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26.11.11

Bernard Stiegler - Decadence of Industrial Democracy (Polity Press, August 2011)



Bernard Stiegler is one of the most original philosophers writing today about new technologies and their implications for social, political and personal life. Drawing on sources ranging from Plato and Marx to Freud, Heidegger and Derrida, he develops a highly original account of technology as grammatology, as a technics of writing that constitutes our experience of time, memory and desire, even of life itself. Society and our place within it are shaped by technical reproduction which can both expand and restrict the horizons and possibilities of human agency and experience.
In the three volumes of Disbelief and Discredit Stiegler argues that this process of technical reproduction has become dangerously divorced from its role in the constitution of human experience. Radically challenging the optimistic view of new technologies as facilitators of learning and progress, he argues new marketing techniques shortcircuit thought and disenfranchise consumers, programming them to seek short-term gratification. These practices of ‘libidinal economics’ have profound consequences for nature of human desire and they underpin the social and psychological malaise of contemporaty industrial society.
In this opening volume Stiegler argues that the industrial model implemented since the beginning of the twentieth century has become obsolete, leading capitalist democracies to an impasse. A sign of this impasse and of the decadence to which it leads is the banalization of consumers who become ensnared in a perpetual cycle of consumption. This is the new proletarianization of the technologically infused, hyper-industrial capitalism of today. It produces a society cut off from its past and its future, stultifying human development and turning democracy into a farce in which disbelief and discredit inevitably arise.


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Oltre Marx. L'urgenza della de-proletarizzazione - Bernard Stiegler @ Kainos, nr. 11 (interview by Paolo Vignola)


Paolo Vignola: Ars Industrialis, l’associazione di cui lei è uno dei fondatori, ha pubblicato il suo secondo manifesto nel 2010 (il primo era del 2005), dimostrando un’attenzione politica encomiabile di fronte alla crisi planetaria attuale. In particolare, avete lanciato una proposta economica molto ‘‘filosofica’’ per uscire da questa situazione: l’economia della contribuzione, dei software liberi e della partecipazione civica. Inoltre, Ars Industrialis produce cultura – economica, politica, ma soprattutto ‘‘industriale’’ – attraverso seminari, riflessioni, assemblee e conferenze pubbliche, ecc. In altre parole, combattete l’ignoranza al di fuori del ‘‘regno dell’ignoranza’’, ossia all’interno di spazi che restano estranei ai territori della telecrazia – se non quando qualcuno di voi compare in televisione. In quest’ultimo caso vincere l’ignoranza diventa molto difficile. Come pensate allora di combattere l’ignoranza all’interno del suo regno?
STIEGLER: La risposta che ho dato in precedenza riguardava la televisione, ma disgraziatamente il regno dell’ignoranza ha incominciato a svilupparsi ben prima della televisione, attraverso la proletarizzazione. Ora, il programma di Ars Industrialis è ciò che chiamiamo la “deproletarizzazione”. Pensiamo infatti che oggi la proletarizzazione abbracci tutte le categorie sociali, compresa l’alta borghesia, perché per noi la proletarizzazione non è la pauperizzazione né l’impoverimento. Sovente la proletarizzazione può avere tali conseguenze e purtroppo oggi la pauperizzazione è una conseguenza massiva, ma la proletarizzazione è un’altra cosa. La proletarizzazione è precisamente la perdita del sapere, ossia l’estensione dell’ignoranza, la crescita dell’ignoranza. Essa si produce, secondo noi, innanzitutto per delle ragioni tecnologiche. Ciò significa che la proletarizzazione non è indotta dalla volontà di qualcuno, ma dal fatto che l’industrializzazione e lo sviluppo della tecnologia si producono essenzialmente attraverso l’esteriorizzazione dei saperi nelle macchine, negli strumenti, ecc. Così, lo sviluppo della tecnica comincia sempre con il corto-circuitare i saperi, ossia producendo proletarizzazione. Ed è questo ciò che vuol dire ‘‘proletarizzazione’’ nel senso principale che è stato utilizzato per la prima volta da Marx – ma che è descritto in modo più generale anche da Adam Smith. Noi pensiamo che per combattere questo processo di proletarizzazione non sia assolutamente necessario opporsi alla tecnologia, perché non crediamo che sia possibile opporsi alla tecnologia e all’industria; lo si può combattere, invece, sviluppando un altro rapporto con l’industria e la tecnologia. Da questo punto di vista siamo post-marxisti (lo stesso Marx pensava che fosse necessario impadronirsi dell’industria, e non opporvisi), poiché non utilizziamo la stessa logica dei marxisti, ma al tempo stesso riprendiamo alcune analisi di Marx. Possiamo prendere come esempio il software libero, perché si sviluppa come una nuova pratica della tecnologia che non si basa sulla distruzione dei saperi, ma al contrario è fondato sulla loro condivisione e sul loro sviluppo. Questo aspetto del software libero è stato compreso da molti, a cominciare dai pensatori italiani – Paolo Virno, per esempio, e molti altri che sono vicini a Toni Negri (io mi riferisco maggiormente a Simondon). Insomma, anche noi siamo vicini a chi, in Italia, pensa che il software libero porti in effetti a un nuovo modello economico e industriale in grado di svilupparsi parallelamente. Inoltre, noi pensiamo che tale modello sia generalizzabile, semplicemente poiché è razionale.

La televisione è finita - Bernard Stiegler @ Kainos, nr. 11 (interview by Paolo Vignola)

Non molto tempo fa ho incontrato il direttore di una grande rete televisiva francese. Gli ho detto: ‘‘la televisione è finita. In ogni caso, la televisione come lei l’ha conosciuta, come io l’ho conosciuta (sulla quale ho lavorato, per esempio, all’INA) è stata una televisione finanziata per il 90-95% dalla pubblicità. Oggi la pubblicità si muove su Internet’’. Ora, c’è ancora una buona fetta di pubblicità che viene trasmessa dalla televisione, ma questo non può durare a lungo, Google sta per ospitare 20 canali televisivi su Internet e la pubblicità finirà sul web. Questo significa che per la seconda volta TF1 (l’equivalente di Fininvest in Italia) avrà perduto dei soldi quest’anno. TF1 non guadagna più come prima perché il flusso pubblicitario si sta riducendo sempre più. Penso che la televisione dovrà sviluppare una nuova utilità sociale, e in questo modo potrà diventare qualcosa di interessante. Vede, ad esempio, io e lei stiamo facendo della televisione [l’intervista è avvenuta in videoconferenza su Skipe]. Si tratta di televisione ‘‘punto a punto’’, da una persona all’altra; la videoconferenza è un tipo di televisione. E, d’altronde, Ars Industrialis diffonde 150 filmati televisivi che sono in accesso sul server e sono visionati parecchio. Inoltre, oggi si potrebbe immaginare – ed è così che mi accingo a rispondere precisamente alla vostra domanda – che gli storici, gli antropologi, i geografi, ma chiunque, anche i fisici, utilizzino la televisione per produrre dei lavori universitari, per fare delle tesi. Penso, ad esempio, a Jean Roche, che è molto conosciuto in Francia come cineasta, ma è anche un antropologo e ha fatto degli straordinari film di antropologia, studiando la mentalità africana.


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