi di una nuova società dal guscio di quella precedente e non dalla sua semplice ‘nudità’.
Read more on Pasquinelli's blog
Life Art Biopolitics conferenceBelgrade, 25th of May 2012
Cultural Center Dom Omladine
www.lifeartbiopolitics.org
Cultural Center Dom Omladine
www.lifeartbiopolitics.org
